Alex Zanotelli - Cambiare con i nuovi handicap

Dal mensile "Partecipazione" maggio-giugno 1996 della Comunità di Capodarco


Non e' sufficiente rimanere ancorati semplicemente a vecchi schemi. Ormai si stanno profilando tutta una serie di nuovi handicap impressionanti. Lo scorso anno sono stato invitato a Manila a un incontro promosso dall'Organizzazione Mondiale della Sanita' per vedere che cosa si poteva rinnovare all'interno dell'Oms. Visione condivisa anche dal dottor Populin, un italiano, responsabile del settore dell'handicap che aveva capito perfettamente che moltissime cose in venti-trent'anni erano cambiate.

Facendo parte del Community Base Rehabilitation, il vecchio programma delle Nazioni Unite, si era reso conto che quello che lui riteneva handicap era cambiato, nell'aspetto e nei contenuti, che quello che negli anni Settanta poteva essere emblematico era passato e che questo programma aveva avuto successo soprattutto nei Paesi impoveriti in un contesto rurale. Quando Populin e' venuto a Korogocho e' rimasto costernato: sentir parlare di handicap in un luogo rurale e' ben diverso che parlare dell'emarginazione presente nelle grandi periferie urbane del Terzo mondo. Non parliamo solo da handicap fisico.

Anche un ragazzino drogato che vive di colla sniffando dalla mattina alla sera, una bambina che si prostituisce, diventano presto portatori di nuove forme di handicap. E allora ecco la domanda che lui si poneva. Come fare per intervenire? Ci siamo trovati a Manila in dieci esperti provenienti da tutto il mondo, gente che lavorava direttamente in baraccopoli: alcuni venivano dal Brasile, ne e' venuto uno da New York, ce n'erano quattro cinque dall'Asia, due dall'Africa, e abbiamo cercato di ragionare su questo argomento. Hanno accertato innanzitutto la presenza di innumerevoli nuovi handicap. La sfida che ha lanciato Populin e' di costruire le comunita' a partire da queste nuove forme di handicap, dai nuovi emarginati. E' davvero una bella idea e puo' essere uno dei grandi soggetti per cambiare la storia.

Se gli handicappati, se tutti gli emarginati della storia si riunissero, non potrebbero costruire la comunita' laddove non esiste? Rimango sempre piu' convinto che il deserto che ci attende in questi prossimi cinquant'anni sara' molto duro da attraversare, non penso che sara' facile resistere. A me non impressiona piu' tanto, abbiamo ragionato anche a lungo sulla morte di Alex Langer. Sono stato sulla sua tomba, proprio perche'- volevo cercare di capire, ho parlato con il fratello, con il parroco.

Langer puo' costituire per tutti noi una lezione grande, perche'- Alex non si sarebbe impiccato se avesse avuto alle spalle una piccola comunita' cui riferirsi, con cui condividere quello che sentiva. Da solo non ce la faceva. Sono convinto che volesse lottare contro questo sistema con le armi di questo sistema. E non ce la facciamo, ne veniamo travolti a nostra volta. Quindi ritengo fondamentale e fondante la dimensione della contemplazione, non come evasione, ma come appropriazione del trascendente, della spiritualita', della profondita' di campo, del mistero, datele tutti i nomi che volete. Se voi non avete questa dimensione ho paura che, soprattutto nella traversata di questi cinquant'anni che a detta degli scienziati diventeranno decisivi per la vita o per la morte dell'umanita'.

E la contemplazione ci porta essenzialmente, per me, come credente, alla Parola. Mi scuserete anche qui se saro' molto chiaro, molto terra-terra. Quando giro per quest'Italia e vedo tante esperienze religiose, ho la netta impressione di trovarmi davanti a una schizofrenia religiosa che fa spavento. Un sacco di movimenti religiosi che sono pura alienazione religiosa, ma non sono spiritualita' fondata sulla Parola. La Parola e' talmente chiara per chi si dice credente nella tradizione ebraico-cristiana, e' di una chiarezza sconvolgente. Ho chiesto a tantissimi gruppi, come il Gruppo Abele, di tradurre parecchi dei testi che vengono dalle comunita' di resistenza degli Stati Uniti.

E' dal cuore dell'impero che sta nascendo una nuova spirit ualita', una nuova dinamica di lettura della realta' partendo dalla Parola, dove partendo da una solida base biblica, hanno avuto la capacita' di leggere e di capire i segni dei tempi. Il cuore di questa tradizione sta in un sogno, il sogno di Dio, di Gesu', di Mose', che nasce in un impero. Nasce in Egitto un impero costruito su tre dimensioni fondanti: un'economia di opulenza, che permetteva a pochi di avere tutto a spese dei molti morti di fame, che domandava necessariamente una politica di oppressione legittimata dalla religione di un Dio schiavo del sistema. Non pensavate mica che le piramidi fossero state costruite dai faraoni? O che il Colosseo a Roma fosse costruito dai Cesari? Mi dicono che la Roma imperiale contasse circa un milione di persone, il novanta per cento delle quali erano schiavi.

La religiosita' e' parte del sistema, Dio benedice il sistema. La cosa scoppia proprio in Egitto dove c'e' un "fighetto", quello che io chiamo "quel bel fighetto di Mose'", uno sfighettato di quelli giusti. Ha vissuto nel palazzo di Faraone, si era anche preso un bel nome egiziano, Tutmoses, o qualcosa del genere, e quando un giorno s'era accorto che aveva fatto qualcosa si e' messo paura, e' scappato si e' preso una bella ragazzina, ha fatto tre figli, e il fighetto e' finito.

Ma e' il cuore di Javhe'- che dice "ho udito il grido del mio popolo" mica Mose', e' Dio, Dio che ascolta il grido di chi soffre in quell'Egitto, di chi e' usato come schiavo dal potere faraonico, e Dio riportera' quel suo fighetto li', in Egitto. Dio si chiama Javhe', e Javhe'- e' il rifiuto di darsi un nome, perche'- Dio si rifiuta di darsi un nome, Dio non ha un nessun nome, e quando Mose' cerchera' di vederlo, non vedra' nulla perche'- non puoi metterti Dio in tasca, Dio non e' il Dio del sistema, e' il Dio delle vittime del sistema, e Mose' in Egitto comincia a leggere la realta' dalla parte di Dio, e Dio vuole l'opposto del sistema: vuole un'economia di eguaglianza,che vi domanda una politica di giustizia. Il cuore dell'Esodo e' tutto qui, ecco la spinta, ecco la vera rivoluzione, il cuore di tutto, nel deserto la piccola tribu' di Mose', probabilmente i Leviti, ha fatto quest'esperienza che poi si e' saldata con quella delle altre tribu' che erano in Canaan e forse vivevano un'esperienza del genere, ed e' nato qualcosa di radicalmente nuovo, l'esperienza di un popolo che tenta di applicare questo concetto dell'economia di eguaglianza che domandava loro una politica di giustizia, che chiedeva una religione del dio libero. Questo e' il cuore. Con Salomone e' gia' tradito.

Salomone ritorna in Egitto, ritorna a un'economia di opulenza. Questo vi domanda una politica di oppressione, e' Salomone che prendera' le figlie di Israele nel suo harem,prendera' i figli di Israele e li mettera' nell'esercito per difendere le sue ricchezze, prendera' la gente alla corve'- e la fara' lavorare ai suoi palazzi: e sara' Salomone che vi costruira' il tempio. Quando Davide vorra' costruire il tempio a Dio e Dio gli rispondera' "In nome di Dio, in nome mio tu vuoi costruire a me un tempio? Io sono stato un Dio nomade, con voi, cosa vuoi costruirmi?" E sara' Salomone a costruirgli un tempio fuori dal palazzo reale e il re potra' entrare decisamente nel tempio a dirgli "eccomi mio Signore". Non c'e' piu' quel Dio in quel tempo Dio, e' gia' fuori, con le vittime, ed ecco allora i profeti, ecco allora il loro grido, di rabbia, di protesta, allora capite tutta la profezia.

La profezia in Israele e' stato il continuo ricordo di questo sogno tradito. Dio non vuole imperi, vuole ben altro. E allora capite Gesu', che non e' un bell'angioletto che svolazzava per la Galilea.





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