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Smentita e richiesta di rettifica dell'Associazione PeaceLink all'articolo
Testate Online - Se esisti, ti registri L'Espresso On-Line 28-11-2000
Alla cortese attenzione della redazione delle "pagine online" de L'Espresso.
Come proboviro dell'Associazione Peacelink nonché membro dello staff tecnico, desidero, a nome della suddetta Associazione, dissentire in parte e chiarire con precisione la nostra posizione, in merito all'articolo di Andrea Benvenuti apparso su "L'Espresso online" col titolo "Se esisti, ti registri".
Innanzitutto, suppongo che il servizio in questione abbia tratto da più fonti il materiale discusso; si parla del nostro sito (nel quale l'appello non è comunque stato "stilato in fretta e furia" bensì attentamente preparato sulla base di fonti estremamente affidabili, e viene costantemente aggiornato), si cita la rete dei centri sociali, s'intravede anche l'avvenuta lettura di qualche "lista di discussione" in cui il tema viene trattato. Infatti, mi preme specificare che la frase citata da Benvenuti come "sinistra profezia" ("con il Web, saranno proprio i giornalisti a scomparire...") non è da attribuirsi a Carlo Gubitosa, né all'Associazione PeaceLink. I membri dell'Associazione PeaceLink sono per la maggior parte avidi lettori di giornali e quotidiani, ragion per cui rispettano e considerano vitale il lavoro dei giornalisti. Lungi da noi, quindi, l'idea di auspicare che la professione giornalistica venga soppiantata dal mezzo telematico, una prospettiva che peraltro ci permettiamo di considerare, allo stato attuale, piuttosto improbabile.
Inoltre, l'intero articolo pone in risalto la "ribellione" di chi si oppone al progetto di legge, un termine più volte sottolineato, e nel suo insieme punta sulla spettacolarità di una visione quasi donchisciottesca della lotta di un gruppo di ragazzi (magari ancora pensati come "hackers" nell'immaginario collettivo?), "ribelli", appunto, contro le alte sfere dell'ordine costituito, piuttosto che presentare il nostro appello come un atto del confronto civile tra due diverse concezioni della libertà di espressione ed informazione. Confronto che auspichiamo possa invece svolgersi "alla pari", tra persone civili e nel rispetto della legalità.
E' proprio perché ci sta a cuore il rispetto della legalità che non intendiamo in nessun caso, come ci è stato pure suggerito, tentare di aggirare una legge del nostro Stato aprendo un sito all'estero. Tecnicamente, sarebbe anche possibile, ma non è per la sopravvivenza del nostro sito che ci battiamo: è da difendere, in ultima analisi, lo stesso concetto di Internet come è sempre stato concepito, di rete di comunicazione aperta e universale. Abbiamo finalmente scoperto qualcosa che unisce persone e popoli superando confini nazionali e di cultura, la "comunicazione globale" che potrebbe contribuire a una maggiore comprensione tra le culture arrivando perfino, in prospettiva, a diminuire conflitti e incomprensioni. Ad alcuni, potrei forse sembrare un utopista, ma è realtà da qualche anno sotto gli occhi di tutti - almeno, sotto gli occhi di chi già fa della Rete uno strumento d'incontro.
Mi sia concessa un'altra considerazione. Presto "la comunicazione", l'intero complesso dei contatti del genere umano, non potrà prescindere da Internet: in una parola, "sarà" Internet. Se si inizia a porre barriere, e in definitiva, anche se non volutamente, a favorire gruppi di potere, sarà ancora libera la possibilità di comunicare? Certamente mi si obietterà che non è tanto chi scrive, ma chi gestisce il sito a dover essere responsabile. Ma quanti siti allora sopravviveranno? E sarà sicura la comunicazione interpersonale qualora il numero di siti Internet in Italia arrivi a ridursi a pochi sistemi gestiti da chi può permettersi un giornalista come direttore e degli impiegati non certamente volontari? E quanti strumenti della nuova tecnologia "del comunicare", mailing lists, gruppi di discussione, saranno ancora usufruibili come strumenti dell'effettivo comunicare libero, così come sancito dalla Costituzione, e gestibili senza azioni preventive di censura da parte dei responsabili stessi? E come gestire, infine, il conflitto legale tra le diverse giurisdizioni nazionali, a causa della caratteristica intrinseca della Rete, quella di essere "senza confini"? Già dagli Stati Uniti ci arrivano messaggi di sbigottimento per la contraddizione insita nella proposta di legge, e le possibili decisioni del nostro Parlamento in tal senso saranno commentate, com'è altamente probabile, in modo non propriamente positivo.
Il cardine della responsabilità nel contenuto dei testi scritti e fruibili pubblicamente, certo, è un nodo delicato e necessario da risolvere, da sciogliere però non con restrizioni generalizzate a tutti i siti Internet, ma secondo noi caso per caso e secondo delle precise tipologie. E' impensabile obbligare a una registrazione all'ordine dei giornalisti, il responsabile di un sito che veicola discussioni libere tra i cittadini - è più logico in questo caso che la responsabilità sia direttamente applicabile agli autori dei messaggi (cosa che con i moderni mezzi di indagine è sempre possibile). E' difficile pensare che - come esemplificato nel nostro appello - la stessa normativa debba essere applicata a un sito che ospita interventi di missionari in Africa, spesso unico mezzo per la descrizione di situazioni che i media tradizionali molte volte tralasciano, per motivi di "audience" o di spazio nelle proprie testate.
Come intendiamo muoverci? Non siamo "ribelli" nel senso che traspare dall'articolo redatto; siamo persone a cui sta a cuore un certo tipo di solidarietà, che va oltre l'immediato; e convinti che parlare di "diritti umani" voglia dire anche "dare voce a tutti" e in qualsiasi contesto. Auspichiamo non manifestazioni di piazza (anche se siamo favorevoli a qualsiasi azione non violenta di sensibilizzazione) ma, ad esempio, un confronto serio e costruttivo nelle sedi istituzionali appropriate. E, possibilmente, chiarezza nelle posizioni dei nostri interlocutori. Con i quali ci sentiamo di svolgere un rapporto "alla pari" desiderando però assenza di preconcetti o di spettacolari eufemismi da parte di chi segue la vicenda per portarla al pubblico.
Un ultimo appunto - e non me ne abbiate per la piccola provocazione: la discussione che è stata avviata in Rete, e che voi avete raccolto e discusso attraverso le vostre pagine online, può adesso manifestarsi anche nel mezzo "tradizionale" della carta stampata? Sarebbe un segno di coerenza in chi sostiene che il sito Web è equiparabile al giornale che esce nelle edicole, e contribuirebbe a far conoscere il problema anche a chi cybernauta non è.
Per l'Associazione PeaceLink
Roberto Del Bianco
Associazione PeaceLink
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