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![]() Interlex 14-12-2000
di Marco Mazzei* - 14.12.2000 La campagna
lanciata dall'associazione Peacelink contro la censura in Rete
ha preso spunto da alcune dichiarazioni di Franco Abruzzo: il
presidente dell'Ordine dei
giornalisti lombardo avrebbe sostenuto che la legge sulla
stampa sarebbe stata presto modificata con l'obbligo della
registrazione in tribunale (e quindi la nomina di un "direttore
responsabile") per tutti i siti di informazione. Sempre secondo
quanto riportato, a domanda precisa, Abruzzo avrebbe confermato che il
criterio discriminante sarebbe stato solo la frequenza di
aggiornamento, ovvero la presenza di un flusso continuo di notizie.
Obbligo di registrazione, quindi, per tutti, da corriere.it a peacelink.it
passando per pincopallino.it, nel in caso in cui il signor
Pinco Pallino aggiorni quotidianamente il proprio sito personale con
il resoconto puntuale di quanto accade nel proprio condominio. Quest'ultimo esempio fa sembrare inverosimile la proposta e, nella
sostanza, la rende non realizzabile: nessuno può pensare che un
percorso di questo genere sia la risposta all'esigenza di rendere più
moderna la legge sulla stampa, che è del 1948. Questa legge è in
effetti oggetto di verifica proprio in questi giorni: se ne sta
parlando, però, in un contesto diverso, che non c'entra nulla con
Internet e l'informazione on line. Si parla di modifica alla legge
sulla stampa nell'ambito di una rilettura del reato di diffamazione, e
di diffamazione a mezzo stampa: il 5 dicembre la proposta
di legge n. 7292 (presentata il 13 settembre, Anedda come
primo firmatario) e varie altre collegate sono state rimandate dalla
Camera in Commissione (II giustizia) per la valutazione degli
emendamenti e alcuni altri interventi. In tutti quei documenti, però, non c'è traccia di quell'obbligo
esteso di registrazione, anzi. Si parla, infatti, di
"direttore responsabile o comunque di responsabile della
pubblicazione", che nel caso di siti come Peacelink
sarebbe il presidente dell'associazione o la persona che ha registrato
il dominio. Insomma, se il problema è la modifica alla legge sulla
stampa, il problema non esiste: l'ipotesi fantasiosa che vorrebbe
Pinco Pallino come direttore responsabile del proprio sito non è nei
testi di nessuna proposta. Che poi qualcuno possa desiderare un
percorso del genere, è possibile: si tratta di un rispettabile
pensiero che però non diventerà una norma o una legge. Non sappiamo quale sia la posizione ufficiale dell'Ordine dei
giornalisti, mentre questi giorni sono un po' troppo "caldi"
per chiedere una dichiarazione ufficiale alla FNSI (Federazione
nazionale della stampa italiana, ovvero il sindacato). Esiste tuttavia
all'interno della FNSI un dipartimento che si occupa dell'on line: una
struttura giovane (costituita nell'aprile di quest'anno e del quale il
sottoscritto fa parte) che ha come compito - lo dico in modo un po'
romanzato - mettere un po' di Internet nel sindacato. In questi mesi
la FNSI è stata impegnata nel rinnovo del contratto di lavoro dei
giornalisti: è scaduto da oltre un anno e gli scioperi di queste
settimane nel settore dell'informazione sono legati proprio
all'ennesima rottura delle trattative con gli editori (che, nel caso
specifico, sono la controparte). I punti di disaccordo sono svariati, ma uno riguarda proprio
Internet. La richiesta del sindacato e, in particolare, del
dipartimento on line di cui parlavo, circa le testate telematiche è
che ne venga resa obbligatoria la registrazione. Ecco il punto
centrale: si chiede che sia registrato il Corriere della Sera on
line, ma nessuno si sogna di chiedere la registrazione di Peacelink.
Per il sindacato il problema è evitare che con la scusa della new
economy vengano spazzati via controlli, obblighi e garanzie. Evitare
che grandi editori costruiscano nuove redazioni di testate telematiche
piene di flessibilità varie (collaboratori, stagisti, contratti a
termine) e di figure professionali perlomeno ambigue (editor, content
editor, content manger, publisher, producer),
tutte rigorosamente inquadrate con contratti diversi da quello
giornalistico. Queste nuove redazioni sarebbero totalmente nelle mani
dell'editore e del tutto incapaci di dire anche un solo
"no"; il compito del sindacato è tutelare gli interessi
della categoria che rappresenta e una new economy come quella
descritta rappresenterebbe anche la fine dei giornalisti in quanto
tali. Evviva, penserà qualcuno. E forse molti tra coloro che condividono
l'appello di Peacelink dal quale siamo partiti. Il problema,
però, è che attaccare i giornalisti come categoria in questa fase,
significa sostenere di fatto gli editori, cioè coloro che
l'informazione la controllano davvero. Gli stessi che sono oggetto
della lamentela e delle preoccupazioni di Peacelink. Chi pensa ai giornalisti con antipatia dovrebbe anche andare a
leggersi gli ultimi
contratti: siamo ancora dei privilegiati, ma non più tanto
come forse si crede; dovrebbe anche andare a fare un giro in qualche
redazione, magari lontano dalle scrivanie più importanti: molti
precari, lavoro sempre con l'orologio in mano, stipendi bassi. Non ci
sono certezze, ma i giornalisti devono certamente prendere spunto da
Internet (che, bisogna dirlo, se è una rivoluzione per molti
settori, per chi campa facendo informazione assomiglia più a un terremoto)
per ripensare al proprio ruolo (e ai propri errori); gli editori
dovrebbero ricominciare a pensare alla qualità dell'informazione e
usare il pugno di ferro con chi lavora male. Personalmente, avrei molta voglia di ragionare sulla libertà di
espressione in Rete e non essere costretto a battaglie (che sembrano
di retroguardia, me ne rendo conto) per difendere, per esempio, il
diritto allo sciopero: in questi giorni di scioperi dei giornalisti
molti colleghi sono costretti a lavorare (e molti proprio sui siti on
line) perché la flessibilità della new economy gli impedisce di dire
"no". L'appello di Peacelink è in gran parte
condivisibile, parte da alcune premesse a mio parere errate e non dice
una cosa che, invece, andrebbe detta: chi per scelta, vocazione o
necessità, fa informazione da professionista (cioè, ripeto, campa
facendo quel mestiere) deve essere garantito nella propria
indipendenza. * Componente del Dipartimento on line della FNSI
Associazione PeaceLink
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