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Il Meeting di Kyoto


Il Meeting di Kyoto, in cui la comunita' internazionale deve decidere misure per limitare le emissioni di gas serra e' in pieno svolgimento. Il meeting puo' considerarsi il seguito di quelli di Rio (1992) e Berlino (1995). L 'obbietivo, e' stabilire limiti vincolanti per gli anni che seguiranno al 2000.

Che cambiamenti climatici rischino di essere causati dal presente livello di emissioni, e che quindi vi sia la concreta necessita' di prendere provvedimenti pratici, e' difficile da mettere in discussione su basi oggettive. Inoltre, il tempo stringe. Un recente modello olandese (IMAGE2) suggerisce che, se non si avranno riduzioni apprezzabili entro il 2010, potrebbe essere difficile evitare cambiamenti climatici con seri impatti. Come raggiungere questi obbiettivi, cioe' come ripartire i tagli alle emissioni, e di quale entita' questi debbano essere, tuttavia, e' fonte di controversia, non solo perche' vi sono grandi interessi in gioco, ma anche per fondamentali questioni etiche.

Due approcci contapposti sono pensabili: diminuzioni di una percentuale fissa della quantita' emessa in un certo anno base, in teoria il 1990, o allocazioni pro capite con convergenza, entro una certa data, su una quantita' pro capite concordata.

Sia la proposta europea che quella statunitense sono basate su riduzioni percentuali. Dal punto di vista etico, pero', vi sono delle difficolta'. Basare le riduzioni sulle percentuali emesse in un certo anno equivale a legittimare il principio che chi piu ha inquinato piu' puo' inquinare in futuro, cioe' che l'appropriazione di una fetta sproporzionata dei carichi globali che il pianeta puo' sopportare e' resa lecita dagli eventi storici. Nel caso di Kyoto, cioe' per ora, il problema non dovrebbe sussistere, poiche' la convenzione sul clima esclude che i paesi in via di sviluppo abbiano limiti vincolanti. Gli Stati Uniti, pero', premono perche' I paesi in via di sviluppo siano inclusi nella trattativa.

Ora o in futuro, comunque, un principio per ripartire i tagli tra tutte le nazioni, deve essere concordato.
Se si accetta per equita' che ogni individuo abbia lo stesso diritto a usufruire delle risorse globali, compreso il potere di assorbimento da parte degli ecosistemi, una volta stabilito il carico massimo sostenibile a livello globale, le ripartizioni dovrebbero essere pro capite. Questo implicherebbe che i paesi sviluppati si facessero carico della maggior parte delle diminuzioni, e darebbe anche un certo spazio ad un ulteriore crescita del tenore di vita in paesi in via di sviluppo. Sarebbe in altre parole un riconoscimento degli obblighi di equita'che il paesi sviluppati hanno sia verso la presente generazione che quelle future, con speciale rigurado verso coloro che sono nati o nasceranno nel Sud del mondo.

Vi sono ragioni strategiche, tuttavia, per opporsi oggi a questa soluzione. Il Climate Action Network, di cui Greenpeace e' membro, per esempio, pur concordando sul principio, sostiene che l' entrata nei negoziati dei paesi in via di sviluppo (esclusa dalla convenzione sul clima) sara' uno strumento che gli USA useranno per far arenare le trattative.

Le previsioni sull' esito del meeting di Kyoto non sono rosee. Per il Nord del mondo, in teoria, questo poteva rappresentare un occasione per segnalare che vuole finalmente assumersi la responsabilita', verso la presente e le future generazioni, delle alterazioni ambientali prodotte e per correggere la mancanza di equita' che il suo modello di sviluppo ha fin ora causato.

Poteva essere un' occasione per dare un po' di contenuto alla formula vuota che chiama 'sviluppo sostenibile' quel che e' poco meno che 'business as usual', una formula che persino la General motor usa nei suoi dossier ambientali, mirati a mantenere buone le pubbliche relazioni.

Non sara' cosi'. La proposta europea, e' basata sulla (non disprezzabile) riduzione 15% delle emissioni del 1990, ma e' gia prevista una riduzione, per venire incontro agli Stati Uniti. Questi hanno presentato una proposta iniziale conservatrice (stabilizzazione sui livelli del 1990 entro il 2012) che e' ora ancor meno significativa, dopo la richiesta di cambiare l'anno base dal 1990 al 1995.

Il motivo principale che svuota questo ed altri meeting simili di significato pratico e' che la maggior parte dei governi e' prigioniera di obbiettivi a breve termine e subisce le forti pressioni di potenti gruppi industriali. Riduzione delle emissioni, si teme, equivale a riduzione dei consumi, e quindi della crescita economica e del tenore di vita.

Non e' chiaro se le posizioni conservatrici dei governi rispecchino la volonta' dei cittadini dei paesi industrializzati. Quando si tratta di prendere decisioni in campo ambientale, che implicano cambiamenti sociali, sembra esservi una discrepanza tra desiderio di cambiamento e volonta' di azione. Molti cittadini dei paesi occidentali considerano i problemi ambientali tra quelli piu' importanti (l' 86% in Germania, per esempio). Tuttavia, manca un chiaro segnale che la societa' voglia trasformare questo desiderio di cambiamento in volonta' di assumersene la responsabilita'. Tale volonta' potrebbe' manifestarsi in due modi complementari. Da una parte con la modifica dei comportamenti individuali, che viene dalla coscienza che problemi globali nascono anche dalle azioni di ognuno, dall' altra con la modifica delle istituzioni, che indichi un impegno comune ad abbracciare valori ed obbiettivi a lungo termine. La transizione verso una societa' sostenibile deve essere uno di questi obbiettivi, nell'interesse sia delle persone che delle specie ed ecosistemi con cui dividiamo il pianeta.

Questo, pero', puo' realisticamente avvenire non per motivi utilitaristici, ma perche' siamo convinti della sua giustezza. Perche' vi sia un cambiamento politico, e' necessario che i cittadini, la gente, abbia un ruolo attivo nel promuovere la discussione e quindi nella modifica delle preferenze individuali. Per quanto riguarda le istituzioni, l'impegno ad assumersi la responsabilita' di rendere le societa' compatibili con l'ambiente, la somma della volonta' dei singoli, dovrebbe concretizzarsi in una modifica del contratto sociale, cioe' nella modifica delle costituzioni, per includere i principi della sostenibilita' tra quelli di base a cui non intendiamo rinunciare. In questo contesto, un meeting come quello di Kyoto potrebbe avere esisti ben differenti da quelli odierni.

Perche' tutto cio' accada, comunque, e' necessario creare la cultura etica e politica necessaria, in una prospettiva che, come molte questioni ambientali, trascenda i singoli stati nazionali. L'opera di cittadini che si oraganizzino dalla base sara' quindi fondamentale nei prossimi anni. Peacelink fa del suo meglio per contribuire a questo processo, speriamo di farcela.

Alessandro Gimona - Moderatore area Ecologia PeaceLink


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