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E' indispensabile un direttore alle news on line? Il Manifesto 10-12-2000
Il ministro Franco Bassanini, per coniugare nuove tecnologie e pubblica amministrazione, invece di adeguare la rete alle norme e alle procedure esistenti, ha preferito utilizzare l'esistenza della rete per imporre alla burocrazia di cambiare regole FRANCO CARLINI
Con un eccesso di allarmismo - che non è mai un buon atteggiamento - un appello che circola in rete in questi giorni parla di Peacelink oscurata. L'associazione telematica italiana, protagonista di molte campagne di successo per i diritti di comunicazione e per la pace, in realtà non è stata affatto oscurata, né corre seriamente questo rischio, ma la questione che il suo appello pone è tuttavia seria. Si tratta di questo: un emendamento alla legge sulla stampa, assai appoggiato dall'ordine dei giornalisti, prevede che i siti Internet che diffondono informazione in maniera continuativa siano equiparati a testate giornalistiche, con tanto di registrazione presso i tribunali e nomina di un direttore responsabile.
In sostanza si tratterrebbe di estendere alla comunicazione Internet, per analogia, quanto già oggi è previsto per l'informazione stampata e radiotelevisiva. In fondo la rete è in larga misura una dilatazione al mondo dei bit di attività che già si svolgono nel mondo reale e che già in quello sono regolate: per esempio è reato adescare i bambini ai giardinetti e non ci sarebbe stato alcun bisogno di emettere norme speciali per l'adescamento telematico.
Nel caso dell'informazione, lo scopo storico delle leggi italiane attuali è doppio: garanzia per i lettori e possibilità di reprimere i reati commessi a mezzo stampa. La garanzia deriverebbe dal fatto di affidare la produzione e la confezione dell'informazione a professionisti certificati (i giornalisti, con il loro itinerario formativo e il relativo esame). La repressione si incentra sulla possibilità di individuare il responsabile della pubblicazione, che deve esercitare la vigilanza su quanto viene pubblicato. Quando non si tratti di testate giornalistiche, ma di altre pubblicazioni (un volantino, un depliant pubblicitario) deve essere identificato almeno lo stampatore, di modo che attraverso di lui si possa risalire al committente.
Tutto questo funzionava, sia pure in maniera discutibile, in un mondo dai formati definiti: giornali, riviste e libri, ma già l'arrivo di radio e televisioni ha contribuito a sconvolgere le solide categorie; così per l'ascoltatore della radio non è affatto evidente quali programmi siano prodotti dalle testate radiofoniche giornalistiche e quali dalle reti. Né potrebbe esserlo, perché anche un DJ evidentemente produce e diffonde informazione, pur senza essere iscritto all'albo.
Con la rete Internet le cose si complicano ulteriormente, perché essa è senza confini e perché la possibilità di produrre e mettere in circolazione notizie e idee è alla portata di tutti: sono quasi nulli i costi per farlo, a differenza di quanto avviene per i giornali, le radio e le televisioni. Si è scatenato così un felice caos comunicativo, come ebbe a notare una illuminata sentenza del tribunale di Philadelphia a proposito di una legge sulla censura che l'amministrazione Clinton voleva fosse approvata e che poi venne annullata dalla Corte Suprema.
Per fortuna di tutti noi ogni tentativo di chiudere siti o di controllare il flusso della comunicazione è stato finora impedito dalla struttura decentrata della rete, oltre che da diffusi movimenti di opinione. Questo è un bel passo verso la democrazia, che tuttavia porta con sé dei rischi, come ogni sistema democratico: rischi per i poteri, che non hanno mai amato la critica pubblica dal basso, ma anche rischi per i cittadini, perché essi stessi, mentre possono esercitare un diritto in più, contemporaneamente possono essere vittime di irresponsabili: l'automobile mi offre grandi occasioni di mobilità, ma mi espone ai pirati della strada e agli inquinamenti.
Nel caso della comunicazione Internet i pirati da cui tutelarsi, anche eventualmente con norme e leggi, non sono gli hacker, ma tutti coloro che inquinano l'informazione e le idee per altri fini, per esempio commerciali o di profitto.
Il fenomeno è oramai evidente ed è costituzionalmente favorito dalla leggerezza delle pagine web e dalla assenza di formati riconosciuti. Capita così con una frequenza sempre più alta che i siti commerciali offrano notizie e materiali paragiornalistici (per essere freschi e aggiornati) oppure che nelle testate informative sia sempre più sottile il confine tra informazione e pubblicità.
Uno degli scogli più duri nella trattativa per il nuovo contratto giornalistico è non per caso proprio quello dell'informazione online, dove i grandi gruppi editoriali resistono strenuamente all'idea di usare dei professionisti dell'informazione e di sottoporli a una direzione responsabile. Preferiscono, editori e portali, fruire di collaboratori estemporanei o inquadrati nel contratto del commercio e non già per semplici questioni salariali (perché i soldi non mancano loro), ma proprio per i vincoli di deontologia e di contratto che sindacato e ordine dei giornalisti hanno comunque prodotto come un bene comune, oltre che come una difesa corporativa di se stessi.
Paradossalmente, ma non troppo, la felice anarchia della prima Internet viene impugnata e sventolata dai poteri più robusti. Come nel caso dei cimeli nazisti messi all'asta sul sito di Yahoo!, la battaglia per la libera circolazione delle idee viene utilizzata per la libera ascesa delle azioni in borsa.
E allora l'informazione dal basso? Quella libera, alternativa, o anche soltanto giocosa? Deve iscriversi all'ordine e registrarsi in tribunale? Questo suggeriscono gli emendamenti all'attenzione del ministro Fassino delineando un eccesso di regolamentazione.
Di per sé la cosa non sarebbe drammatica e l'iscrizione all'ordine, albo speciale dei direttori, è possibile anche per chi non sia giornalista: Rosanna Benzi, la dolce ragazza nel polmone d'acciaio diresse la sua rivista Gli Altri esercitando pienamente il suo ruolo di direttora grazie a tale norma, né alcuno ritenne che per questo fosse meno libera o venduta ai poteri della corporazione.
Tuttavia un altro itinerario si potrebbe seguire, più produttivo. Anziché esportare sull'Internet le norme nate per altri media e in un altro periodo storico, la Rete dovrebbe fornire l'occasione a giornalisti, legislatori e cittadini per chiedersi quali siano le leggi che oggi possano meglio garantire un nuovo e dilatato diritto alla presa di parola. Sì, dilatare la parola giusta, perché il paradosso è che proprio in tempi di software aperti e di reti, le leggi proposte vadano tutte nel senso di restringere anziché allargare.
Si pensi a quanto va succedendo nel commercio: l'Internet impone alle aziende una cura ben maggiore dei loro clienti, perché altrimenti saranno sempre più infedeli, e voleranno dai concorrenti con un colpo di mouse. E così anche in Italia, prima o poi, anche i negozi fisici dovranno accettare la merce in restituzione, i salumieri farsi più gentili e i sindaci rispondere alle e-mail. Si vanno appunto plasmando dei nuovi diritti che oggi diventano concretamente esigibili.
Si pensi al metodo seguito dal ministro Bassanini per coniugare nuove tecnologie e pubblica amministrazione: invece di adeguare la rete alle norme e procedure esistenti, ha utilizzato l'esistenza della rete, per imporre alla burocrazia di cambiare regole. Esattamente lo stesso procedimento va adottato per la comunicazione off e online: la registrazione ufficiale come testata giornalistica per esempio può avere un valore alto nei confronti dei lettori, perché corrisponde a visibilità, assunzione di responsabilità sociale (ben prima che penale). Farla può essere utile, una sorta di etichetta di autocertificazione, ma obbligatorio non dovrebbe essere. La stessa Peacelink, per esempio, si autoregistra di fatto, esibendo la sua struttura, i nomi e i cognomi e i propri bilanci. E' uno dei pochi siti a farlo, laddove il mondo delle aziende commerciali online è pieno di siti misteriosi dai titolari improbabili: di tutti questi dovrebbe essere imposto il tamburino sociale sempre visibile, di modo che sia chiaro chi vende merce, chi vende notizie, chi propone idee. E' una proposta per il consiglio dei ministri.
Ma il diritto all'anonimato deve restare per chi si voglia autodefinire XZQ3 e scherzare sul Grande Fratello e del resto egli è già registrato come titolare del sito, presso l'apposita Autorità dei domini: non c'è bisogno di bolli in più, ma di qualcuno di meno: quando verrà abolita la norma che chiede un facs per attivare un dominio italiano? Chi se ne vuole occupare?
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