DOSSIER NIGRIZIA / PARIGI-KHARTOUM IL PATTO SEGRETO

Nigrizia

Quando nell'agosto del 1994 il Sudan ha estradato in Francia il terrorista di origine venezuelana Illich Ramirez Sanchez - ricercato dalla polizia di mezzo mondo, nome di battaglia Carlos, ma conosciuto anche come "lo "sciacallo" molti si sono chiesti cosa ci fosse dietro a questo gesto. La domanda era: Carlos in cambio di cosa? La risposta è piuttosto semplice: l'estradizione è uno dei frutti di una progressiva collaborazione tra Parigi e Khartoum, che ha preso corpo negli ultimi due anni.

Eppure la ferma posizione assunta dal governo francese contro il radicalismo islamico avrebbe dovuto precludere qualsiasi apertura verso il governo sudanese, in mano al Fronte islamico nazionale (Fin) e punta di lancia dell'espansione integralista in Africa. La Francia, in effetti, ha sempre condannato apertamente le violazioni dei diritti umani, che sono moneta corrente in Sudan. Al punto che perfino Africa Confidential, una delle agenzie internazionali più informate e credibili, era giunta a scrivere, nel corso del 1993, che < Ma questo è solo quello che è apparso o meglio quello che la Francia ha voluto far sapere all'opinione pubblica interna ed internazionale. C'è però l'altra faccia della medaglia. Fin dal 1993 si è andata costruendo quella che può definirsi a ragione una collaborazione segreta tra Parigi e Khartoum, nata dall'intreccio tra cooperazione militare, interessi economici ed opportunismo politico. Una connection che è possibile ricostruire.

Crisi comune

I primi segni di riavvicinamento tra Parigi e gli islamisti radicali al potere in Sudan si sono palesati all'inizio del 1993, quando il regime di Omar el Beshir ha fatto alcune scelte con il chiaro intento di compiacere il governo francese.

Giornalisti, scienziati e personalità francesi sono stati invitati a visitare il Sudan e diverse province hanno introdotto lo studio del francese tra le materie obbligatorie della scuola secondaria superiore.

Mossa ancora più importante, Khartoum si è rivolta a Parigi perché assumesse un ruolo di mediazione nella guerra civile che da anni contrappone il nord e il sud Sudan e ha tentato di stabilire relazioni con alcuni partiti politici francesi.

Con queste iniziative il governo di Khartoum ha tentato di porre fine al proprio isolamento politico sulla scena internazionale. Un isolamento dovuto in gran parte al protrarsi delle flagranti violazioni dei diritti umani in tutto il paese, al suo presunto coinvolgimento in operazioni di terrorismo internazionale ed al ruolo di protagonista nella diffusione del radicalismo islamico. Senza contare che le prese di posizione e il sostegno fornito dal regime di Beshir a Saddam Hussein, durante la guerra del Golfo, aveva accreditato il Sudan quale alleato del dittatore di Baghdad, almeno agli occhi della comunità internazionale. Parigi, in ogni caso, si è dimostrata subito sensibile alla nuova politica sudanese, come testimoniano le visite sempre più frequenti di uomini dei servizi segreti francesi in territorio sudanese a partire dal 1993. Visite ricambiate, se si considera che tra l'ottobre '93 e il gennaio '94 almeno quattro delegazioni sudanesi si sono recate in Francia per colloqui prolungati con la Direzione generale della sicurezza esterna (Dgse), i servizi segreti francesi che dipendono dal ministero della Difesa, e con ufficiali dell'esercito. La connection Parigi-Khartoum è maturata in un periodo di crisi piuttosto grave dell'influenza e del prestigio francese in Africa.

Crisi dovuta in parte al progressivo acuirsi delle tensioni in Rwanda, che è sfociata in un clamoroso insuccesso per la politica di Parigi nel continente. Il Sudan, per parte sua, si è trovato ancora più isolato sullo scacchiere mondiale a partire dal febbraio 1993. In quel periodo infatti la sua alleanza con l'Iran, notoriamente stretta, ha iniziato ad allentarsi. A raffreddare Khartoum è bastata la richiesta, da parte di Teheran, d'immediato pagamento delle forniture di petrolio, accordate per anni al paese africano.

Siccome il Sudan versava e versa in gravi difficoltà di ordine finanziario, all'Iran non è rimasta altra scelta che chiudere i rubinetti. Una decisione non da poco, visto che fino a quel momento l'Iran era il maggior fornitore di petrolio al Sudan

Esportare l'islamismo

Proprio a partire dal 1993 il Sudan comincia a mostrare la sua crescente potenzialità destabilizzatrice nell'intera regione. Soprattutto attraverso l'ala più radicale del Fronte islamico nazionale (Fin), guidata da Ali Osman Mohammed Taha (vice e rivale al tempo stesso del leader del Fin, Hassan el Turabi), il Sudan sostiene o crea movimenti radicali islamici nei paesi limitrofi Una politica intesa a nascondere i problemi interni da un lato e a rompere l'isolamento dall'altro. Hassan el Turabi stesso predica la diffusione della rivoluzione islamica su scala internazionale, tuttavia, in contrasto con l'ala radicale, si serve di una tattica molto accorta: nel sostenere il radicalismo islamico fuori del Sudan, evita ogni mossa compromettente e compie accurate valutazioni di natura diplomatica.

Va sottolineato che EI Turabi e Taha, pur manifestando posizioni differenti sui modi e i tempi, condividono pienamente il disegno di espansione del radicalismo islamico. Tra le altre cose non va dimenticato che il Fin ha inscenato da qualche tempo una sorta di apparente lotta di potere al suo interno, allo scopo di confondere le carte e di offrire agli osservatori internazionali un'immagine di El Turabi come "colomba tra i falchi". In ogni caso, l'intensificarsi del sostegno al radicalismo islamico in Africa potrebbe significare che Hassan el Turabi sta via via perdendo il controllo del braccio armato del Fin.

Vediamo come si manifesta questa politica di diffusione del radicalismo islamico.
Nel neonato stato indipendente dell'Eritrea, il Sudan appoggia la struttura militare della jihad, che, da basi in territorio sudanese, dirige e fomenta attività di guerriglia. Da oltre tre anni i gruppi islamisti attivi in Ciad stanno ricevendo grande sostegno da Khartoum, che incoraggia ed aiuta anche movimenti islamici in Kenya, attivi soprattutto nelle regioni costiere, e appoggia la Gamaat Islamya, l'organizzazione islamica radicale egiziana. E non è finita: il "signore della guerra" somalo Mohamed Farah Aidid ed i leader del Fronte di liberazione oromo (Flo), e del Fronte di liberazione dell'Oromya (Fldo), in Etiopia, possono tutti contare sul sostegno dei servizi di sicurezza sudanesi.

Obiettivo Uganda

Ma tra tutti i paesi dell'area, l'Uganda rappresenta uno degli obiettivi prioritari dell'infiltrazione politica di Khartoum. Capire il perché non è difficile, considerato che gran parte del sostegno alla guerriglia condotta in sud Sudan dall'Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla), guidato da John Garang, proviene proprio dall'Uganda. Attraverso di essa passano pure gran parte degli aiuti umanitari di cui beneficiano - direttamente o indirettamente - oltre che le popolazioni del sud Sudan, anche gli uomini di Garang. E’ pertanto un obiettivo primario per Khartoum riguadagnare il controllo delle regioni di frontiera con l'Uganda, così da tagliare i rifornimenti all'Spla ed esercitare la necessaria pressione politica sul presidente ugandese Yoweri Museveni. Nella capitale sud sudanese Juba, si trova attualmente in addestramento una brigata islamista composta da circa un migliaio di uomini reclutati tra veterani e nuove leve dell'esercito dell'ex dittatore ugandese Idi Amin Dada.

Militari che vengono piazzati lungo le linee di confine, tuttora in mano all'Spla, da dove possono penetrare nel nord Uganda, specie nella regione abitata dall'etnia acholi, ed unirsi con l'Esercito di resistenza del Signore (Lra), piccolo movimento guerrigliero ugandese antigovernativo che riceve armamenti e supporto logistico da Khartoum.

L'influsso destabilizzante posto in atto dal Sudan nella regione ha suscitato reazioni contrastanti in Francia. Nei colloqui avviati nel 1993, esponenti dei servizi di sicurezza sudanesi e francesi hanno discusso approfonditamente la situazione della sicurezza nel Corno d'Africa e soprattutto nei paesi dell'Africa Centrale. E almeno quattro personalità di rilievo hanno preso parte a questi incontri.

La figura dominante dei servizi di sicurezza francesi è il colonnello Jean-Claude Mantion, che si occupa delle vicende sudanesi dal 1993 dopo esser vissuto nella Repubblica centrafricana dal 1980 al 1992. Oltre a costui, un ruolo prominente è stato assunto dal generale Philippe Rondot, capo dei servizi di controinformazione, che risponde direttamente al ministro degli Interni Charles Pasqua. Va rilevato che la connection franco-sudanese pare essere stata partorita dal ministero della Difesa francese ma, fino ad oggi, è stata di fatto gestita dal ministero dell'Interno, mentre ha finora sorpresa la totale assenza del ministro degli Esteri.

In coincidenza con l'estradizione del terrorista Carlos è apparso chiaro che la connection franco-sudanese era stata politicamente ratificata dal ministro degli Interni Pasqua e dalla sua controparte sudanese di recente nomina, Al Tayeb Ibrahim Muhammad Kheir.

Quanto alla parte sudanese la parte di primattore è stata suddivisa tra il generale Hachim Abu Said leader riconosciuto dei quattro settori dei servizi di sicurezza che opera in stretta relazione con l'ufficio presidenziale, ed El Fatih Irwa. Quest'ultimo ha avuto un qualche ruolo nell’"operazione Mosè": uno spettacolare ponte aereo attraverso il quale, nel 1991, 14000 falasha, etiopici di religione ebraica, che rischiavano di essere sterminati a causa di una terribile carestia, furono prelevati dall'Etiopia e condotti in Israele. Oggi El Fatih Irwa è consigliere presidenziale per la sicurezza e responsabile delle operazioni di riconquista delle aree del sud Sudan controllate dall'Spla. Il quotidiano inglese The Guardian ha parlato estesamente dell'amicizia tra El Fatih Irwa e il colonnello Mantion, considerato il personaggio chiave dell'intera connection, avendo allacciato per primo i contatti con la rete dei servizi di sicurezza sudanesi.

Anglofobia francese

Nel dicembre 1993 una delegazione militare sudanese in visita a Parigi ha rinnovato all'Uganda l'accusa di essere coinvolta nella vendita di armi all'esercito guerrigliero dell'Spla.

Khartoum ha deliberatamente fatto appello ai risentimenti francesi verso il presidente ugandese Yoweri Museveni. Si sa, infatti, che Parigi considera il presidente ugandese un'aperta minaccia agli interessi francesi Perché? Ad esempio, per via dell'aperto sostegno che offre al Fronte patriottico rwandese, oggi al potere in Rwanda, ma che è stato per lunghi anni la forza guerrigliera dell'etnia tutsi che si contrapponeva al presidente rwandese da sempre protetto dalla Francia Juvénal Habyarimana, rimasto ucciso il 6 aprile 1994 nell'attentato all'aereo su cui viaggiava, di ritorno da trattative di pace in Tanzania.

Inoltre, Parigi vede in Museveni uno dei principali rappresentanti della minaccia anglosassone nei confronti dell'influenza francese in Africa. Si spiega così perché la Francia ritenga prioritario tenere sotto controllo il crescente influsso dell'Uganda nella regione dei grandi laghi. La Francia ha capito da tempo che può ottenere ciò servendosi dell'aiuto dello Zaire e, qualora fosse necessario, del Sudan. In tal modo, il comune nemico ugandese è divenuto una pietra angolare nella collaborazione tra le delegazioni dei servizi di sicurezza francese e sudanese.

Oltre a servire da ostacolo alle aspirazioni espansionistiche ugandesi, i contatti del Fronte islamico nazionale (Fin) sudanese con altri esponenti dell'estremismo islamico giocano un ruolo importante. Parigi, ad esempio, sperava che i radicali islamici di Khartoum, in particolar modo il leader del Fin, Hassan el Turabi, potessero aprire una strada per avvicinare l'inaccostabile Fronte islamico di salvezza (Fis) algerino e che potessero attrarre altri movimenti fondamentalisti nell'orbita della politica estera francese.

Del resto non c'è dubbio che El Turabi ha contatti diretti con i mujahidin afghani, con i palestinesi di Hamas e con i membri del Fis algerino. All'inizio del 1994, il leader del Fin ha dichiarato durante una conferenza stampa, in occasione di una visita a Parigi, che intrattiene frequenti rapporti con il Fis e con vari paesi europei, segnatamente con la Francia.

Tra le prime richieste avanzate dalla delegazione francese, naturalmente, c'è stato l'invito al Sudan di porre fine ai tentativi di infiltrazione islamica nei paesi d'influenza francese, specie Algeria, Ciad, Repubblica Centrafricana, Costa d'Avorio, Camerun, Nigeria e Somalia. Si può al contrario presumere che Parigi chiuda un occhio riguardo alle attività sudanesi in paesi fuori del suo influsso quali Uganda e Kenya.

Favori via satellite

Nel corso del 1994 la connection francese ha cominciato a dare i suoi frutti. Durante l'offensiva posta in atto nei mesi di stagione asciutta (gennaio-aprile), ad esempio, le truppe governative sudanesi hanno attaccato l'Spla penetrando da Goubéré, nella Repubblica Centrafricana, uno stato certo non estraneo agli interessi francesi. Può anche darsi che siano state solo poche unità militari sudanesi a violare la sovranità territoriale centrafricana e che il governo fosse totalmente ignaro dell'operazione. Tuttavia è più probabile che si sia trattato di un gesto d'amicizia da parte del governo di Bangui, indotto a ciò dalla pressione che sono in grado di esercitare su di esso gli agenti francesi dei servizi di sicurezza.

Nel marzo 1994 Khartoum ha studiato la possibilità di portare attacchi dello stesso genere partendo dallo Zaire, dove il generale (della riserva) francese Jeannou Lacaze agisce da consigliere del presidente-dittatore Mobutu Sese Seko per ciò che riguarda i problemi della sicurezza. Per la verità già nel marzo 1993 alcune fonti avevano riportato di attacchi partiti da Aba, in Zaire, contro postazioni dell'Spla in sud Sudan.

In aggiunta a queste incursioni dalla Repubblica Centrafricana e, presumibilmente, dallo Zaire, fonti vicine ai servizi di sicurezza dichiarano che la Direzione generale della sicurezza esterna (Dgse) ha offerto all'esercito sudanese foto realizzate con tutta probabilità dal satellite "Spot". Questo satellite, secondo il Centro europeo di ricerca e tecnologia spaziale con sede a Noordwijk, in Olanda, è di proprietà esclusivamente francese e capace di intercettare movimenti di uomini e di mezzi. I servizi di sicurezza francesi hanno fornito a Khartoum tali fotografie nel gennaio 1994, in modo che potessero essere usate nell'offensiva lanciata nella stagione secca.

Secondo fonti del quotidiano inglese The Guardian, la Dgse riteneva che il Sudan non sarebbe stato in grado di interpretare le immagini satellitari. Un calcolo errato, in quanto i servizi di sicurezza iracheni provvidero alla decifrazione delle immagini e da esse l'esercito di Khartoum ottenne un apporto preziosissimo.

Durante i loro frequenti viaggi in Francia, nel 1993 e 1994, gli agenti sudanesi dei servizi di sicurezza hanno visitato campi di addestramento militare nel sud del paese. Nel 1993, una di queste visite ha provocato la decisa protesta degli Stati Uniti attraverso l'assistente del segretario di Stato per gli Affari africani, George Moose. I servizi di sicurezza di Sudan e Francia, oltre a scambiarsi importanti informazioni, hanno deciso - secondo l'agenzia di stampa parigina Lettre de l'océan Indien - che circa ,un centinaia di ufficiali di polizia sudanesi sarebbero stati addestrati per affinare le tecniche di ricerca e di investigazione e che la Francia avrebbe offerto assistenza ed equipaggiamento tecnico al Sudan.

GLI AFFARI PRIMA DI TUTTO

Nel gennaio 1994, una delegazione sudanese arriva in Francia con il compito di valutare l'opportunità di avviare rapporti commerciali. Ne fanno parte Salah el Din Karrar, ministro dell'Energia e delle Miniere; Ali el Haji, ministro degli Affari federali, e Abdallah Hassan Ahmed, ministro delle Finanze. La missione commerciale visita numerose imprese francesi: tra queste la compagnia petrolifera Total, il consorzio Airbus, che produce e commercializza aerei, e l'impresa di costruzioni civili Grands Travaux de Marseille.

La possibilità di riprendere lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nel sud del paese - ogni attività è sospesa dal 1985 a causa della guerra civile - è d'importanza strategica per il Sudan, alle prese con un'endemica scarsità di carburante. Nel luglio 1993 una delegazione della Total è arrivata a Khartoum per rinnovare gli accordi relativi alle concessioni petrolifere nel bacino sud sudanese di Jonglei. Il governo, tuttavia, non è riuscito a convincere la compagnia petrolifera francese a riprendere le operazioni di sfruttamento in una delle tre concessioni, visto che i rischi per l'incolumità fisica erano ancora troppo elevati.

Nel dicembre 1993 il presidente del consiglio d'amministrazione della divisione Total per il Medio Oriente ha rilasciato una dichiarazione sibillina: «Lo sfruttamento dei giacimenti sudanesi sarà ripreso non appena le circostanze lo renderanno possibile». Tuttavia, la missione commerciale sudanese che ha incontrato a Parigi, nel gennaio 1994, i vertici della Total, ha chiarito che lo sfruttamento delle concessioni non sarebbe stato rinnovato automaticamente e che altre compagnie avrebbero potuto mostrare interesse per i pozzi del sud Sudan. Fonti diplomatiche sudanesi hanno spiegato in tutti i modi alla stampa internazionale che non esiste assolutamente alcun problema di sicurezza nel sud del paese, benché sia necessario procedere ad una vasta opera di sminamento dell'area. E così è stato chiesto alla Total di offrire mezzi logistici e supporto finanziario per mettere in atto tali operazioni.

Pasqua se la ride

Passando dal petrolio ai trasporti, i contatti con il consorzio Airbus sono indubbiamente da collegarsi alla richiesta di aiuto per la manutenzione di tre aerei della compagnia che erano stati acquistati nel 1992 dal Sudan. Il governo sudanese ha tra l'altro preso in considerazione la possibilità di acquistare altri quattro velivoli Airbus. La Francia appare inoltre interessata alla proposta di costruzione di una rete stradale e ferroviaria nello stato del Darfur e l'impresa di costruzioni Grands Travaux de Marseille potrebbe essere interessata a questo progetto.

Del resto, Khartoum per realizzare questi progetti può contare sui crediti e sul sostegno finanziario della Francia. La Caisse Française du Crédit Agricole è stata indicata come l'istituto di credito in grado di facilitare queste operazioni. Certo, tali accordi sono in palese contrasto con la precaria situazione in cui si trova il Sudan da quando il Fondo monetario internazionale (Fmi) lo ha ammonito con una dichiarazione di non-cooperazione, in seguito al mancato pagamento di 1 miliardo e 600 milioni di dollari di arretrati. La Francia ha promesso alla delegazione sudanese che userà la propria influenza presso il Fmi in modo tale che il Sudan non debba diventare il primo paese ad essere espulso dall'istituzione finanziaria. Guarda caso, alla riunione dell'Fmi del 6 agosto 1994, la decisione di espellere il Sudan è stata rinviata.

Rafforzando i loro rapporti, Sudan e Francia non solo possono conseguire innegabili benefici economici, ma anche mirare a raggiungere apprezzabili risultati politici.

L'estradizione di Carlos era proprio ciò di cui i due paesi avevano bisogno. La consegna nelle mani della giustizia di questo terrorista super ricercato ha rappresentato un notevole successo per Charles Pasqua, il ministro degli Interni francese, noto per aver adottato una linea dura nei confronti dei sostenitori in Francia del Fronte islamico di salvezza (Fis) algerino e nei riguardi della criminalità e del terrorismo internazionale.

La popolarità del ministro gollista è notevolmente aumentata dopo l'estradizione di Carlos. Il successo ha permesso a Pasqua di consolidare la propria posizione nella corsa alle elezioni presidenziali che si svolgeranno nel maggio prossimo.

Turabi in difficoltà

La cattura e la consegna di Carlos offre a Khartoum la tanto cercata opportunità di migliorare la propria immagine all'estero, immagine che è stata deturpata da denunce di violazioni dei diritti umani e dal presunto coinvolgimento nelle più torbide vicende di terrorismo degli ultimi anni: non si deve dimenticare che dall'agosto 1992 il Sudan è stato iscritto dagli Usa nella lista dei paesi accusati di sostenere il terrorismo internazionale Come Carlos ha messo piede in territorio francese, il ministro sudanese di Giustizia e pubblico ministero Abdel Aziz Shiddu si è precipitato a chiedere agli Usa di togliere il suo paese dalla lista di quelli che sponsorizzano il terrorismo. La richiesta, però, è stata rigettata, a riprova del fatto che Khartoum non è ancora in grado di scrollarsi di dosso l'etichetta di regime inavvicinabile con cui è stato bollato dalla comunità internazionale. Gli Stati Uniti vogliono l'estradizione di almeno una dozzina di terroristi e quella dell'ambasciatore dell'Iran a Khartoum, accusato di aver fatto parte della drammatica vicenda della cattura degli ostaggi nella sede dell'ambasciata americana a Teheran nel 1979.

Allora quali sono le implicazioni politiche della collaborazione franco-sudanese? La connection ha influito sugli equilibri di potere all'interno del Fin. L'ala radicale di Taha ne esce rafforzata poiché può vantare gli effetti positivi della sua strategia di espansionismo islamista negli altri paesi africani. Infatti tale strategia, che minacciava gli interessi francesi, alla fine ha costretto Parigi ad aprire trattative con Khartoum con benefici per entrambi.

Ma l'ala radicale di Taha non era favorevole all'estradizione di Carlos, considerata un'operazione a rischio. Che di fatto ha causato un sacco di guai avendo reso di patrimonio pubblico informazioni confidenziali sulla collaborazione franco-sudanese. Turabi, che invece sosteneva l'opportunità dell'estradizione, si è cosi trovato in posizione perdente in seno al Fin, a tutto vantaggio di Taha. Tant'è vero che subito dopo la consegna di Carlos alla giustizia francese il capo della delegazione governativa che partecipava ai colloqui di pace tra governo e Spla, sotto gli auspici dell’Igadd (Autorità intergovernativa per il controllo della desertificazione e dello sviluppo; iniziativa sostenuta dai presidenti di Kenya, Uganda, Eritrea ed Etiopia), è stato sostituito da un'altra persona vicina alle posizioni di Taha. Risultato: l'8 settembre scorso a Nairobi (Kenya), la delegazione di Khartoum ha rifiutato tutti i risultati che erano stati conseguiti nei precedenti colloqui.





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