SUDAN - le rotte degli schiavi

In nove anni 30 mila giovani ridotti in catene

di Giulio Albanese

Nonostante le secche smentite di Khartoum, in Sudan stiamo assistendo al risorgere di un'attività che pensavamo ormai sepolta dal tempo: lo schiavismo. Si tratta di un fenomeno che sta coinvolgendo le popolazioni non islamiche del paese e in modo particolare i più giovani. La prima denuncia fu lanciata nel 1987 da due docenti dell'Università di Khartoum, il prof. Suleyman Ai Baldo e il prof. Ushari Ahmed Mahmud. Sfidando la censura del regime, dichiararono che una vera e propria tratta degli schiavi era già in atto dal 1985. Da quando in altre parole lo Stato Maggiore dell'esercito sudanese ritenne opportuno definire alcune strategie per arginare l'attività dello SPLA, la guerriglia organizzata anti-islamica. Tra queste fu proposta e approvata la formazione di una milizia armata di Baqqara- gruppo etnico islamico, tradizionale alleato dell'Umma Party - nel Bar el Arab, e di altre compagini paramilitari tra i vari gruppi islamizzati del Bar el Ghazal. In sostanza, si trattava di operare dei veri e propri raids (operazioni lampo) in quei villaggi dinka, nel Sudan meridionale e più precisamente nel Bar el Ghazal, in cui erano presenti possibili sostenitori dello SPLA. Gli attacchi, secondo il rapporto pubblicato dai due docenti sudanesi, si susseguirono a tappeto, a cavallo tra il 1985 e il 1987, in una logica mirante a indebolire il movimento di guerriglia. I civili uccisi furono diverse migliaia, e altrettanti i giovani catturati per essere poi venduti come merce umana ai mercati.

Sebbene le dichiarazioni del prof. Suleyman e del suo collega Ushari avessero al contempo dell'incredibile e del sensazionale, furono successivamente confermate da osservatori internazionali e addirittura aggiornate e amplificate con nuovi e terribili testimonianze. Nonostante sia difficile definire le vaste aree geografiche dove si sono consumate simili tragedie, e soprattutto quantificare le cifre che riguardano la tratta, alcune autorevoli organizzazioni internazionali si sono adoperate in questi anni affinché si facesse luce sulla verità dei fatti. Tra esse spicca certamente l'Anti-Slavery International (ASI) di Londra che da anni si sta adoprando presso le Nazioni Unite su questo fronte. Secondo l'ASI, già nel 1988 erano stati ridotti in schiavitù circa 12.000 ragazzi e ragazze dinka. I centri di vendita degli schiavi sono diversi: Safaha, el Dhein, Kadogli... A Sumeih la compera degli schiavi viene addirittura fatta dai finestrini del treno. I poveretti vengono lanciati al suolo e venduti ai migliori offerenti. Il loro prezzo può oscillare dai 10 ai 100 US.$. Ma non è tutto qui. Ad esempio, ad Alait, un piccolo centro sulla strada tra Gerenchat ed el Nahud, presso la khalwa (scuola islamica) vengono venduti ragazzi dinka a un prezzo fisso (13.000 sterline sudanesi, pari a circa 9 US.$) su cui non è possibile avere sconti. Gli schiavi vengono prevalentemente adibiti ai pesanti lavori nei campi e ai servizi domestici.

In particolare le ragazze spesso subiscono violenze sessuali e vengono trattate dai loro padroni come concubine. Le direttrici del commercio degli schiavi partono in ogni modo sempre dalle regioni meridionali verso il nord del paese. Si calcola, però, che meno della metà degli schiavi rimanga in Sudan. Molti vengono trasferiti in camion in Libia, mentre altri indirizzati a Port-Sudan e successivamente imbarcati per l'Arabia Saudita. Chi è riuscito a fuggire dalla schiavitù, e ciò accade molto raramente, parla di torture e mutilazioni spesso subite senza ragione. Se poi qualcuno osa rifiutare la conversione all'Islam viene brutalmente sottoposto al taglio dei tendini dei garretti. Qualcuno per punizione è finito persino nelle famigerate ghost houses, le prigioni governative, di cui Khartoum smentisce categoricamente l'esistenza. Recentemente, sempre l'ASI ha individuato una vera e propria tratta degli schiavi a scapito delle popolazioni Nuba e Fur.

E proprio queste popolazioni, secondo la Sudan Democratic Gazette del marzo 1993, avrebbero assistito impotenti alla messa in catene di almeno 20.000 dei loro giovani. Ed ecco che allora, di fronte a questo tragico scenario, ciò che stupisce, è il silenzio oserei dire la latitanza dei mass media occidentali, che tacciono ignorando l'immane tragedia. Si fa tanto can-can per lo scandalo tedesco di utilizzare cadaveri per esperimenti sulla sicurezza di guida e quasi cinicamente si dimenticano misfatti ben più gravi, quale appunto lo schiavismo sudanese. E pensare che l'ASI, come anche altre organizzazioni internazionali, da anni promuove iniziative d'informazione a questo riguardo.

Una cosa è certa. I rigurgiti di schiavismo in Sudan rivelane il fallimento delle autorità governative locali di assolvere ai loro obblighi in materia di diritti umani e in particolare circa il rispetto delle norme previste dalla "Convenzione per l'abolizione dello schiavismo, del commercio di schiavi e di tutte le istituzioni e pratiche similari connesse" ratificata dal governo di Khartoum il 13 agosto 1990.

AVVENIRE, 22 DIC. 1993 GIULIO ALBANESE





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