Risposta di p. Angelo Cavagna all'articolo di E. Galli della Loggia


Fonte: Lista PACE PeaceLink


Spett. Redazione del Corriere della Sera,
inviamo, con viva preghiera di pubblicazione e per conoscenza agli organi di
informazione e alle organizzazioni pacifiste, la lettera di risposta di p.
Angelo Cavagna all'articolo di fondo di Ernesto Galli della Loggia
pubblicato dal vostro giornale venerdì 25 giugno 1999.
Riportiamo quest'ultimo in coda per completezza.

Cordialmente. Segreteria GAVCI.


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Un nuovo sport, anzi antico
TIRO AL BERSAGLIO CONTRO I PACIFISTI

Mi riferisco al fondo di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere Della Sera
di venerdì 25 giugno, intitolato "Massacri nel Kosovo e indifferenza dei
 - UN SILENZIO DI TOMBA". Ma di attacchi simili ce ne sono stati
diversi.
Personalmente partecipo da almeno dieci anni a varie iniziative dei
pacifisti a Belgrado, a Sarajevo, a Prishtina, a Tirana, a Skopje.., oltre
che in Italia, a Roma davanti al Parlamento, ad Aviano, a Gioia Del Colle, a
San Damiano di Piacenza o in Piazza Maggiore di Bologna, quasi sempre
insieme con le vittime di Saddam Hussein, di Milosevic ecc., quando i
governi occidentali, con il plauso delle grandi firme del giornalismo,
andavano a gara ad armarli, con dimostrazioni di amicizia.
Mi viene da rimandare la palla a Galli Della Loggia: dove eravate voi
opinionisti?
Riguardo al silenzio attuale che ci viene rimproverato dico un'altra cosa:
sono i pacifisti che stan zitti o sono i direttori dei giornali e
telegiornali che non ci danno voce o selezionano le nostre prese di
posizione?
Nel dicembre scorso, in 220 a Prishtina abbiamo sfidato con una marcia la
polizia di Milosevic protestando per le tante violazioni dei diritti degli
albanesi kossovari e l'inviato della RAI Remondino ci aveva promesso di
riprendere la manifestazione. L'ha visto qualcuno?
Certo, sia in Kossovo che in Italia cerchiamo di non essere partigiani di
nessuno, né abbiamo velleità o presunzione di risolvere con una marcia
problemi immani e intricatissimi; ma insistiamo con tutti perché i diritti
dell'uomo e dei popoli siano posti alla base di ogni trattativa di pace e
non le dimostrazioni di forza che aggravano e incancreniscono i sentimenti
di odio e di vendetta che fomentano sempre nuove guerre.
Ci sono poi mille e mille iniziative pacifiste, di aiuti umanitari ma
soprattutto di sostegno alle ragioni del diritto, come gruppi permanenti di
aiuto e di condivisione, magari fra i profughi albanesi e fra i profughi
serbi, o come le "ambasciate di pace" che si stanno attivando anche ora, con
immensi sacrifici personali di tempo, di lavoro e anche di soldi. Se poi voi
queste cose non le vedete, cosa ci dobbiamo fare?
Ma, più che rimpallarci le accuse di antiamericanismo o di americanismo
viscerale, cerchiamo di riconoscere le situazioni oggettive, positive e
negative, dovunque esistano, con l'occhio a incoraggiare tutto ciò che vi è
di buono per promuovere giustizia e pace possibilmente per tutti.
Personalmente, dando inizio il 26 maggio a un digiuno a tempo indeterminato
salvo la vita finchè non avessero taciuto le armi, insieme ad altre otto
persone con le quali ero appena stato in Macedonia, dichiaravo anzitutto
"particolarmente intollerabile ogni forma di pulizia etnica come quella
attuata da Milosevic contro i kossovari", ma rilevavo nel contempo la
"sfacciataggine con cui la Nato, compresa l'Italia, operava nella totale
illegalità".
E' senz'altro giusta e doverosa la denuncia di Milosevic al Trbunale
Internazionale dell'Aia per i crimini di cui si è reso responsabile sia in
Bosnia che nel Kossovo. Ma è altrettanto fondata la denuncia che da diversi
organismi internazionali, con l'aiuto di fior di giuristi, è stata fatta
allo stesso Tribunale dell'Aia contro Clinton e i vertici della Nato, che
hanno platealmente agito fuori e contro il diritto internazionale. Se poi
tali denunce siano state accolte dal Tribunale non lo so.
Chi vuol dare lezioni di correttezza deve come minimo rispettare la Carta
dell'ONU, lo statuto della Nato e, nel caso dell'Italia, l'art. 11 della
Costituzione.
Non entro qui a richiamare le alternative diplomatiche e nonviolente che
esistevano ben prima dell'inizio delle azioni militari, se davvero
l'interesse fosse stato quello della gente del Kossovo e, più in generale,
della Serbia e dei Balcani.
Uno sforzo per recuperare un po' di legalità si è visto nel lavoro frenetico
per giungere alla chiusura della guerra.
Mi impressiona nella maggior parte dei politici e della grande informazione
l'assenza quasi totale di una vera cultura di pace e nonviolenza. Ci si
ostina a considerarla come passività e utopia, quando i grandi violenti sono
stati grandi lottatori e hanno scritto pagine storiche magnifiche e
illuminanti su come si possano e si debbano umanizzare i mezzi e le forme di
soluzione delle controversie internazionali.
Evitiamo manicheismi irriducibili. Cerchiamo di capirci un po' di più,
nell'interesse di tutti.

p. Angelo Cavagna
prete dehoniano e presidente del GAVCI
Bologna 26 giugno 1999




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venerdi, 25 giugno 1999
COMMENTI

Massacri nel Kosovo e indifferenza dei «pacifisti»
UN SILENZIO
DI TOMBA
di Ernesto Galli della Loggia


Innumerevoli sono le infamie contro i diritti umani che i tanti regimi non
democratici sparsi per il mondo commettono quotidianamente. Per stare solo
alle notizie più gravi di queste ultime settimane, si va dalla Turchia - che
sembra decisa a mandare a morte Ocalan, pensando così di risolvere con un
atto di feroce «giustizia» un suo gravissimo problema politico - all'Iran,
dove il regime islamico tiene sospesa la minaccia di una condanna capitale
su un gruppo di 13 cittadini ebrei accusati, senza il minimo fondamento, di
spionaggio a favore del «regime sionista» e del rappresentante
dell'«arroganza mondiale» (leggi gli Stati Uniti).

Di fronte a tutti questi casi si comprende bene come tener dietro a ciascuno
di essi con la stessa attenzione sia difficile per gli stessi media (i
quali, infatti, hanno dato molto spazio alla vicenda giudiziaria di Ocalan e
quasi nessuno a quella degli ebrei iraniani), ed ancor più sia difficile,
naturalmente, per il singolo osservatore, per la singola associazione, per
il singolo esponente o partito politico.

Ma con il Kosovo è diverso, molto diverso. Il silenzio che in questi giorni
circonda quanto si viene a sapere dal Kosovo è incomprensibile o, per quel
che si capisce, francamente scandaloso. Per la semplice ragione, appunto,
che il Kosovo non è la Turchia o l'Iran: è il luogo, viceversa, su cui negli
ultimi tre mesi s'è concentrata la spasmodica attenzione di tutta l'opinione
pubblica italiana, che sul Kosovo s'è divisa e da quanto avveniva laggiù ha
tratto lo spunto per importanti ed impegnative prese di posizione politiche.

E' chiaro di quale silenzio sto parlando: di quello assordante in cui
vengono inghiottite le notizie sempre più frequenti e sempre più
raccapriccianti, circa la scoperta di stanze di tortura arredate con tutti
gli strumenti del caso - nerbi, pugni di ferro, elettrodi, sedie speciali
per suppliziare i genitali dei prigionieri -; le notizie del ritrovamento
dovunque di decine di fosse comuni e di forni crematori adoperati dai
valorosi soldati serbi per far sparire i corpi delle loro vittime; le
notizie di una «pulizia etnica» - ora ne siamo certissimi - che ha fatto
massiccio ricorso agli stupri di massa, agli incendi, all'assassinio, alle
violenze più spaventose.

Pulizia etnica che - come ha rivelato un rapporto del commissario per i
diritti umani dell'Onu, Mary Robinson, pubblicato il 1º giugno - ha
riguardato «anche i villaggi della Serbia meridionale, comprese le zone mai
colpite da attacchi Nato o quelle in cui non è mai stata segnalata la
presenza di guerriglieri dell'Uck».

Ebbene, di fronte alle prove inconfutabili della riedizione in scala minore
delle imprese della Gestapo andata in scena in Kosovo, di fronte alle
immagini delle fosse, dei teschi, delle camere di tortura, qual è stata la
reazione di tutti coloro che per settimane si sono sforzati di dimostrare
che la guerra della Nato era un errore e un crimine, che bombardamenti e
repressioni serbe erano da considerare sullo stesso piano e che insieme
dovevano essere fermati per il bene di tutti, per il bene supremo della
«pace»?

Nulla, nessuna reazione, silenzio di tomba. Non si è dato neppure un caso,
uno solo, in cui qualcuno di quella folla di «pacifisti» sia stato colto da
un moto di resipiscenza, neppure uno che di fronte all'immagine della sedia
per martoriare i genitali sia stato assalito dal dubbio che forse il suo
pacifismo ha prolungato di qualche ora, o di qualche giorno, le sofferenze
di un essere umano. Neppure per un attimo, ad esempio, a Michele Santoro è
venuto in mente di organizzare il bis della sua celebre trasmissione dal
ponte di Belgrado da una camera di tortura di Pristina; neppure per un
attimo Luigi Manconi o l'onorevole Giulietti o l'onorevole Bolognesi o le
altre decine di parlamentari del centrosinistra che già il 2 aprile
reclamavano una «tregua» in nome «dei sentimenti più veri e profondi del
nostro popolo», sono stati attraversati dal pensiero di aver preso un
abbaglio che altri ha pagato a caro prezzo. No, nul la di tutto questo è
accaduto. Come se nulla fosse, Dario Fo è pronto a far ascoltare di nuovo,
alla prima occasione, la voce della sua alta moralità, e Armando Cossutta
non ha certo nascosto in fondo a un cassetto la foto che lo ritrae mentre
stringe la mano al criminale Milosevic durante la sua gita a Belgrado.

Un altissimo silenzio, solo un altissimo silenzio, fa eco in Italia alle
agghiaccianti scoperte di cui giunge notizia dal Kosovo. Silenzioso Luciano
Canfora che ancora il 4 aprile - sull'Unità, il giornale del presidente del
Consiglio se non sbaglio - stigmatizzava «l'iniziativa criminale della Nato»
e parlava delle atrocità serbe come di «falsità strappalacrime»; e mantiene
il più rigoroso silenzio sulle fosse comuni e sulle camere di tortura anche
Enzo Collotti, che sul Manifesto assicurava che «nessun artificio retorico,
nessun cinismo e nessuna ipocrisia di politici e giornalisti possono
convincerci che non si stia combattendo una guerra di aggressione»; Enzo
Collotti che chiedeva anche lui, naturalmente, la cessazione immediata dei
bombardamenti e che, con attento uso delle parole, non si spingeva oltre i
vaghi termini di «oppressione» e «sopraffazione» per riferirsi alle gesta
degli scherani di Milosevic.

Sì, le prove delle torture e dei crimini di massa perpetrati dai serbi non
sono fatte per interessare nessuno, qui in Italia, men che meno le donne e
gli uomini pensosi della pace e dell'umanità. Un distratto silenzio succede
oggi agli allarmi e agli appelli di appena tre mesi fa, quando si
organizzava a Roma una grande manifestazione all'insegna dello slogan
«fermiamo la guerra» (e naturalmente era chiaro a tutti quale).

«Far tacere le armi e riaprire le trattative di pace», reclamavano
pubblicamente in quelle ore Rita Levi Montalcini e Marina Salamon, Barbara
Pollastrini e Francesca Sanvitale, insieme all'Arci, all'Anpi, a
Magistratura democratica e ad altre centinaia e centinaia di sigle e di
organizzazioni, dalla Fim, Fiom, all'Unione inquilini, al Coordinamento
donne di Todi. Come mai, mi chiedo, a neppure una di quelle donne illustri o
a quelle organizzazioni viene oggi in mente di reclamare pubblicamente
qualcosa, per esempio, che so, un processo esemplare per lo Stato Maggiore
serbo?

Davvero un gran colpo d'occhio sui giornali di quel 3 aprile, la quantità
delle adesioni al corteo di Roma. In prima fila naturalmente anche i
cristiani e in particolare i cattolici: la Federazione delle Chiese
evangeliche accanto alle Acli, agli Scout, al Gruppo Abele, a Pax Christi,
ai Beati costruttori di pace, agli studenti di Azione cattolica, per una
volta tutti disciplinati e obbedienti come si conviene alla gerarchia e alla
Segreteria di Stato. Anche loro, però, non sembrano oggi interessarsi più di
tanto a quanto accade in Kosovo, o meglio a quanto accadeva nei mesi scorsi,
mentre essi chiedevano come prima cosa lo «stop ai bombardamenti» e «nessun
atto di guerra dal territorio italiano». Anche per loro, non sia mai, nessun
esame di coscienza e men che meno nessuna richiesta di giustizia. Anche per
loro, tra l'essere accettati nei cortei che contano, tra i partiti e i
gruppi che contano, e testimoniare la verità, non sembrano esserci dubbi su
da che parte stare.






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