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Spettegolare si puo' diffamare no Il Messaggero - 11-12-2000 prima pagina e pagina 12
Spettegolare si puo' diffamare no
di Maurizio Costanzo
CARO Direttore ho letto su questo giornale, negli ultimi giorni, due interventi di Mario Ajello e di Umberto Rapetto, particolarmente severi nel confronti di Internet o, meglio, di alcuni siti Internet: quelli che fanno gossip, che si lasciano andare ai pettegolezzi. Questi interventi, in alcuni aspetti condivisibili, non mi trovano d'accordo completamente e mi inducono ad alcune riflessioni. Cosa si dice in buona sostanza? Serve una regolamentazione che tolga, ai gestori e ai "direttori" dei siti, una impunità che le pubblicazioni soggette a legge o la stessa televisione, peraltro, hanno. L'internazionalità di Internet complica le cose e in America sull'argomento il dibattito è tutt'altro che concluso.
Le regole sono necessarie: valgono per i condomini, figurarsi per un argomento assai più delicato come l'informazione. Si deve ovviare, ci mancherebbe altro, all'uso diffamatorio, come strumento di pressione e di ricatto. Ma non si deve peraltro esagerare in un atteggiamento censorio. Nel mirino dei più ci sono quei siti che fanno gossip, che raccontano cose che sarebbe meglio mantenere a conoscenza ristretta, argomento dì sorriso e di stupore tra i commensali di un ristorante alla moda o tra gli ospiti di un salotto in voga. Credo che questo sia il primo di una serie di problemi che hanno scaldato l'argomento. Chiacchiere, illazioni, sussurri e grida, hanno sempre rappresentato il sale di riunioni mondane frequentate da Vip e semiVip, in ogni campo. Deve apparire insostenibile che queste chiacchiere partano da un sito, o da più siti, per rimbalzare, solo in seconda battuta, tra quelli che sino a ieri ritenevano esserne gli unici, esclusivi aventi diritto.
Ma non basta: per decenni gli argomenti erano di natura sentimental-sessuale. Coppie che scoppiavano, adulteri, tradimenti e paparazzi dai mille teleobiettivi. Enrico Papi fu quello che portò in televisione, con la complicità di Carlo Rossella, allora direttore dei Tg Uno, queste amenità da alcova. Le tempeste ormonali di cui sopra si sono progressivamente rifugiate in un ambito di normalità e, al gossip di cenette appartate e baci rubati, è subentrato quello finanziario-manageriale-industriale. Fanno notizia i padroni del vapore e non più i protagonisti dei jet-set. Questo deve essere apparso intollerabile e da più parti, in questi mesi, si sono levate voci contro quei cronisti che, abbandonata l'osservazione degli sbaffi di rossetto e delle calze autoreggenti, si sono messi sulle tracce dei destini aziendali di un megadirigente o delle acque stagnanti nelle quali versa Tmc.
Noi siamo decisamente avversari delle infamie gratuite, delle diffamazioni tese soltanto a screditare questo o quello, ma siamo favorevoli a far sapere, laddove la notizia risponda a verità, quel che sta accadendo. Ci sfugge il motivo per cui una notizia debba essere appannaggio dei pochi ammessi ad un salotto o ad un giro ristretto di telefonate e non possa andare "on line" a beneficio di chi, sull'argomento, ha qualche interesse. Probabilmente, questi siti birichini, giorno dopo giorno, hanno testimoniato a presunti intoccabili che non lo erano più. Da quel momento un diluvio di risentimenti. Sarebbe perciò più costruttivo ragionare nei termini di una legge che protegga dalla gratuita diffamazione, di rispetto della privacy e di un invito a supposti informatori a farsi un esame di coscienza. Se gli estensori dei siti scrivono, qualcuno li avrà pure informati. Se poi si vuole invocare un giro di vite, chiediamo ufficialmente che il medesimo venga esteso ai salotti e ai ristoranti alla moda. E se qualcuno dovesse ascoltare una conversazione tipo "Mi dicono che ... ", "E lui dove va?", "Pare ... ", corra al primo Commissariato per sporgere denuncia. Naturalmente anonima per un glorioso ritorno alle lettere delatorie di un tempo.
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