CECENIA Missione di Pace 18 maggio - 3 giugno 2000 DOSSIER DI CARLO GUBITOSA - ASSOCIAZIONE PEACELINK c.gubitosa@peacelink.it - www.peacelink.it/cecenia ===================================================================== BOZZA PROVVISORIA Per pubblicare questo testo o parte di esso e' necessario chiedere conferma all'autore in merito alla possibilita' di utilizzo del materiale, scrivendo all'indirizzo c.gubitosa@peacelink.it oppure telefonando al numero 0349.2258342 Sono gradite osservazioni, suggerimenti e correzioni, da segnalare all'indirizzo di posta elettronica o al numero di telefono riportato in precedenza. 13 giugno 2000 ===================================================================== INDICE PREMESSA CRONOLOGIA DELLE DUE GUERRE IN CECENIA - 1989/2000 PARTE I - I PERCHE' DELLA GUERRA L'EREDITA' DI ELTSIN DOPO LA PRIMA GUERRA LA GUERRIGLIA E LE BANDE ARMATE LA "GUERRA SANTA" DELL'ISLAM IN CECENIA LA LOTTA PER L'UNITA' DELLA RUSSIA QUANTO SANGUE COSTA UN LITRO DI BENZINA ? UNA GUERRA SU MISURA PARTE II - VIAGGIO IN CECENIA ARRIVO IN RUSSIA DA MOSCA AL CAUCASO LE CONDIZIONI DEI PROFUGHI I RACCONTI DEI PROFUGHI GROZNY LA SITUAZIONE ATTUALE Le Nazioni Unite Gli osservatori internazionali. I mezzi di informazione Crimini di guerra LE PROSPETTIVE PARTE III - UNO SGUARDO ALL'ITALIA - CONSIDERAZIONI PERSONALI APPENDICE: FONTI, DOCUMENTI E ARTICOLI UTILIZZATI PER QUESTO DOSSIER ===================================================================== PREMESSA Quando ho iniziato la realizzazione di questo dossier, la mia intenzione era semplicemente quella di denunciare la violenza subita dalla popolazione civile della Cecenia e la nostra indifferenza di fronte a questa violenza, ma andando piu' a fondo nei complessi meccanismi della guerra in Cecenia mi sono reso conto che la mia denuncia, per risultare credibile, avrebbe dovuto prendere in considerazione anche i "perche'" e non solo i "come" della guerra. La realta' in cui mi ero immerso era molto piu' complicata di quanto credessi, e per fare ordine in questa complessita' si e' fatto strada in me il bisogno di un'analisi di tipo storico e politico. Parlare solo dei profughi, senza interrogarmi sulla storia del loro esodo e sulle scelte politiche che hanno trascinato migliaia di persone in una guerra che non hanno voluto, mi e' sembrato uno sterile atto di pietismo che non consente una vera rimozione delle cause di questo conflitto che ancora oggi continua a mietere vittime. Purtoppo credo che ogni analisi storica e politica risenta inevitabilmente della percezione della storia e della politica di chi la scrive, e il mio timore e' stato quello di realizzare un documento che potessere essere giudicato come un documento "di parte" e non sufficientemente obiettivo. Consapevole di questo rischio, ho cercato di realizzare il dossier sulla Cecenia cercando di dividere nettamente la mia analisi politica dalla mia esperienza concreta, le cose che ho visto e sentito dall'interpretazione che ne ho dato a posteriori, i fatti oggettivi dalle opinioni personali. Nell'era dell'informazione globale di fronte ad ogni guerra c'e' bisogno anche di buon giornalismo, di qualcuno che si chieda perche' la guerra accade anziche' descrivere semplicemente la cronaca di guerra presentando una serie di fatti slegati tra loro. E' per questo che non sono riuscito a raccontare semplicemente come stanno i profughi o cosa fanno i russi, ma ho sentito l'esigenza di capire perche' i profughi stanno cosi' e perche' i russi hanno scatenato questa guerra. Quello che state per leggere e' il frutto delle mie notti insonni passate a scartabellare appunti durante il mio soggiorno in Caucaso, mentre cercavo di esorcizzare l' angoscia e l'impotenza davanti all'insensatezza della guerra cercando di capire, facendo domande, incrociando le informazioni di articoli e comunicati, rileggendo gli appunti presi durante il giorno nei campi profughi e nel corso degli incontri con gli operatori umanitari. Con quello che ho scritto tuttavia non pretendo assolutamente ne' di aver fatto necessariamente del buon giornalismo, ne' di dare risposte definitive o interpretazioni universali. Entrando nel cuore di una guerra ho imparato a diffidare di chi pretende di spiegarti un conflitto con una cartina, un righello, una mappa geopolitica e qualche brillante considerazione. La prima cosa da capire di una guerra e' che non si riuscira' mai a capirla fino in fondo. Cio' nonostante, spero che con tutti i limiti congeniti alla nascita di questo dossier la mia esperienza e le mie riflessioni possano essere utili a tutti coloro che vorranno avvicinarsi ai problemi della Cecenia e del Caucaso, se non altro per iniziare a maturare dei dubbi, delle domande e delle curiosita', ingredienti indispensabili per comprendere davvero qualsiasi vicenda umana. Carlo Gubitosa ===================================================================== CRONOLOGIA DELLE DUE GUERRE IN CECENIA - 1989/2000 A cura di Carlo Gubitosa. Per le fonti utilizzate si rimanda all'appendice. 1989-1991 Con la caduta del muro di Berlino, inizia un processo di disgregazione dell'Unione Sovietica. Diversi territori dell'Unione proclamano la loro indipendenza e l'autonomia dal governo centrale di Mosca. Il 23 novembre 1990 iniziano in Cecenia i lavori di una conferenza nazionale. La conferenza si svolge nella capitale cecena, Grozny, dove si riunisce un gruppo di delegati in rappresentanza di tutti i gruppi etnici della Cecenia. Al termine dell'incontro, il 25 novembre del '90, i delegati della conferenza proclamano la separazione della Cecenia dall'Unione Sovietica, con una "dichiarazione di indipendenza e sovranita'" ratificata all'unanimita' dal parlamento della Repubblica Cecena il 27 novembre dello stesso anno. Nell'agosto del 1991, Dzokar Dudayev, un ex generale dell'aviazione sovietica, sale al comando della Cecenia grazie ad un colpo di stato. Il 27 ottobre la conquista del potere da parte di Dudayev viene ufficializzata da un referendum con cui il popolo ceceno approva la dichiarazione di indipendenza del novembre '90 e assegna a Dudayev la presidenza della Repubblica Indipendente Cecena con l'84% dei voti. Il 2 novembre il parlamento sovietico dichiara illegale l'elezione di Dudayev. Alla mezzanotte del 31 dicembre 1992 l'Unione Sovietica si scioglie ufficialmente. Il 13 marzo '93 viene firmato il trattato che stabilisce la nascita della Repubblica Federale Russa. La Cecenia rifiuta l'appartenenza alla Federazione Russa e decide di non firmare il trattato. Il 2 aprile '93 il presidente Dudayev scioglie il parlamento, accentrando tutto il potere nelle sue mani. Si cerca di promuovere un referendum per dare ai ceceni la possibilita' di esprimersi sul "potere unico" del presidente, ma Dudayev stronca sul nascere il tentativo del referendum con l'intervento dei carri armati. Nei mesi seguenti la tensione in Cecenia cresce notevolmente, con un'escalation di violenza tra le forze fedeli al presidente Dudayev e quelle contrarie al suo potere. Da Mosca iniziano ad arrivare i primi segni di insofferenza. Il 9 dicembre '94 il presidente Boris Eltsin autorizza un intervento armato contro la Cecenia, e l'11 dicembre i carri armati della Federazione Russa iniziano la loro avanzata verso Grozny. Vengono impiegati 40.000 soldati, appoggiati da aerei ed elicotteri. Il 19 gennaio '95 l'esercito russo entra a Grozny conquistando il palazzo presidenziale. La citta' viene brutalmente devastata, con migliaia di vittime tra la popolazione civile. A maggio i vertici militari russi dichiarano di aver conquistato le citta' principali e 2/3 del territorio ceceno. Cio' nonostante, nei mesi successivi inizia una delle piu' grandi sconfitte nella storia militare della Russia. Gli attacchi dei ceceni costringono al ritiro le truppe della federazione, che cercano un accordo con i guerriglieri. Il generale russo Aleksandr Lebed si incontra a Khasavjurt, in Daghestan, con Aslan Maskhadov, portavoce della repubblica Cecena, per la firma di un accordo di pace. Maskhadov, ex capo di stato maggiore del'esercito ceceno, verra' eletto presidente il 27 gennaio '97, prendendo il posto di Dudayev, ucciso il 21 aprile '96 nel corso di un attacco aereo, e sostituito da Zelimkhan Iandarbev fino all'elezione di Maskhadov. Il 27 agosto 1996 la firma dell'accordo di pace pone fine al primo sanguinoso conflitto tra la Cecenia e la Federazione Russa, una guerra durata 21 mesi e pagata con la vita di piu' del 10% della popolazione cecena e di circa 70 mila soldati russi. L'accordo di pace dell'agosto '96 non e' tuttavia sufficiente per risolvere definitivamente la questione cecena. il testo firmato a Khasavjurt da Lebed e Maskhadov prevede semplicemente un periodo di 5 anni per definire lo statuto della Cecenia, e le posizioni delle due parti in conflitto rimangono inconciliabili: Mosca continua a non riconoscere la sovranita' della Cecenia e gli indipendentisti, in virtu' del loro parziale successo militare contro le truppe della Federazione Russa, sono sempre piu' decisi nei loro propositi di distacco dalla federazione. Nei mesi successivi all'accordo di pace la violenza in Cecenia non accenna a diminuire, a causa della crescente attivita' di alcune fazioni estremiste dell'esercito. Nell'estate del 1998 queste tensioni esplodono in una vera e propria battaglia tra le truppe regolari e i gruppi armati legati al fondamentalismo islamico. L'esercito regolare riesce ad avere la meglio, e il presidente Maskhadov annuncia di voler imporre forti restrizioni sulle attivita' delle milizie estremiste, ma pochi giorni dopo viene ferito in un attentato dove perdono la vita le sue guardie del corpo. L'8 agosto '99 le milizie di Shamil Bassaev invadono la repubblica del Daghestan, cercando di instaurare uno "stato islamico" attraverso un raid militare. Costretti in un primo momento a ritirarsi, gli uomini di Bassaev compiono un altro fallimentare tentativo a settembre. Nell'autunno del '99 le citta' di Mosca, Volgodonsk, Buinaksk e Vladikavkaz sono sconvolte da una serie di attentati dinamitardi nel corso dei quali perdono la vita circa 300 persone. Le esplosioni vengono immediatamente attribuite a "terroristi ceceni". Il 23 settembre '99 la Russia da' il via ad una nuova campagna militare contro la Cecenia, con una serie di attacchi aerei. Il primo ottobre le truppe russe entrano nel territorio ceceno, e il 16 dello stesso mese inizia l'avanzata verso Grozny. Il 23 ottobre le truppe russe chiudono la frontiera tra la Cecenia e l'Inguscezia, negando ai profughi l'unica via d'uscita. A novembre gli Stati Uniti accusano la Russia di violazione delle convenzioni di Ginevra, e in autunno anche Amnesty International pubblica un rapporto sulla situazione in Cecenia, in cui si richiede "che il governo russo rispetti il diritto internazionale umanitario in materia di protezione di civili durante conflitti armati". Il 6 dicembre '99 Boris Eltsin lancia un ultimatum agli abitanti di Grozny: hanno a disposizione cinque giorni di tempo per evacuare la citta'. Il 18 dicembre le truppe russe entrano a Grozny, e la citta' si trasforma in un enorme campo di battaglia. Una lunga serie di raid aerei riduce la citta' a un cumulo di macerie. Durante i bombardamenti su Grozny, mentre migliaia di vittime civili vengono colpite senza pieta', l'Italia ratifica, con le leggi 398 e 397 del '99, due accordi firmati nel 1996 in merito alla cooperazione militare con la Russia. Dal 31 marzo al 4 aprile 2000 Mary Robinson, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, visita l'Inguscezia, il Daghestan e la Cecenia, e il 5 aprile, al termine della sua visita presenta un rapporto dettagliato alla commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in cui vengono descritte testimonianze oculari di omicidi di massa, bombardamenti di colonne di profughi e altre palesi violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie della Federazione Russa. Nel rapporto vengono segnalate anche le violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie cecene ai danni della popolazione civile durante l'invasione del Daghestan. ===================================================================== PARTE I - I PERCHE' DELLA GUERRA L'EREDITA' DI ELTSIN Per comprendere pienamente il contesto sociale e politico che fa da sfondo alla seconda guerra in Cecenia e' necessario innanzitutto allargare l'orizzonte a tutta la Federazione Russa e all'eredita' politica lasciata al paese da Boris Eltsin e dal suo clan. La costituzione adottata dalla Federazione Russa nel 1993, con un referendum definito truccato da molti osservatori, ha fatto da cornice legale ad un potere autoritario e centralistico, concentrando tutti i poteri nelle mani del presidente. In base a questa costituzione l'attivita' del Parlamento e' fortemente condizionata dalla minaccia permanente di un possibile scioglimento da parte del presidente, e la stabilita' del governo, anch'esso nominato direttamente dal presidente, e' direttamente proporzionale alla sua docilita'. Il forte accentramento dei poteri nelle mani dell'entourage presidenziale e' stato il terreno fertile in cui si e' sviluppata la corruzione e il malgoverno di questa "democrazia di carta", dove i diritti dei cittadini sono perfettamente tutelati sulle carte dei documenti ufficiali, ma allo stesso tempo questi diritti faticano a trovare una realizzazione pratica da parte delle istituzioni. Ai diritti di carta non corrispondono dei diritti concreti, applicati nella vita quotidiana delle persone a tutela dei cittadini. Un'altra delle conseguenze di questa politica centralista e accentratrice e' stata la "privatizzazione" dell'economia, intesa come gestione privata e personalistica da parte del presidente delle attivita' economiche del Paese, una gestione spesso mirata alla conquista di benefici personali o all'accrescimento del potere politico. Interi settori dell'economia e del commercio interno ed estero sono stati concessi a gruppi locali di potere distribuiti su base territoriale, in cambio del loro appoggio politico. Nella regione del Caucaso questo sistema di gestione delle attivita' economiche ha fatto si' che i vertici del Cremlino, in cambio del sostegno al loro potere, chiudessero un occhio sulle attivita' illecite dei clan locali, che in virtu' del loro appoggio politico potevano liberamente spartirsi le attivita' economiche piu' redditizie (banche, petrolio, armi, droga, caviale, alcol, tabacco). Questo "patto dannato" tra i notabili di Mosca e i gruppi di potere locali ha provocato una progressiva perdita di potere e autorita' delle istituzioni federali e locali, che diventavano sempre piu' incapaci di imporre l'efettiva applicazione delle leggi. A fare le spese di questa illegalita' diffusa sono stati soprattutto gli strati piu' deboli della popolazione, esclusi dal colossale giro di affari che legava il mondo politico ai gruppi di potere locali. L'assenza di ordine e di controllo, la mancanza di legalita' e il banditismo diffuso hanno portato nel breve periodo dei benefici economici per una parte ristretta della popolazione legata ai traffici dei clan locali, ma nel lungo periodo questa "assenza di stato" e di giustizia ha inasprito le tensioni economiche e sociali, esponendo i giovani alle tentazioni del nazionalismo o dell'integralismo islamico, che per molte persone rappresentano tuttora una delle poche risposte concrete al crescente disagio sociale e al bisogno di stabilita'. Va sottolineato che il fenomeno del banditismo, l'affermarsi della legge del piu' forte al di sopra delle leggi federali, l'aumento della delinquenza e dei traffici illeciti non sono fenomeni ristretti alla sola Cecenia o al Caucaso, ma sono ormai un male diffuso in tutto il territorio della Federazione, un male che in Caucaso e in Cecenia si e' purtroppo espresso in forma cronica. La seconda guerra in Cecenia affonda profondamente le sue radici in questo sistema e nell'assenza di uno stato di diritto e di una legalita' che siano all'altezza dei principi democratici stabiliti sulla carta. Da parte loro, i governi occidentali hanno rifiutato sistematicamente di prendere in considerazione qualsiasi informazione sul livello di corruzione e illegalita' della societa' russa. Il caso piu' eclatante e' forse quello di un rapporto della Central Intelligence Agency (CIA) rispedito bruscamente al mittente dal vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. DOPO LA PRIMA GUERRA Dopo aver analizzato il contesto politico, legale e sociale della Federazione Russa, alla luce delle strategie adottate dal clan di Boris Eltsin, e' necessario capire quali sono state le particolari condizioni che in Cecenia hanno aggiunto al disagio e all'illegalita', presenti anche negli altri territori della federazione, l'esplosione di un violento conflitto armato. Le origini della colossale ondata di violenza che ha devastato la Cecenia sono molteplici, e sarebbe semplicistico ridurre un problema cosi' complesso ad una "guerra partigiana" per la rivendicazione dell'indipendenza e dell'autonomia di un territorio. Gli interessi legati a questa guerra hanno davvero ben poco a che vedere con la lotta per la liberta'. La II guerra in Cecenia e' un intreccio complesso di molteplici tensioni che attraversano tutto il Caucaso, e che in Cecenia hanno trovato un punto di convergenza e di coagulazione, esplodendo in forma violenta. In base ai documenti che ho esaminato, ai colloqui effettuati con gli operatori umanitari coinvolti nell'emergenza cecena e in base alle esperienze personali vissute a Mosca, in Cecenia e in Inguscezia, ho individuato cinque fattori che, a mio giudizio, sono stati gli "ingredienti" esplosivi che miscelandosi tra loro hanno provocato in Cecenia l'esplosione di questo conflitto tremendo e sanguinoso. Queste componenti del conflitto possono essere descritte brevemente come l'affermarsi in territorio ceceno del potere delle bande armate, la crescente influenza del fondamentalismo islamico nella regione, l'importanza strategica del Caucaso per la Russia, i forti interessi economici legati al transito del petrolio negli oleodotti, la necessita' di creare un "nemico esterno" per affermare con il pugno di ferro l'autorita' del potere centrale di Mosca e dell'"uomo forte" chiamato alla guida del paese. LA GUERRIGLIA E LE BANDE ARMATE Per capire l'effettiva natura dei gruppi armati della Cecenia e il loro ruolo nell'esplosione della guerra bisogna fare un passo indietro fino al termine della I guerra in Cecenia, il 27 agosto del 1996. In questa data il generale russo Aleksandr Lebed incontra Aslan Maskhadov per la firma dell'accordo di pace che pone fine alla guerra 1994/96. Maskhadov incontra Lebed in qualita' di rappresentante della Cecenia su mandato di Zelimkhan Iandarbev, che aveva sostituito il presidente Djokhar Dudaev ucciso il 21/4/96 nel corso di un attacco aereo. Nei mesi che vanno dalla firma dell'accordo di pace all'elezione di Maskhadov come presidente della Cecenia l'assetto politico e militare del paese si delinea chiaramente. Ogni fazione dell'esercito sfrutta a proprio beneficio l'assenza di una autorita' in grado di mantenere il controllo della situazione, e in attesa delle elezioni presidenziali ognuno prende per se' tutto il potere che riesce a conquistare. L'esercito si spacca in una moltitudine di piccole bande armate, che rappresentano gli interessi del proprio capobanda anziche' quelli della popolazione. In questa galassia di fazioni militari, nate dalla frammentazione dell'esercito, si possono distinguere tre componenti: gruppi moderati sinceramente indipendentisti, legati alla figura di Maskhadov, bande armate che nascondono dietro la lotta per l'indipendenza i loro traffici criminali e mafiosi (i cui proventi finiscono in gran parte a Mosca), milizie legate al fondamentalismo islamico e guidate da Shamil Bassaev, Amir Khattab e altri leader. Saranno proprio le componenti islamica e banditesca dell'esercito ad impedire la stabilizzazione della Cecenia, e a preparare il terreno di illegalita' e violenza che Mosca ha "seminato" in seguito a suon di bombe. Il 27/1/97, quando Maskhadov viene eletto presidente della Cecenia, ormai i giochi sono fatti: le bande armate hanno gia' affermato il loro potere su tutto il territorio ceceno, e stabilito le loro rispettive zone di influenza. Anche dopo la sua elezione Maskhadov puo' fare ben poco per modificare questi equilibri di forze, stretto tra le aspre critiche dei moderati, che gli rimproverano la sua mancanza di intransigenza contro le forze estremiste dell'esercito, e l'impraticabilita' di uno scontro frontale contro queste forze. Nell'estate del 1998 queste tensioni esplodono in una vera e propria battaglia. L'esercito ufficiale ceceno riesce ad avere la meglio sui gruppi armati islamici, e il presidente Maskhadov annuncia di voler imporre forti restrizioni sulle attivita' di questi gruppi, ma pochi giorni dopo viene ferito in un attentato dove perdono la vita le sue guardie del corpo, ed e' costretto a ridimensionare i suoi propositi di opposizione contro le fazioni estremiste dell'esercito. A partire dalla firma dell'accordo di pace del 1996 gli interessi delle bande armate cecene si scontrano con quelli di Mosca, che vorrebbe affidare il controllo delle attivita' in Cecenia ai propri uomini di fiducia. Man mano che i gruppi militari ceceni diventano sempre piu' potenti, questo conflitto di interessi continua a inasprirsi. Uno dei fattori che ha contribuito all'esplosione della violenza in Cecenia e' proprio questa macroscopica "guerra tra gang" dove la posta in gioco nello scontro tra bande e' il controllo delle attivita' economiche e commerciali di una intera regione geografica. La popolazione civile e' stata solo una pedina sacrificabile di questo scontro, schiacciata in mezzo a sporchi giochi di potere. In questa chiave di lettura i traffici illeciti delle fazioni estremiste dell'esercito ceceno hanno rappresentato un vero e proprio tradimento di quello spirito indipendentista che ha animato molti giovani guerriglieri nella guerra 1994/96, uno spirito strumentalizzato dai capibanda dei gruppi armati per raggiungere obiettivi che non hanno niente a che vedere con la liberta', l'indipendenza e la tutela della popolazione cecena. Questi assassini travestiti da partigiani non si sono fermati nemmeno davanti alla prospettiva di un nuovo e sanguinoso conflitto pur di salvaguardare a tutti i costi i propri interessi. Il protrarsi di una situazione di conflitto armato in Cecenia torna a tutto vantaggio di questi "signori della guerra", che riescono a gestire con piu' facilita' i loro traffici, disponendo di un potere vessatorio che utilizzano a danno delle popolazioni inermi. LA "GUERRA SANTA" DELL'ISLAM IN CECENIA Oltre alla violenza delle bande armate e delle fazioni estremiste dell'esercito, un'altra causa della guerra e' legata al fondamentalismo islamico, una potente benzina che in Cecenia alimenta costantemente il fuoco della violenza. In Cecenia e nel vicino Daghestan sono molte le organizzazioni politiche e i gruppi armati che fanno riferimento all'Islam; il gruppo fondamentalista che negli ultimi anni ha acquisito la piu' grande potenza economica e militare nella zona del Caucaso e' quello degli "wahhabiti", che devono il loro nome alla setta islamica puritana della penisola arabica fondata nel XVIII secolo dal predicatore Mohamad Ibn Abdelwahhab. I wahhabiti del 2000 sono dei gruppi armati che hanno tra i loro leader Shamil Bassaev e Amir Khattab, due capi militari che dietro il loro fondamentalismo religioso nascondono interessi inconfessabili legati ad attivita' illecite. Khattab, dopo un periodo trascorso in Afghanistan, approda in Cecenia negli ultimi mesi della prima guerra, e inizia a reclutare il suo esercito personale di milizie islamiche, che al termine della guerra diventera' una delle fazioni piu' potenti delle forze armate. Bassaev inizia la sua carriera militare nel 1992, quando l'Abkhazia da' il via ad una guerra di indipendenza contro la Georgia. Dopo la guerra diventa addirittura vice-ministro della difesa di Abkhazia, presumibilmente grazie ad una collaborazione con il GRU (Glavnoe Rasvedivatelnoe Upravlenie), il servizio segreto militare russo. I rapporti tra Bassaev e il Gru sono stati ampiamente documentati nella ricostruzione della guerra in Abkhazia fatta nel febbraio 2000 da Piotr Prianishinikov, sul settimanale "Versija". Le "relazioni pericolose" di Bassaev includono anche esponenti di spicco del mondo dell'alta finanza di Mosca, come ad esempio Boris Berezovski, finanziere vicino alla famiglia Eltsin, che ha pubblicamente ammesso di aver elargito dei finanziamenti a Bassaev per le sue attivita'. Bassaev, Khattab e le loro milizie islamiche ricevono fondi dall'Afghanistan, dal Pakistan e da organizzazioni clandestine del medio oriente, ma altri finanziamenti ai gruppi armati wahhabiti arrivano anche da Mosca. Bassaev ha piu' volte invocato la "jihad", la guerra santa islamica, come soluzione definitiva ai problemi della Cecenia e del Caucaso in generale, facendo leva sugli strati piu' deboli della popolazione. Molti giovani ceceni sono stati attratti dalle seduzioni del fondamentalismo islamico e hanno cercato nell'Islam, oltre al loro stipendio di soldati, quell'ordine, quella stabilita' e quella sicurezza che non riuscivano a trovare altrove, senza sapere che i loro stessi comandanti avrebbero contribuito all'esplosione di una nuova guerra, strumentalizzando la loro aspirazione a migliori condizioni di vita e distruggendo il loro sogno di una societa' piu' giusta e pacifica retta dalla "sharia", la legge islamica. Nell'estate del 1999 Bassaev e Khattab danno il via ad una campagna militare in grande stile, un raid sul Daghestan fallimentare, insensato e provocatorio, compiuto all'insaputa e senza il consenso del Presidente Maskhadov. Per incoscienza o per calcolo, le milizie islamiche regalano a Vladimir Putin un ottimo pretesto per stringere ancora una volta il pugno di ferro della Federazione Russa attorno alla Cecenia. E' importante chiarire che le truppe islamiche di Bassaev e Khattab non sono affatto dei gruppi di partigiani che lottano per la liberta' e l'indipendenza dei ceceni. Si tratta invece di una ristretta minoranza all'interno del paese, una minoranza purtroppo molto potente e ben armata, che non rappresenta assolutamente ne' la popolazione della Cecenia ne' l'esercito regolare, che si e' trovato a dover combattere suo malgrado una guerra provocata da altri. L'8 agosto 1999 Bassaev e Khattab, alla testa del loro esercito, invadono la repubblica del Daghestan, cercando di instaurare uno "stato islamico" nei territori di frontiera tra Cecenia e Daghestan, un obiettivo che non ha nulla a che vedere con la tutela della popolazione cecena o con l'affermazione della sua indipendenza, ma che riguarda unicamente le mire espansionistiche e la sete di potere dei fondamentalisti islamici. Dopo un primo tentativo, fallito per l'opposizione della popolazione locale all'invasione islamica, la "guerra santa" riparte a settembre, e anche il secondo tentativo fallisce miseramente. Il primo ottobre le truppe russe entrano in Cecenia per dare il via, con il pretesto della "lotta al terrorismo", ad un folle massacro di civili inermi. LA LOTTA PER L'UNITA' DELLA RUSSIA Un'altra delle partite attualmente in gioco sulla scacchiera del Caucaso e' quella per la repressione delle velleita' separatiste in Cecenia e in altre regioni della Russia. Dopo la disgregazione dell'Unione Sovietica, anche nella Federazione Russa iniziano a manifestarsi i sintomi di una possibile frammentazione, che i vertici del Cremlino stanno cercando di impedire con tutti i mezzi a loro disposizione, in nome dell'unita' della "Grande Russia". Per la Russia perdere il controllo sulla Cecenia non significherebbe solamente rinunciare ad un territorio di grandissima importanza strategica, ma sarebbe anche un pericoloso precedente, un "cattivo esempio" per altre regioni che potrebbero decidere di seguire le orme della Cecenia avviandosi verso il separatismo, l'autonomia e il distacco dalla Federazione. Un taglio netto del cordone ombelicale che lega la Cecenia alla Russia potrebbe scatenare una reazione a catena, alimentando le velleita' separatiste di territori islamici come il Tatarstan, il Bashkortostan e il Daghestan, o di zone buddiste come la Kalmukkia e la Burjatia. La guerra in Cecenia e' stata anche questo: uno straordinario "collante" che ha scongiurato, o piu' probabilmente solo rimandato, il pericolo della disgregazione di una federazione corrosa al suo interno dal malgoverno, dalla corruzione e dalla criminalita'. QUANTO SANGUE COSTA UN LITRO DI BENZINA ? La guerra in Cecenia e' stata anche una guerra per il controllo delle "vie del petrolio" nel Caucaso, una guerra con cui la Russia ha voluto rispondere all'"affronto geopolitico" rappresentato dalla recente costruzione di nuovi oleodotti che consentirebbero dei "percorsi alternativi" per il trasporto del greggio dal mar Caspio al Mediterraneo. Il transito del petrolio e del gas naturale che viaggiano dal Caspio per raggiungere l'Europa e' stato da sempre in mano alle grandi compagnie petrolifere della Russia, grazie al controllo dell'oleodotto che collega Baku, citta' situata in Azerbaigian sulle rive del Caspio, a Novorossijsk, che si affaccia sul mar Nero. Fino a pochi mesi fa questa "pipeline", rimessa in funzione nel novembre 1997 dopo un compromesso con le autorita' cecene, era l'unica via di transito per il petrolio e il gas naturale, e garantiva alla Russia un monopolio di fatto nel settore energetico, che costituisce il 23% delle esportazioni e il 12% del prodotto interno lordo della federazione. Il 17 aprile 1999 l'apertura di un nuovo oleodotto ha modificato radicalmente l'equilibrio geopolitico della zona, creando una nuova via di transito per le risorse energetiche, un percorso che attraversa territori autonomi al di fuori della Federazione, su cui la Russia non ha un controllo diretto. Questa nuova "pipeline", che parte da Baku per raggiungere Supsa, porto della Georgia sulle rive del mar Nero, ha di fatto aperto una prima breccia nel monopolio russo. Oltre ad avere una valenza economica e geopolitica, questa nuova "via del petrolio" ha anche una forte valenza militare, poiche' l'oleodotto Baku-Supsa rientra di fatto nel sistema di sicurezza Nato, grazie ad una alleanza militare regionale tra Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia, i cosiddetti "stati del GUAM", dal nome delle iniziali dei paesi. Questi stati hanno richiesto una stretta cooperazione con la Nato, che ha accolto favorevolmente la proposta di un intervento nella zona per difendere il nuovo oleodotto, dal momento che i paesi dell'alleanza atlantica avrebbero tutto l'interesse ad estromettere la Federazione Russa dal giro di affari legato al transito del petrolio e del gas naturale. L'oleodotto Baku-Supsa non e' l'unica minaccia agli interessi della Russia nel settore energetico. Nel novembre 1999 Turchia, Azerbaigian e Georgia hanno annunciato la firma di un accordo per la costruzione di una "via turca" del petrolio, che in futuro dovrebbe collegare Baku al porto turco di Ceyhan, che affaccia direttamente sul mediterraneo. Anche questo oleodotto sarebbe automaticamente collocato nel sistema di sicurezza della Nato, e i consorzi che presiedono alla sua realizzazione hanno previsto investimenti per 7 miliardi di dollari. L'elenco dei principali finanziatori del progetto comprende, oltre ai governi della Turchia e dell'Azerbaigian, anche Eni, Chevron, Shell e Unocal. Tra le cause del secondo conflitto in Cecenia c'e' anche lo scontro tra gli interessi della Russia e quelli delle potenze occidentali che si sono unite agli stati del GUAM per il controllo del transito del petrolio. In questo scontro la Cecenia e' un territorio di fondamentale importanza strategica, situato su uno degli snodi chiave della linea Baku-Novorossijsk, un punto di passaggio che la Russia non puo' permettersi assolutamente di perdere se vuole restare in gara per la supremazia nel settore energetico. La prima risposta della Russia all'affronto geopolitico rappresentato dai nuovi oleodotti e' stata questa campagna militare che ha sottomesso con la forza un "pezzo di oleodotto" che minacciava di andarsene per conto proprio. Un'altra risposta alle nuove rotte del petrolio che aggirano la Russia a sud sara' probabilmente il completamento di un nuovo oleodotto russo, la cui costruzione e' iniziata nel maggio 1999, che trasportera' fino a Novorossijsk il petrolio estratto in Kazakistan sul lago Tenghiz. UNA GUERRA SU MISURA L'aspetto piu' inquietante di questa guerra e' la possibilita' che l'offensiva scatenata contro la Cecenia sia stata una forma perversa di "campagna elettorale", progettata freddamente a tavolino e costruita sulla pelle di migliaia di civili, per creare attorno a Vladimir Putin, uomo di fiducia di Eltsin, il consenso di cui aveva bisogno per conquistare la presidenza della Federazione. Oltre allo sconfinamento in Daghestan delle milizie islamiche, un altro pretesto con cui si e' cercato di legittimare la seconda guerra in Cecenia e' stata la "lotta al terrorismo" intrapresa dalla Russia nell'autunno '99, in seguito alla serie di attentati dinamitardi che ha causato circa 300 vittime nelle citta' di Mosca, Volgodonsk, Vladikavkaz e Buinasks. E' opinione diffusa che questa serie di attentati, e il conseguente bombardamento della Cecenia, possano far parte di una "strategia della tensione" russa con la quale il clan di Boris Eltsin ha cercato a tutti i costi di conservare il potere. La guerra in Cecenia nata dalla lotta al terrorismo potrebbe essere un conflitto contro un nemico esterno creato ad arte per distogliere l'attenzione da altri gravi problemi che affliggono la federazione: instabilita', assenza di ordine, corruzione. L'improvvisa ascesa della popolarita' di Putin, che si e' posto davanti agli elettori come l'"uomo forte" in grado di mantenere l'unita' della federazione e di reprimere il terrorismo, potrebbe essere proprio la diretta conseguenza della creazione artificiosa di questo "nemico esterno" che ha risvegliato nella popolazione il desiderio di un leader forte in grado di imporre l'ordine e la giustizia con il pugno di ferro. In questo processo anche i mezzi di informazione russi hanno giocato un ruolo fondamentale. La campagna militare contro la Cecenia e' stata accompagnata da una campagna di disinformazione altrettanto massiccia e sistematica, che ha portato alle stelle il consenso verso le "maniere forti" di Putin alimentando l'odio e la paura dei russi nei confronti dei ceceni, dipinti come una popolazione composta unicamente da criminali e terroristi spietati. In un rapporto dell'autunno '99 Amnesty International ha espresso la sua preoccupazione perche' la risposta del governo russo agli attentati dinamitardi "sembra essere una campagna per punire un intero gruppo etnico" "Dite all'Italia che non siamo dei terroristi". Parlando con i profughi ceceni ammassati nei campi dell'Inguscezia ho sentito questa frase molte volte, e ogni volta ho ripetuto che fortunatamente l'equazione "ceceno uguale terrorista" non era ancora radicata nell'opinione pubblica italiana. Purtroppo in Russia questa campagna di criminalizzazione mediatica ha avuto un pieno successo. La protesta contro la seconda guerra in Cecenia e' stata molto piu' debole della protesta contro il primo intervento armato, in occasione del quale una larghissima fetta dell'opinione pubblica aveva manifestato la sua disapprovazione verso la guerra. Questo effetto e' dovuto anche e soprattutto all'azione dei mezzi di informazione, a cui e' mancata la capacita' o la volonta' di distinguere tra la popolazione cecena nella sua interezza e una minoranza di gruppi armati e terroristici Per quanto riguarda l'ondata di attentati terroristici che ha fatto da preludio alla guerra, allo stato attuale delle cose non ci sono prove che questi attentati siano stati organizzati ad arte per favoorire l'ascesa di un potere autoritario. E' un dato di fatto, tuttavia, che Vladimir Putin ha indubbiamente saputo sfruttare a proprio vantaggio lo stato d'animo creato nell'opinione pubblica dalle esplosioni terroristiche, indipendentemente da chi abbia commissionato e progettato queste esplosioni. Anche se non si dispone ancora di prove incontrovertibili, esistono tuttavia alcuni elementi degni di essere presi in considerazione per capire meglio il collegamento tra gli atti terroristici dell'autunno '99 e la guerra in Cecenia. Il 29 ottobre '99 David Satter, membro dello Hudson Institute e della Scuola di studi internazionali avanzati della John Hopkins University, in un articolo apparso sul "Washington Times" affermava che "via via che l'investigazione procede, la possibilita' che le esplosioni siano state pianificate da elementi della leadership russa diventa piu' plausibile". A gennaio del 2000 il giornale inglese "The Independent" ha pubblicato inoltre la confessione di Aleksei Galtin, un ufficiale del Gru secondo il quale il servizio segreto militare russo sarebbe coinvolto negli attentati terroristici dell'autunno '99. Un altro indizio inquietante e' contenuto in un articolo di Giulietto Chiesa pubblicato su "la rivista del manifesto" nel numero di maggio 2000. Secondo la ricostruzione fatta da Chiesa tutti gli attentati dinamitardi sarebbero stati effettuati utilizzando exogene, un esplosivo impiegato dalle forze armate russe per la nuova generazione di proiettili d'artiglieria. Gli investigatori hanno affermato che per ogni bomba era stata utilizzata una quantita' di exogene variabile tra i 200 e i 300 chili. Oltre alle quattro esplosioni effettivamente avvenute, le autorita' russe hanno dichiarato di aver scongiurato l'esplosione di altre cinque bombe. Risulta quindi che gli attentatori avrebbero utilizzato almeno 1800 chili di exogene, un esplosivo che in Russia si produce unicamente nella fabbrica di Perm, situata negli Urali. Come abbia fatto un gruppo di terroristi ceceni a trafugare 18 quintali di esplosivo da una fabbrica top secret e a portare tranquillamente in giro per varie citta' della Russia tutto questo esplosivo, rimane tuttora un mistero. Molti esponenti di ONG e organizzazioni umanitarie con cui ho parlato durante il mio soggiorno in Russia e in Cecenia mi hanno confermato la possibilita' che la serie di attentati dell'autunno '99 sia stata una provocazione realizzata da persone estranee alla guerriglia cecena. Ho avuto inoltre la possibilita' di esaminare un rapporto interno di una organizzazione non governativa, che evito di nominare per ragioni di sicurezza e di tutela delle fonti, un rapporto nel quale e' scritto testualmente che "ci sono alcune prove circostanziali del coinvolgimento dei servizi segreti russi nell'organizzazione degli attentati terroristici che hanno ucciso piu' di 300 persone". Questi sospetti, condivisi da numerosi giornalisti e analisti politici, sono diffusi anche tra la gente comune. Commentando questo insieme di indizi che collegano gli attentati dinamitardi ai servizi segreti russi, Giulietto Chiesa ha rilevato che "forse si e' trattato di una coincidenza. Ma se e' stato cosi', si deve dire che e' stata una coincidenza davvero fantastica. Forse non e' stata una coincidenza, e allora bisogna tenersi forte, perche' gente che si spinge fino a questi lidi e' capace di compiere ogni crimine, perfino quelli che l'uomo comune non e' in grado nemmeno di immaginare". Nel frattempo le indagini per individuare i responsabili degli attentati sono a un punto morto. A mesi di distanza dalle esplosioni, non si sa neppure se le autorita' di Perm hanno ritenuto opportuno aprire un'inchiesta nei confronti dei responsabili della fabbrica di exogene. La Russia, intanto, sembra avviata ad un ingresso trionfale nell'Unione Europea. Mentre scrivo queste righe Vladimir Putin e' stato ricevuto con tutti gli onori dal Vaticano e al Quirinale, e la cooperazione economica e militare tra l'Italia e la Russia va a gonfie vele. In occasione della visita di Putin in Italia, Don Renato Sacco, consigliere nazionale di "Pax Christi" e parroco di tre paesini della provincia di Verbania, ha indirizzato una lettera alle massime autorita' dello stato denunciando "chi ha fatto della guerra in Cecenia il suo trampolino di lancio politico, interno e internazionale, e ora viene ricevuto a Roma con tutti gli onori". Nella sua lettera Don Renato ha proposto inoltre che fossimo invitati anche noi all'incontro con Putin, in quanto "unica presenza italiana" in Cecenia. In effetti, un incontro diretto con Putin e Ciampi forse sarebbe un onore troppo grosso per me, e confesso che avrei un certa perplessita' a partecipare a questo incontro, soprattutto se l'etichetta diplomatica mi imponesse di stringere delle mani sporcate col sangue di migliaia di vittime civili. Per il momento, come ricompensa da parte dello stato per la mia presenza in Cecenia mi accontento delle seimila lire al giorno che mi spettano come paga in quanto obiettore di coscienza. ===================================================================== PARTE II: VIAGGIO IN CECENIA Il 18 maggio 2000 ho iniziato il mio viaggio in Russia e in Cecenia assieme ad altri tre volontari dell'"Operazione Colomba", il corpo civile di Pace nonviolento nato all'interno della Comunita' "Papa Giovanni XXIII" di Rimini. ARRIVO IN RUSSIA In un precedente viaggio esplorativo i ragazzi dell'Operazione Colomba avevano gia' preso contatto con Antonio, un ex prete operaio milanese che da piu' di 20 anni lavora per la Caritas russa, e che anche in questo secondo viaggio di Pace e' la nostra "base di appoggio" in Russia. Antonio e' ormai specializzato in quello che lui definisce l'"import - export" di stranieri, un modo colorito per descrivere il lavoro di supporto logistico con cui favorisce i movimenti di molti operatori umanitari, che grazie a lui riescono a raggiungere ogni angolo della Russia in cui ci sia bisogno di aiuto. La prima cosa di cui ci parla e' la qualita' dell'informazione sul Caucaso fatta dai mass media italiani, un'informazione che definisce "tendenziosa e non verosimile" in quanto distorta dagli interessi economici e geopolitici delle grandi potenze del mondo, che in Caucaso stanno giocando una partita importantissima dal punto di vista strategico, economico e militare. Nei giorni precedenti alla nostra partenza per il Caucaso Antonio ci aiuta ad organizzare una serie di incontri a Mosca con alcune persone che si stanno occupando della questione cecena. Il primo incontro e' con Eduardo, corrispondente da Mosca di un quotidiano portoghese, che ci parla della situazione attuale della Cecenia. Il giorno successivo incontriamo Rendt, il coordinatore dei progetti di assistenza medica che la sezione olandese dell'organizzazione "Medici Senza Frontiere" sta realizzando in Cecenia. Rendt ci parla dei grossi problemi legati alla sicurezza degli operatori umanitari e del personale della sua organizzazione, problemi che si presentano non solo in Cecenia, ma anche nella vicina Inguscezia, territori dove fino allo scoppio della seconda guerra il rapimento degli stranieri a scopo di estorsione era allo stesso tempo lo "sport nazionale" piu' diffuso e l'attivita' economica piu' redditizia. Quello dei rapimenti e' un problema molto serio, tenuto in grande considerazione da ogni organizzazione umanitaria che opera in Inguscezia o in Cecenia. Anche se la guerra in corso ha temporaneamente rallentato i sequestri, tutti si aspettano una nuova ondata di rapimenti da un momento all'altro, e durante il nostro soggiorno in Inguscezia avremo modo di verificare direttamente questo stato di allerta, osservando il numero delle guardie armate che circondano gli operatori umanitari stranieri. "The most dangerous place in the world for foreigners", il posto piu' pericoloso del mondo per gli stranieri. E' questa la definizione del Caucaso secondo Rendt, che ci mette in guardia anche dalla possibilita' di abusi da parte delle autorita' militari e dal banditismo. I problemi burocratici rappresentano un altro notevole ostacolo per chi opera in Cecenia e in Inguscezia. E' piu' o meno facile ottenere dei documenti per essere autorizzati a entrare in Cecenia, ma e' impossibile avere la certezza che questi documenti ti coprano in ogni situazione. Qualche giorno piu' tardi sperimenteremo di persona il valore aleatorio dei "pezzi di carta", quando, dopo essere entrati in Cecenia gia' tre volte, al quarto tentativo gli stessi permessi che ci hanno consentito di raggiungere Grozny e Urus-Martan non saranno sufficienti nemmeno per superare il primo posto di blocco alla frontiera con l'Inguscezia. Oltre a non consentirci l'ingresso in Cecenia, in quella occasione le autorita' locali hanno anche voluto che ci identificassimo, e dopo aver fatto una fotocopia dei nostri documenti uno di noi e' stato anche interrogato da un funzionario dell'FSB, il servizio segreto federale che ha preso il posto del KGB. Rendt ci illustra anche il meccanismo di funzionamento del sistema di sicurezza adottato da "Medici Senza Frontiere" a garanzia dei suoi operatori, una complessa sequenza di procedure per fronteggiare con risposte immediate qualsiasi tipo di emergenza e per garantire un contatto continuo del personale che opera sul posto con l'ufficio centrale di Mosca. Tornando a casa, dentro di me si fa strada una sensazione di piccolezza rispetto alla grande dimensione dei problemi e alla complessita' delle situazioni. Aver toccato con mano la grandezza della colossale macchina logistica delle organizzazioni umanitarie mi da' l'impressione che la costruzione della Pace sia una cosa per "addetti ai lavori", una attivita' riservata a pochi professionisti. La mia presenza in Cecenia e' stata anche una lotta contro questa impressione, un modo per affermare concretamente che anche le singole persone, senza grandi strutture e con poche risorse economiche, possono dare voce alle vittime delle guerre e far fare un piccolo passo indietro alla violenza, prendendo a cuore una situazione anziche' girare la testa dall'altra parte. La storia non si costruisce nei palazzi, ma per strada assieme alla gente. DA MOSCA AL CAUCASO Dopo la prima serie di incontri a Mosca, un aereo ci porta a Nazran, la capitale dell'Inguscezia, che sara' la nostra "base operativa" per tutti i giorni successivi. A partire da Nazran ci recheremo piu' volte in Cecenia, accompagnati da alcuni operatori umanitari che fanno la spola tra l'Inguscezia e la Cecenia per trasportare aiuti destinati alla popolazione civile. Il nostro "partner locale" a Nazran e' l'associazione Memorial (www.memo.ru), fondata a Mosca dal dissidente russo Andrei Sacharov e da Sergei Kovaliev, un altro dissidente del regime sovietico che attualmente e' deputato del parlamento russo, dopo aver trascorso diversi anni nei campi di concentramento all'epoca di Breznev. Ad accoglierci e' Elisa, una psicologa che trascorre meta' della settimana nei campi profughi dell'Inguscezia assieme ai bambini per curare i traumi provocati dalla guerra, e dedica l'altra meta' della settimana al lavoro principale di Memorial, l'ascolto dei profughi che affidano all'associazione le loro testimonianze sui massacri di civili compiuti durante la guerra, documentando spesso queste violenze brutali con foto e filmati. Memorial ha aiutato anche Mary Robinson, commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, a raccogliere documenti e testimonianze dirette che sono state utilizzate dalla Robinson nel suo rapporto sulla situazione in Cecenia presentato alle Nazioni Unite. I membri di Memorial aiutano anche i profughi a presentare presso la Corte europea di Strasburgo le denunce in merito alle violazioni dei diritti umani subite nel corso della guerra. LE CONDIZIONI DEI PROFUGHI Secondo le stime del ministero russo per le situazioni di emergenza (Emercom) il numero dei profughi attualmente ospitati nei campi dell'Inguscezia si aggira intorno alle 180mila unita'. Qualche migliaio di profughi ha trovato rifugio anche negli altri territori che confinano con la Cecenia, come l'Ossezia o il Daghestan, e parecchie decine di migliaia di persone si trovano nei campi profughi della Cecenia. I campi in Cecenia sono quelli dove il cibo, i vestiti e le cure mediche arrivano piu' difficilmente, poiche' per problemi di sicurezza e per ostacoli burocratici gli operatori umanitari hanno grossissime difficolta' a muoversi all'interno dei confini ceceni. La scarsa liberta' di movimento riduce la frequenza con cui possono essere trasportati gli aiuti e rende molto faticoso raggiungere alcuni villaggi, soprattutto quelli che si trovano nelle zone che non sono ancora completamente sotto il controllo delle forze armate russe, ad esempio i villaggi ai piedi della zona montagnosa situata nella parte sud della Cecenia. Proprio in quelle montagne, infatti, avrebbero trovato rifugio i guerriglieri ceceni, e il trasporto di aiuti umanitari alle popolazioni civili dei villaggi che circondano le montagne e' attualmente una impresa quasi impossibile. Le organizzazioni internazionali presenti sul territorio hanno pochissimo personale estero e utilizzano molto personale locale, proprio perche' gli stranieri sono molto piu' visibili ed e' per loro maggiore il rischio di attentati e rapimenti. Persino l'UNHCR, l'alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, sta cercando di affrontare l'emergenza cecena evitando una presenza diretta sul territorio del personale internazionale e affidando gli aiuti umanitari a referenti locali distribuiti sul territorio. Accanto ai campi "ufficiali", esistono anche numerosi insediamenti spontanei di profughi, che vivono in fabbriche abbandonate, stalle, capannoni o tendopoli che sorgono su territori messi a disposizione da benefattori. Uno degli insediamenti spontanei in cui ci siamo recati, forse quello in condizioni peggiori tra quelli che abbiamo visitato, e' costituito da un gruppo di 2000 persone, che a circa trenta chilometri da Nazran ha occupato un terreno agricolo con una stalla e un capannone. Sia nel capannone che nella stalla sono state costruite delle baracche fatte di pezzi di legno, compensato e alcuni mattoni tenuti insieme alla bell'e meglio con un po' di cemento. Adulti e anziani hanno insistito perche' entrassimo nelle baracche per osservarle dall'interno. Nella stalla il pavimento delle baracche e' rimasto lo stesso impasto nero di terra, fango e sporcizia che prima dell'arrivo dei profughi veniva calpestato dagli animali. In questa fangopoli senz'acqua e senza luce i bambini giocano assieme alle mucche e ai vitelli che i profughi hanno portato con se' durante la loro fuga. Gli operatori umanitari fanno quello che possono, ma purtroppo il loro lavoro e' reso davvero difficile dal grande numero dei rifugiati. Oltre alla solidarieta' delle organizzazioni umanitarie i profughi hanno potuto contare anche sulla solidarieta' spontanea di una parte della popolazione dell'Inguscezia. In diversi casi i rifugiati in fuga dalla Cecenia sono stati ospitati nelle case di alcune famiglie o hanno trovato delle persone che hanno messo a loro disposizione un capannone o un fabbricato dove gli stessi profughi hanno costruito degli alloggi con materiale di fortuna. Nonostante queste forme di solidarieta' spontanea e nonostante la grande mole di lavoro delle organizzazioni umanitarie, si fa ancora fatica a soddisfare tutte le esigenze nate dall'emergenza della guerra e dall'esodo forzato di decine di migliaia di persone. A differenza del Kossovo, la Cecenia non ha una sua "missione Arcobaleno", e le risorse a disposizione per gli aiuti umanitari destinati ai profughi sono ancora scarse e non sufficienti a coprire completamente tutte le necessita'. I profughi che vivono in Cecenia, a differenza di quelli dell'Inguscezia, oltre a subire la conseguenza di questa scarsita' di risorse sono ulteriormente penalizzati a causa della grande difficolta' a muoversi in territorio ceceno. Dopo un inverno passato in condizioni precarie, i profughi stanno iniziando lentamente a porsi il problema del ritorno a casa. Alcuni sono riusciti a fare avanti e indietro dall'Inguscezia alla Cecenia per controllare di persona le condizioni del proprio villaggio o della propria casa, e per il momento sono ancora pochi quelli che sono riusciti a rientrare. Alcuni profughi non hanno nulla a cui tornare perche' molti piccoli villaggi, sospettati di essere dei luoghi di rifugio per i guerriglieri, sono stati interamente rasi al suolo dai bombardamenti. Anche molti abitanti di Grozny non hanno piu' una casa a cui fare ritorno, a causa dell'altissimo livello di distruzione della citta', che dopo due guerre e' ormai quasi completamente ridotta in polvere. Un altro grande problema dei profughi riguarda i documenti. I ragazzini che sono scappati dalla Cecenia prima dei 16 anni non avevano ancora i documenti, e questo rende piu' difficile il loro rientro. Anche una consistente percentuale degli adulti e' priva del passaporto o di documenti validi per il rientro in Cecenia. Molti hanno solo dei pezzi di carta o dei certificati su cui risulta il loro nome, e alcuni non hanno nessun tipo di documento per essere identificati. Tutti hanno perso a causa della guerra almeno un parente, un amico o una persona cara. I bambini sono una percentuale altissima della popolazione dei campi profughi, e sono quelli che hanno maggiormente subito i danni psicologici causati dalla guerra e dalla violenza. Dopo la prima guerra in Cecenia, su una popolazione di circa un milione di abitanti c'erano circa 20 mila bambini che avevano perso a causa della guerra almeno uno dei due genitori. Questa cifra e' purtroppo aumentata notevolmente dopo il secondo conflitto, anche se non ci sono ancora cifre ufficiali. Non si hanno dati certi neppure sul numero dei bambini resi invalidi a causa della guerra. Molti psicologi e operatori con cui siamo venuti in contatto nel nostro viaggio, hanno riscontrato lavorando nei campi profughi assieme ai bambini che le difficolta' piu' grandi sono di tipo psicologico, e per chi e' rimasto in Cecenia il trauma della guerra continua tuttora. Di notte e' difficile dormire a causa del rumore dei combattimenti, e quando l'artiglieria russa attacca i razzi passano sulla testa degli abitanti dei villaggi ai piedi delle montagne, generando continui traumi psicologici. Grazie al lavoro di riabilitazione degli operatori umanitari, alcuni bambini riescono ad avere un aiuto qualificato per guarire dal loro "invecchiamento psichico", ma ogni volta che si fa un passo avanti basta anche il rumore assordante di un elicottero che vola a bassa quota per ritornare al punto di partenza. I RACCONTI DEI PROFUGHI Ad ogni nostra visita nei campi profughi la gente si radunava immediatamente intorno a noi per capire chi fossimo, per parlare con noi, per farci delle domande e condividere con noi tutta la rabbia, la sofferenza, il dolore e l'angoscia accumulate durante lunghi mesi segnati dalla guerra e dalle precarie condizioni di vita. Ho visto una donna venirmi incontro con un bambino di pochi anni, molto timido e restio a farsi sollevare la maglietta. Sotto quella maglietta c'era una cicatrice molto larga e lunga una trentina di centimetri, provocata, stando al racconto della donna, dalle milizie russe. Nello stesso campo profughi un uomo mi indica una donna che cammina con due stampelle. Mi raccontano che quella donna ha perso una gamba e il suo bambino per una bomba caduta vicino a lei proprio nel momento del parto. Sul viso del nostro accompagnatore ceceno, un ragazzo di vent'anni anche lui rifugiato in Inguscezia, si dipinge una smorfia di rabbia. Piu' tardi mi confida che davanti a certe situazioni avrebbe voglia di andare a combattere anche lui contro i russi. Mi chiedo che alternativa sta offrendo a questo ragazzo la comunita' internazionale per soddisfare il suo senso di giustizia in un modo differente dall'"occhio per occhio" della violenza armata. Siamo anche noi che mettiamo questi ragazzi in condizione di non avere altra alternativa che vincere o morire nella guerriglia. I profughi ci hanno raccontato anche dei rastrellamenti effettuati dall'esercito russo nei loro villaggi. Secondo i racconti delle persone con cui abbiamo parlato, basta un segno sulla spalla, un taglio o un livido, magari provocati dal lavoro o dal trasporto della legna, per interpretare quel livido o quella ferita come l'effetto del rinculo del fucile o la conseguenza di un combattimento, ed essere identificato come un guerrigliero. Anche un documento non perfettamente in regola e' sufficiente per essere segnalati come membri delle forze ribelli. E' in questo modo che tanti ragazzi, anche molto giovani, sono stati giustiziati o inviati nei "campi di filtraggio", campi di concentramento che finora nessun giornalista e' riuscito a vedere, ne' tantomeno il commissario ONU per i diritti umani. Tutto quello che si sa dei campi di filtraggio si deve ai racconti dei pochi prigionieri fuoriusciti che sono fuggiti dalla Cecenia per ricevere cure mediche in Inguscezia, e che affermano di aver vissuto in condizioni disumane. "Perche' i paesi pacifici non ci aiutano? Perche' nessuno fa niente per noi ?" E' questo quello che ci chiedono queste persone assetate di speranza. Ci chiedono se qualcuno di noi puo' portare all'estero i suoi bambini per le vacanze, perche' "non e' giusto che solo i bambini di Cernobyl vadano in Italia". Molti di loro sono anche sorpresi per l'arrivo di alcune persone dall'Italia, e ci invitano a tornare. "Vogliamo che gli italiani vengano a Grozny. Era una bella citta', prima che la distruggessero". In un altro insediamento di profughi ci raccontano che i russi avrebbero utilizzato bombe in grado di penetrare nel terreno per parecchi metri, bombe in grado di distruggere le fondamenta delle case e i locali sotterranei dove le persone credevano di trovare rifugio. Dopo alcuni giorni in Inguscezia, due di noi sono riusciti ad entrare in Cecenia per partecipare ad un incontro organizzato dall'amministrazione federale russa per la Cecenia, l'organismo ufficiale che esercita il controllo amministrativo sul territorio per conto delle autorita' federali. A questo incontro, che si svolge ogni settimana nella citta' di Urus-Martan, sono invitati tutti i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie. Dopo il meeting siamo riusciti ad ottenere dalle autorita' il "Propusk", un permesso che in teoria permetterebbe la libera circolazione degli operatori umanitari in Cecenia, in pratica e' solo una chance in piu' di passare un posto di blocco. Grazie a questi permessi siamo riusciti a visitare alcuni campi della Cecenia, tra cui i campi di Sernovodsk e Assinovskaya. Ad Assinovskaya i profughi ci hanno confermato con i loro racconti e le loro testimonianze un episodio riportato anche nel rapporto sulla Cecenia dell'Alto Commissario ONU per i diritti umani. Questi profughi, mentre fuggivano dal centro del paese, hanno incontrato un posto di blocco oltre il quale era impossibile passare, dal momento che la Russia aveva temporaneamente chiuso la frontiera tra la Cecenia e l'Inguscezia. La colonna di profughi, rimasta bloccata tra la frontiera chiusa e l'epicentro dei combattimenti, e' stata costretta a fermarsi e per diversi giorni le persone hanno vissuto per strada dormendo nelle macchine e negli autobus utilizzati per la fuga. Nonostante fossero li' da diversi giorni, e nonostante le autorita' fossero perfettamente al corrente che si trattava unicamente di civili, l'aviazione, stando a quanto affermano le persone con cui abbiamo parlato, avrebbe bombardato a piu' riprese l'intera colonna di profughi. GROZNY Lunedi' 29 maggio siamo entrati a Grozny assieme ad alcuni operatori umanitari che sono in contatto con alcune famiglie della citta'. Subito dopo il primo posto di blocco alla frontiera con l'Inguscezia il paesaggio cambia bruscamente. Ai lati delle strade iniziano ad apparire bunker fatti con sacchi di sabbia, carri armati seminterrati a protezione delle barricate, mezzi cingolati, fortini, torrette e ogni genere di costruzione militare. La strada che da Nazran porta a Grozny e' praticamente un unico posto di blocco, e non si fa in tempo a passare i controlli di un checkpoint che all'orizzonte appare subito un'altra postazione di controllo. Guardando i campi di papaveri schiacciati dai cingoli dei carri armati russi ho pensato subito ai papaveri della "guerra di Piero" di Fabrizio de Andre'. Arrivati a meta' del percorso i soldati ci fanno segno di fermarci. La strada e' bloccata. "They're checking people", stanno controllando le persone, mi spiega l'uomo che ci accompagna. Penso ai racconti fatti dai profughi sui rastrellamenti e i controlli dei documenti nei villaggi della Cecenia, e mi chiedo che cosa stia accadendo al di la' di quel blocco stradale che ci impedisce il passaggio. Dopo piu' di 40 minuti, quando ormai inizio a pensare che saremmo tornati indietro, i soldati ci fanno segno che possiamo ripartire. Anche al ritorno incontreremo un blocco stradale, che ci costringera' ad una deviazione attraverso il villaggio di Ackhoi-Martan. Dal finestrino della macchina guardo le facce dei soldati. Molti sono appena dei ragazzi con il giubbotto mimetico pieno di caricatori della mitragliatrice. Ragazzini con gli occhi freddi e con tanta paura, che non dovrebbero avere in mano un fucile, ci fanno scendere dalla macchina, ci guardano i documenti, fanno la faccia cattiva piu' per abitudine che per convinzione. Guardo questi ragazzi e mi sembra di guardare l'altra faccia della guerra, le altre vittime di questa violenza assurda. Qualche giorno piu' tardi, rientrando a Mosca, capiro' meglio lo sguardo di quei ragazzi, grazie ad un incontro con il comitato delle madri dei soldati russi. Non solo in Cecenia, ma in tutti i "punti caldi" della Russia in cui sono in corso dei conflitti, ragazzi poco piu' che adolescenti vengono mandati a combattere con gravissimi danni psicologici e fisici. La maggior parte dei soldati, rientrando dalle zone di guerra, soffre di gravi disturbi mentali e ha forti problemi di disadattamento. Dopo essere stati dipinti come eroi di guerra dai giornali e dalla televisione, questi ragazzi faticano moltissimo a trovare qualcuno che voglia dargli la possibilita' di lavorare, dal momento che in Russia nessuno prende volentieri ex-soldati alle proprie dipendenze. Lo stato garantisce una buona assistenza medica solo a chi e' ancora dentro l'esercito, e molti ex-soldati rimasti invalidi in battaglia vengono abbandonati a loro stessi senza nessun tipo di cure, con una pensione di invalidita' equivalente a poche decine di migliaia di lire al mese. Il comitato delle madri dei soldati, in occasione delle feste di Natale, ha raccolto le lettere dei soldati impegnati nella guerra in Cecenia, e rientrando a Mosca i volontari del comitato hanno chiamato le famiglie dei ragazzi per leggere le lettere per telefono. Molte madri hanno viaggiato per parecchi chilometri fino a Mosca per entrare in possesso del pezzo di carta scritto dal figlio. Prima di leggere l'assurdita' della guerra tra le macerie di Grozny, la leggo negli occhi di questi soldati bambini, e mi chiedo quale sia la forza maligna che ha il potere di trasformare un ragazzo in un criminale di guerra. Penso a tutte le vittime civili della Cecenia, ai bombardamenti indiscriminati sui villaggi, a tutti i racconti fatti dai profughi, e guardo le armi, le pistole, i pugnali, le granate, le mitragliatrici in mano a soldati molto piu' giovani di me. Dopo una serie infinita di controlli e posti di blocco arriviamo in prossimita' di Grozny. Una lunga colonna di fumo nero ci indica il luogo in cui sorge la raffineria, ormai completamente distrutta. Il fumo, ci dicono, e' provocato da petrolio in combustione che fuoriesce dagli oleodotti bombardati. Raggiungiamo una famiglia in una zona periferica della citta', una famiglia che ha deciso di non muoversi da casa sfidando le bombe e le razzie. L'orto piantato in inverno sta iniziando a produrre dei frutti, e a Grozny mangio le cose piu' buone di tutta la mia permanenza in Russia. L'ospitalita' delle persone e' eccezionale, e quel giorno festeggiamo insieme l'arrivo del gas, che mancava da prima dell'inverno. Mentre ci raccontano dei bombardamenti, guardo i muri della loro casa riparati col fango, e provo allo stesso tempo un senso di ammirazione e di vergogna nel vedere la grande dignita' di queste persone e nel sentirmi ingiustamente privilegiato rispetto a loro. Alcuni vicini mi portano a visitare le loro case danneggiate dalle bombe, e mi chiedo che senso abbia il bombardamento di un intero quartiere residenziale privo di qualsiasi installazione o struttura che potrebbe rivestire un'importanza strategica o militare. Ci spostiamo nel centro della citta'. I controlli sono fittissimi, c'e' un posto di blocco praticamente ad ogni angolo di strada, e il livello di distruzione delle case e dei palazzi e' talmente alto da risultare angosciante e opprimente. Prendo una nota sul mio taccuino: "Fino ad oggi non avevo ancora capito fino in fondo il senso dell'espressione 'cumulo di macerie'. Oggi posso esprimere lo stesso concetto con una sola parola: GROZNY". In mezzo a queste macerie le poche migliaia di persone rimaste in citta' hanno improvvisato una economia primitiva, fatta di bancarelle che vendono pomodori e pesce secco, signore che vendono i cipollotti del loro orto stesi sul marciapiede sopra un fazzoletto, negozietti che espongono i pochi pezzi di carne che riescono ad arrivare in citta'. I palazzi in condizioni migliori sono quelli che sono stati semplicemente bombardati senza essere crollati, e la distruzione della seconda guerra si sovrappone a quella della prima. Ci rechiamo in diversi punti della citta', e ci rendiamo subito conto che non esiste nessuna zona di Grozny che non abbia subito gli effetti disastrosi dei bombardamenti. Alcune case non appaiono distrutte, ma semplicemente incendiate e saccheggiate. Ci raccontano del doppio saccheggio subito da una signora anziana che ha ricevuto in un primo momento la "visita" dei guerriglieri ceceni e in seguito ha dovuto subire una seconda razzia da parte dei soldati russi. La gente, schiacciata in mezzo allo scontro tra truppe russe e guerriglieri, e' semplicemente stanca di tutta questa distruzione assurda. Ci raccontano che adesso le strade sono state "ripulite", ma che nei giorni immediatamente successivi ai bombardamenti il transito delle macchine per strada era impossibile a causa delle macerie e dei cadaveri che ostruivano il passaggio. Tornando indietro sulla strada che ci riporta a Nazran, osserviamo una scritta rossa dipinta dai soldati sul muro di una casa: "Il terrorismo e' la malattia, noi siamo la cura". Una "cura" che ha raso al suolo una citta' di 400 mila abitanti, dove adesso vivono solo poche migliaia di persone. Dopo una seconda serie di controlli ai posti di blocco, rientrando in Inguscezia mi accorgo che vedere una strada libera fino all'orizzonte, senza sbarramenti, barricate o carri armati e' una immagine che mi da' un grande senso di sollievo. LA SITUAZIONE ATTUALE All'interno dei confini della Cecenia non esiste al momento nessuna presenza stabile di volontari o di operatori umanitari, e tutte le organizzazioni che si occupano dell'assistenza ai profughi sono costrette a fare la spola dall'Inguscezia alla Cecenia con viaggi periodici, che iniziano e terminano nella stessa giornata, per fornire assistenza medica e trasportare cibo, medicine e vestiti. Al momento nessuna associazione o organizzazione italiana e' presente in Cecenia o in Inguscezia. Le scarse condizioni di sicurezza, il protrarsi dei combattimenti, l'assenza di una volonta' politica per agevolare il lavoro degli operatori umanitari e gli ostacoli burocratici rendono impossibile una presenza continuativa in Cecenia delle organizzazioni non governative. Le conseguenze di questa ridotta mobilita' e liberta' di azione ricadono in primo luogo sui rifugiati presenti nei campi profughi della Cecenia, che vengono doppiamente penalizzati, sia perche' ricevono aiuti con meno frequenza e con piu' difficolta', sia perche' una presenza stabile di operatori internazionali sul territorio ceceno potrebbe garantire ai profughi condizioni di sicurezza leggermente migliori, con un effetto deterrente che potrebbe impedire eventuali "sbavature" nella condotta dell'esercito russo e vessazioni sulla popolazione civile. Le Nazioni Unite Il World Food Program, l'Unicef e l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), sono le tre organizzazioni che fanno capo alle Nazioni Unite attualmente impegnate nella realizzazione di progetti medici, alimentari, sanitari ed educativi rivolti ai profughi. Anche queste organizzazioni stanno adottando delle modalita'operative che permettono di far arrivare aiuti umanitari in Cecenia senza una presenza fissa sul posto, utilizzando organizzazioni e personale locale incaricato della ricezione e della distribuzione degli aiuti. Gli osservatori internazionali. La presenza di osservatori internazionali in Cecenia, piu' volte invocata dai governi dei paesi occidentali, non e' ancora stata autorizzata dalle autorita' della Federazione Russa. Questa presenza potrebbe garantire ai profughi un notevole beneficio, con il triplice effetto di dare maggiore sicurezza ai civili, ridurre gli abusi dei militari e fornire informazioni dirette e non filtrate sulla situazione della Cecenia, sulle violazioni dei diritti umani e sulle condizioni di vita dei profughi. Oltre alla difficolta' di recarsi personalmente in Cecenia, gli osservatori internazionali delle agenzie di monitoraggio per i diritti umani sono anche fortemente ostacolati dalle autorita' russe. Il 30 maggio 2000 un rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in Cecenia non ha potuto uscire dalla Russia insieme alla ricercatrice che lo aveva realizzato, poiche' e' stato sequestrato all'aeroporto di Mosca in quanto ritenuto "propaganda anti-russa". I mezzi di informazione La Cecenia e' praticamente off-limits anche per i giornalisti e gli operatori dei mass-media. Per loro e' praticamente impossibile lavorare liberamente al di fuori delle rare "visite guidate" in Cecenia organizzate dai militari russi per accontentare la sete di informazioni delle agenzie internazionali. A causa di questa difficolta' oggettiva incontrata dagli operatori dell'informazione, in occidente arrivano informazioni scarse e distorte, prodotte utilizzando fonti polarizzate che non sono in grado di garantire una effettiva obiettivita' ed equidistanza dalle parti in conflitto, una obiettivita' ed una equidistanza che potrebbero essere garantite dalla presenza di giornalisti indipendenti in grado di muoversi con un sufficiente grado di liberta'. Crimini di guerra Le gravi violazioni dei diritti umani avvenute nel corso della seconda guerra in Cecenia sono state documentate in un rapporto del 5 aprile 2000 presentato da Mary Robinson, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, un rapporto passato inosservato sui mezzi di informazione italiani. In questo rapporto, disponibile in rete all'indirizzo www.reliefweb.int, sono documentati gli abusi e le violenze compiuti dall'esercito federale russo e dalle milizie cecene. Per quanto riguarda i russi, nel rapporto vengono raccolte testimonianze dettagliate su esecuzioni di massa in cui hanno perso la vita bambini e anziani, bombardamenti a tappeto su colonne di profughi in fuga, fosse comuni, torture. Il rapporto evidenzia anche le violazioni dei diritti umani commesse a danno della popolazione del Daghestan ad opera delle milizie cecene durante il raid dell'agosto '99. La Robinson sottolinea nel suo rapporto la necessita' di una risposta piu' consistente da parte delle autorita' della Federazione Russa per individuare e processare i responsabili dei crimini di guerra, e auspica una soluzione pacifica del conflitto attraverso un negoziato. Un'altro punto chiave di questo documento e' l'invito fatto alla Federazione Russa per la creazione di una commissione d'inchiesta nazionale indipendente che abbia il compito di indagare sui crimini di guerra commessi in Cecenia, e che dovrebbe collaborare strettamente con la rispettiva commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani. LE PROSPETTIVE La situazione attuale in Cecenia non e' tale da far prevedere una soluzione a breve termine del conflitto. Dal punto di vista militare si e' creato uno stallo con l'individuazione di due nette zone di influenza controllate dalle due parti in conflitto. Il nord e la parte pianeggiante centrale della Cecenia sono ormai completamente presidiate dalle forze armate russe, mentre la zona montagnosa nella parte meridonale viene descritta come la roccaforte della guerriglia. Anche se lo scontro armato non e' piu' cosi' violento come nei mesi precedenti, la guerra continua a mietere quotidianamente nuove vittime tra militari e civili. Il problema dei profughi non e' certamente di facile soluzione, anche in considerazione del fatto che interi villaggi sono stati completamente rasi al suolo, e i sopravvissuti ai raid aerei compiuti su quei villaggi ormai non hanno piu' una casa dove ritornare. Anche per gli abitanti di Grozny il rientro si prospetta difficile e non immediato, dal momento che interi quartieri della citta', soprattutto nel centro, sono diventati un ammasso di rovine e il grado di distruzione e' altissimo. Le aspirazioni dei civili e dei profughi sono ormai lontanissime dalle posizioni dei guerriglieri. L'unico desiderio e' quello di ripristinare la pace e di vivere in condizioni di sicurezza. Per il raggiungimento di una pace dignitosa in Cecenia e' poco realistico sperare che il nostro Paese eserciti delle forme efficaci di pressione sulla Federazione Russa, che vadano al di la' delle semplici dichiarazioni di principio. I legami politici, economici e militari che legano l'Italia alla Russia sono ormai troppo saldi per essere spezzati dal "piccolo contrattempo" rappresentato dal sangue di migliaia di vittime civili, da duecentomila profughi ammassati in Inguscezia e da altre centinaia di migliaia di civili che in Cecenia vivono nel terrore praticamente al limite della sopravvivenza. Le recenti visite diplomatiche effettuate da Vladimir Putin e l'ottima accoglienza ricevuta in Vaticano e al Quirinale non potranno far altro che rafforzare questi legami. L'Eni, Ente Nazionale Idrocarburi, e' attualmente il principale partner industriale e commerciale della Russia, con un flusso annuo di capitali pari a circa 2 miliardi di dollari. Nel corso della sua visita a Roma Vladimir Putin ha piacevolmente chiacchierato con Vittorio Mincato, presidente dell'Eni, del futuro di questa collaborazione. Putin, inoltre, ha appena firmato a nome del governo russo un accordo con Mediobanca per la concessione di una linea di credito da 1 miliardo e mezzo di dollari, destinato a finanziare la creazione di societa' a capitale misto. Il 7 giugno 2000 Putin ha incontrato a Roma anche Gianni Agnelli, Paolo Fresco e Paolo Cantarella per discutere degli accordi commerciali relativi alla produzione di tre modelli Fiat (Palio, Siena e Palio Weekend) nelle fabbriche russe di Nizhnj Novgorod. A questo bisogna aggiungere gli accordi di cooperazione militare con la Russia ratificati a dicembre del 1999 dalla Camera dei Deputati, proprio mentre erano in corso i bombardamenti con cui la Russia ha devastato Grozny e molte altre zone della Cecenia, causando migliaia di vittime civili e centinaia di migliaia di profughi. Quanto vale la vita dei profughi ceceni di fronte a queste colossali manovre ? Una misura del valore economico della vita ce l'ha data un funzionario delle Nazioni Unite che abbiamo incontrato al nostro rientro a Mosca. Molto onestamente e senza mezzi termini ci ha fatto presente un altro dei problemi di sicurezza legati alla presenza di volontari stranieri in Caucaso: "non aspettatevi aiuto dal governo italiano o dall'ambasciata. Se vi accade qualcosa e' molto probabile che decidano di sacrificare la vita di tre o quattro italiani in nome di un quadro piu' grande". Mentre dice queste parole indica la cartina della Federazione Russa, e capisco che i rapporti diplomatici, economici e politici che legano il mio Paese ad un governo che ordina bombardamenti a tappeto su colonne di profughi in fuga fanno davvero parte di "un quadro piu' grande", un quadro in cui la mia vita vale meno di zero. Per la prima volta dal mio arrivo in Russia la paura si fa strada dentro di me. Fino ad allora, soprattutto prima del mio ingresso a Grozny, avevo provato molta ansia, inquietudine e angoscia di fronte ai rischi che correvo e alla sofferenza dei profughi, ma la vera paura, un vuoto nero e orribile che ti riempie il petto, mi aspettava in un tranquillo ufficio di Mosca di una agenzia delle Nazioni Unite. Per la prima volta da quando sono nato ho una misura molto reale e tangibile del valore della vita umana e della mia vita, una piccola vita che per il mio Paese vale meno di Mediobanca, dell'Eni e della Fiat. ===================================================================== PARTE III - UNO SGUARDO ALL'ITALIA - CONSIDERAZIONI PERSONALI La guerra in Cecenia, con le sue migliaia di vittime civili e centinaia di migliaia di profughi, e' tutt'altro che un semplice "problema interno" della Federazione Russa. Gli effetti di questa combinazione esplosiva di interessi criminali, politici, economici, strategici e legati al fondamentalismo religioso possono essere tali da compromettere la stabilita' di tutta la regione del Caucaso e dell'intera Europa Orientale. Anche l'Italia, che ha appena ratificato nuovi accordi di cooperazione militare con la Russia, e' in parte complice di questa situazione: per miopia o per calcolo potremmo renderci conto delle nostre responsabilita' solo quando sara' ormai troppo tardi. Fermandomi a riflettere sulle cause sociali e sul contesto politico che hanno fatto da sfondo alla guerra in Cecenia, sono arrivato alla conclusione che il terreno fertile che ha reso possibile lo scoppio della violenza e' stato un clima sociale caratterizzato, tra l'altro da questi fattori: sensazione di insicurezza dei cittadini dovuta all'illegalita' diffusa, perdita di autorevolezza delle istituzioni, mancanza di partecipazione diretta alla vita politica del paese, perdita di fiducia nelle autorita' dello Stato, assenza o inefficienza degli strumenti preposti alla tutela dei cittadini, in una parola l'assenza o la latenza di quello che in Italia viene definito come "stato di diritto". E' questo il clima che ha permesso ad un potere autoritario di insediarsi stabilmente alla guida della Russia trascinando la popolazione in due sanguinose guerre contro la Cecenia, dove oltre a migliaia di civili hanno perso la vita anche migliaia di soldati russi. In Italia lo stato di diritto si esprime attraverso una fitta rete di strutture e organismi che proteggono e tutelano i cittadini, come ad esempio le istituzioni, la magistratura, le associazioni, le organizzazioni politiche e sindacali, le forze dell'ordine, i servizi di sanita' pubblica, l'istruzione pubblica, le strutture religiose e le varie espressioni della societa' civile. Indubbiamente, anche nel nostro Paese tutti i soggetti dello stato di diritto non sono immuni dalla corruzione, dai problemi dovuti ad una cattiva gestione o dall'influenza dei grossi gruppi di potere politico ed economico. Tuttavia, in Russia e nel Caucaso questa "rete di protezione" dei cittadini si e' smagliata molto di piu' di quanto non lo sia in Italia, e ha lasciato aperti dei buchi dove hanno trovato spazio l'illegalita', il malgoverno, la violenza privata e quella delle istituzioni. Il sintomo piu' chiaro di questa "assenza di stato" e' la mancanza di partecipazione da parte dei cittadini alla vita politica del paese. Sentendosi sempre piu' delusi e sempre meno rappresentati dai loro leader, gli abitanti della Federazione Russa hanno iniziato a perdere le speranze di cambiamento e di giustizia sociale maturate dopo il crollo del regime sovietico. Gettando la spugna e rassegnandosi al meno peggio i cittadini della Federazione Russa hanno delegato ad altri le questioni di politica interna, ritenendo inutile una partecipazione attiva alla politica, dal momento che per molti il passaggio dal regime alla democrazia non ha comportato nessun cambiamento nel tenore e nella qualita' della vita. Questo abbandono della politica e questo disinteresse per la "cosa pubblica" e' stata la condizione fondamentale per un nuovo rilancio del "pugno di ferro" e della potenza militare della Russia. Il giorno stesso dell'elezione di Putin alla presidenza della Federazione, la marina russa ha effettuato tre test con missili balistici, di cui due lanciati da un sottomarino nucleare, per una dimostrazione di forza plateale e gratuita. Aver toccato con mano il clima culturale, sociale e politico che e' alla base della gestione del potere in Russia mi ha fatto apprezzare molto piu' di prima i meccanismi democratici e lo stato di diritto che fortunatamente esistono ancora in Italia, nonostante gli innegabili problemi e le eccezioni a questo stato di diritto rappresentate dalle condizioni delle strutture carcerarie, dall'inadeguatezza delle pensioni minime e da un servizio sanitario che non e' in grado di coprire totalmente i bisogni dei cittadini, soprattutto dei meno abbienti. Dopo aver vissuto qualche settimana a Mosca e in Caucaso, oltre ad apprezzare maggiormente il contesto legale e democratico italiano (pur con i suoi mille difetti) ho capito che la guerra e la violenza non sono cose che ci sono totalmente estranee, che i semi dell'odio sono presenti anche nel nostro paese. Ho maturato la consapevolezza che negli italiani non e' presente nessun "anticorpo" particolare che li renda immuni dall' orrore della guerra. Non siamo un popolo "geneticamente" pacifico, ma rispetto alla Russia abbiamo qualche decennio in piu' di democrazia alle spalle che ci protegge ancora (per il momento) da derive autoritarie o dalla sfiducia totale nelle istituzioni da parte dei cittadini, presupposti indispensabili all'esplosione violenta del disagio sociale. In Italia l'educazione alla Pace e' spesso stata descritta come un educazione all'internazionalismo, all'amicizia con altri popoli, al rispetto delle diversita', alla risoluzione dei conflitti a livello personale. Sicuramente l'educazione alla Pace e' tutto questo, ma tenendo conto della situazione particolare del nostro Paese ritengo che in Italia anche l'educazione civica, l'educazione alla legalita', l'educazione al rispetto delle istituzioni, l'educazione alla cittadinanza attiva e alla partecipazione diretta alla gestione della cosa pubblica siano tutte forme di educazione alla Pace, indispensabili per prevenire esplosioni di violenza collettiva simili a quelle che hanno trascinato la Russia e la Cecenia in un nuovo inutile massacro. In questo l'Italia ha avuto due grandi maestri: Aldo Capitini, con i suoi "centri di orientamento sociale", dove i bisogni e le aspirazioni dei cittadini trovavano spazi per esprimersi, per progettare nuove soluzioni e per incontrare le istituzioni, e Danilo Dolci, che con i suoi "scioperi al contrario" e le lotte per la dignita' dei lavoratori contro lo strapotere della Mafia ha saputo risvegliare la coscienza civile di moltissime persone. L'ambiente favorevole in cui e' esplosa la guerra in Caucaso era gia' segnato da molti anni dalla violenza, dall'affermarsi della legge del piu' forte, dal banditismo e dall'attivita' mafiosa, che hanno trovato il loro terreno di coltura in uno stato autoritario, privo di garanzie oggettive per i cittadini che corrispondano ai diritti sanciti sulla carta. In questa chiave di lettura, anche nel nostro Paese il disinteresse per la partecipazione politica, il calo dell'affluenza alle urne, il dilagare del qualunquismo che fa comodo a chi vuole mantenere il potere e ha bisogno del minor numero possibile di "teste pensanti", lo svuotamento dei contenuti della politica e la riduzione della dialettica tra i partiti ad uno scontro sterile di tipo calcistico tra due schieramenti opposti sempre meno rappresentativi del paese reale, contribuiscono a creare le condizioni per uno svuotamento dello stato di diritto, che e' il primo passo per la creazione di un regno del terrore simile a quello attualmente presente in Caucaso. Tutti i fenomeni che allontanano la gente da chi dovrebbe rappresentarla sono un serio rischio per la sicurezza, la stabilita' e la Pace nel nostro Paese. Una analisi molto approfondita delle guerre civili e dell'importanza della partecipazione politica per il mantenimento della Pace e' apparsa sul numero 2/1999 della Rivista "Aggiornamenti Sociali", in cui si legge che "L'esigenza piu' universale e' quella della partecipazione politica perche' proprio il monopolio del potere (...) e' solitamente responsabile di molte altre disuguaglianze. (...) Poiche' ogni caso di conflitto che abbiamo preso in considerazione ha alla base una mancanza di partecipazione politica, questa puo' essere considerata una norma universale per tutte le societa' a rischio di guerra". Il miglior antidoto contro l'anarchia mafiosa, la guerra civile e la violenza privata e istituzionale e' la partecipazione diretta alla vita democratica del paese attraverso l'esercizio attivo dei propri diritti di cittadino. I diritti democratici, i diritti civili e i diritti umani non si stabiliscono una volta per sempre su un pezzo di carta, ma vanno affermati, declinati, conquistati e difesi giorno dopo giorno, nella vita quotidiana, sul posto di lavoro, a scuola, in ospedale, nelle strutture sanitarie, negli uffici pubblici e in ognuno dei nostri ambiti di attivita'. La "prevenzione democratica" della violenza e del conflitto sociale nel nostro paese e' un argomento che non compare nell'agenda dei nostri politici. Alcuni sintomi preoccupanti evidenziano un pericoloso cammino in direzione contraria a questa prevenzione, uno scollamento irreversibile della popolazione dal mondo sempre piu' autoreferenziale della politica di palazzo. Negli ultimi anni la classe politica italiana ha sferrato, sia da destra che da sinistra, alcuni duri attacchi allo stato di diritto e alla stabilita' pacifica dell'Italia, sia sul fronte del diritto interno che su quello del diritto internazionale. Mi limito a citare i due casi che a mio giudizio sono piu' emblematici. Dal punto di vista del diritto interno, i continui attacchi verbali e mediatici sferrati dagli esponenti del polo ai danni della magistratura rappresentano a mio avviso una azione pericolosamente eversiva, appoggiata da una campagna mediatica (un esempio per tutti: gli "sgarbi quotidiani") che ha gia' attecchito profondamente in una buona fetta dell'opinione pubblica. In particolare, e' abbastanza grave che un candidato alla presidenza del consiglio abbia passato gli ultimi anni a screditare continuamente il lavoro della magistratura, basando questi attacchi principalmente su presunte "persecuzioni personali" e non su problemi collettivi come la lunghezza dei processi, il collasso del sistema carcerario o le condizioni di vita dei detenuti. Se il leader del partito italiano che gode del maggior numero di consensi da parte degli elettori scredita l'intera categoria dei magistrati e distrugge la gia' scarsa fiducia dei cittadini nei confronti della giustizia e della magistratura, chi potra' impedire che questa sfiducia si estenda anche alle altre strutture dello stato e che la gente cerchi una soluzione dei propri problemi al di fuori delle regole del gioco democratico ? Se si afferma il principio che le vittime di sentenze ingiuste possono farsi giustizia da sole a colpi di dichiarazioni televisive, si accetta in linea di principio che un cittadino possa cercare giustizia da se' al di fuori delle istituzioni. In questo senso va riconosciuto al senatore a vita Giulio Andreotti un buon senso di responsabilita' e un buon rispetto delle istituzioni democratiche. Riconducendo all'interno del tribunale ogni valutazione sulla sua innocenza o colpevolezza, Andreotti ci ha risparmiato la sua "guerra mediatica" contro i suoi accusatori, evitando di strumentalizzare il credito e lo spazio di cui gode presso la stampa e i media italiani per affermare la propria innocenza fuori dal tribunale con una serie interminabile di interviste, dichiarazioni, attacchi verbali. Farsi giustizia da se' utilizzando il proprio potere politico e mediatico rappresenta un grave pericolo per la democrazia, perche' si apre la strada ad una "giustizia extragiudiziaria" simile a quella di chi si fa giustizia da se' a colpi di lupara. Se si cerca giustizia al di fuori delle strutture e delle regole dello stato si crea quell'assenza di stato e quella mancanza di credibilita' nelle istituzioni che sono i semi da cui germoglia l'anarchia, la violenza, il banditismo, la guerra. Socrate ha perso la vita in nome del rispetto della legge. Magari non possiamo pretendere la stessa coerenza stoica anche dai nostri politici, ma perlomeno possiamo pretendere che i nostri governanti alimentino la fiducia nelle istituzioni e migliorino l'efficacia del loro funzionamento anziche' distruggere la credibilita' di uno dei tre poteri fondamentali dello stato. Il secondo grave attentato alle istituzioni democratiche e al diritto internazionale e' rappresentato a mio avviso dalle modalita' e dallo svolgimento della recente guerra nel corso della quale gli aerei italiani hanno bombardato la Repubblica Federale di Jugoslavia. Al di la' di ogni valutazione sul valore etico, sulla utilita', sulla necessita' o sulla opportunita' della guerra, c'e' da dire che questa guerra, giusta o meno che fosse, ha costituito una grave violazione dell'ordinamento interno e del diritto internazionale, sferrando un grave colpo alla credibilita' e all'autorita' delle Nazioni Unite in materia di ingerenza umanitaria. Si e' affermato in linea di principio che una alleanza di 19 paesi puo' farsi giustizia da se' a nome di tutti i paesi del mondo. Per rispettare le regole del gioco democratico e del diritto internazionale, sarebbero bastati tre semplici accorgimenti. Innanzitutto un intervento armato avrebbe dovuto essere subordinato ad una risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Anziche' affrontare alla radice il problema della democratizzazione delle Nazioni Unite, con l'eliminazione del diritto di veto grazie al quale la Russia avrebbe potuto bloccare una risoluzione contro la Jugoslavia (lo stesso veto che rispetto alle violazioni dei diritti umani consente agli Usa di proteggere la Turchia e alla Cina di proteggere se stessa), si e' preferito far decollare i bombardieri senza autorizzazione da parte dell'ONU, svuotando il consiglio di sicurezza della sua autorita' e del suo ruolo di arbitro al di sopra delle parti in merito ai problemi di sicurezza internazionale legati al rispetto dei diritti umani. La seconda cosa da fare per rientrare all'interno delle regole del diritto sarebbe stata far deliberare alle camere lo stato di guerra, anziche' arrogare al governo l'autorita' di deliberare un attacco militare contro uno stato estero. In merito a questa obiezione le giustificazioni presentate sono state due: quello che abbiamo fatto non e' una guerra e un dibattito parlamentare successivo ha legittimato l'azione militare. In merito alla prima obiezione, la discussione sulla definizione del nostro intervento sulla Repubblica Federale di Jugoslavia potrebbe durare all'infinito. Personalmente ritengo che se alcuni velivoli italiani sganciano ripetutamente materiale esplosivo ai di fuori dei confini nazionali, questo tipo di attivita' possa a pieno diritto rientrare nella definizione di guerra. Riguardo al dibattito parlamentare avvenuto a bombardamenti in corso, va detto che l'ordine del giorno di quel dibattito non era la deliberazione dello stato di guerra ma l'approvazione di alcune mozioni in cui si facevano varie proposte per la condotta futura del governo: sospensione dei bombardamenti o "soluzione mista" fatta di bombe e diplomazia. Alla fine ha vinto l'opzione del "doppio fronte" militare e diplomatico, ma cio' nonostante lo stato di guerra non e' mai stato deliberato. La terza violazione del diritto legata a questa guerra e' rappresentata dal ruolo offensivo e non difensivo ricoperto dall'aviazione italiana, un ruolo offensivo che contrasta apertamente con il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie sancito dall'articolo 11 della Costituzione. Mentre la guerra contro la Repubblica Federale di Jugoslavia era ancora in cantiere, in un documento prodotto dal governo, durante la presidenza di Romano Prodi, era stato chiaramente definito il ruolo di "difesa integrata" assegnato alle forze armate italiane, e i vincoli costituzionali che limitavano la possibilita' di azione alla sola difesa. Successivamente, con il nuovo governo guidato da Massimo d'Alema, questo ruolo e' stato progressivamente modificato, e gli aerei italiani hanno effettuato a piu' riprese incursioni aeree e bombardamenti sul territorio della Jugoslavia, secondo quanto ho potuto personalmente appurare da fonti dirette e coinvolte nelle azioni militari. Alla luce di questi due esempi appare chiaro come la destabilizzazione delle istituzioni nazionali e internazionali sia un gravissimo problema per la nostra sicurezza e per il nostro futuro. Subordinare la giustizia nazionale alla sete di giustizia di una singola persona e subordinare la giustizia internazionale alla forza di una alleanza militare sono stati due gravi atti di destabilizzazione che alla lunga rischiano di corrodere dal basso e dall'alto la rete di protezione dei cittadini e le strutture di tutela che oggi fortunatamente riescono a contenere il disagio sociale e i conflitti del nostro paese all'interno delle regole del gioco democratico. In assenza di una forte consapevolezza del rischio di "russificazione" del nostro Paese, nessuno puo' dire cosa ci riserva il futuro, e se l'Italia del 2050 sara' un paese prospero o un deserto distrutto dalla violenza. Il mio viaggio in Cecenia mi ha fatto intravedere un futuro possibile per il mio Paese, i miei cari, la mia gente. Sta a noi fare in modo che quel futuro non si avveri mai. Carlo Gubitosa Rimini/Mosca/Nazran/Grozny/Roma 18 maggio - 13 giugno 2000 ===================================================================== FONTI, DOCUMENTI E ARTICOLI UTILIZZATI PER LA STESURA DI QUESTO DOSSIER "Allarme nel Caucaso". Alexei Malashenko, Le Monde Diplomatique - ottobre 1999 Dossier Cecenia a cura della Caritas Ambrosiana - Area internazionale, Novembre 1999. http://www.caritas.it/Ambrosiana/Cecenia/comunica.htm "Repubblica Cecena, il conflitto risorto". Comunicato della sezione italiana di Amnesty International - novembre 1999. "Disgregazione nel Caucaso e in Asia centrale. Perche' Mosca rilancia la guerra in Cecenia". Jean Radvanyi, Le Monde Diplomatique - novembre 1999. "Tra guerra in Cecenia e catastrofe sociale. A Mosca, una confusa lotta di successione". Boris Rakitski - Denis Paillard, Le Monde Diplomatique - dicembre 1999. "Tra guerra in Cecenia e catastrofe sociale. Gli errori dell'occidente in Russia". Jacques Sapir, Le Monde Diplomatique - dicembre 1999. "Cecenia". Ignacio Ramonet, Le Monde Diplomatique - febbraio 2000. "Lontana Cecenia". Annachiara Valle, Rivista del volontariato - febbraio 2000. "La Russia devasta la Cecenia e l'Italia le vende le armi. Le denunce e le risposte". Agenzia "Adista", 25/3/2000. "Vladimir Putin vince ma non convince". Astrit Dakli, il Manifesto 28/3/2000. "Un'elezione manipolata". K.S. Karol, il Manifesto 28/3/2000. "Guerra, un silenzio di tomba". Editoriale di don Renato Sacco su www.peacelink.it - marzo 2000. "Prima la guerra, poi le elezioni". Jean Radvany, Le Monde Diplomatique - Marzo 2000. "Cecenia, cronaca di tre anni caotici". Isabelle Astigarraga, Le Monde Diplomatique - marzo 2000. "La spia che volle farsi Zar". Luca Leone e Franco Fracassi, Avvenimenti 2/4/2000. "Il conflitto tra Mosca e Grozny. Una guerra lunga otto anni". C.Fab, Avvenimenti 2/4/2000. "Ho visto in Cecenia". Antonio Russo, Avvenimenti 2/4/2000. "Cecenia ancora sotto i raid russi. Risoluzione Onu condanna Mosca: violati i diritti umani". Giovanni Bensi, Avvenire 26/4/2000. "Putin: mano pesante sulla Cecenia". Avvenire 28/4/2000 "Le tre facce della guerriglia. Indipendentisti, l'ala integralista e il banditismo". Giovanni Bensi, Avvenire 28/4/2000 "A chi interessa continuare la guerra". Giovanni Bensi, Avvenire 28/4/2000 "Quanto costa un litro di benzina ? Una guerra in Cecenia !". Achille Lodovisi, Azione Nonviolenta - aprile 2000. "Volontari dell'Operazione Colomba in Cecenia". Daniele Aronne e Andrea Pagliarani, Sempre (Mensile della Comunita' Papa Giovanni XXIII) - aprile 2000. "Situation of Human Rights in Chechnya in the Russian Federation". Rapporto dell'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani del 5/4/2000. http://www.reliefweb.int Cronologia dei conflitti in Cecenia (A cura della Cnn Italia), maggio 2000. http://www.cnnitalia.it/2000/DOSSIER/01/18/chechnya.special/main/index .html "Cecenia, l'invenzione di una guerra". Giulietto Chiesa, la Rivista del Manifesto - maggio 2000. "Cecenia: rapporto Amnesty sequestrato a aeroporto Mosca". Agenzia Ansa, 30 maggio 2000. "Putin e' un affare". Francesco Paterno', il Manifesto 7/6/2000.