La guerra è la pace nella neolingua umanitaria

100 righi sul "disastro umanitario"

di Augusto Ponzio, docente di Filosofia del Linguaggio nell'Università di Bari

La guerra del Golfo ha segnato una svolta importante, a livello
mondiale, circa l'idea e la pratica della guerra, la quale viene da
quel momento fatta circolare nella comunicazione-produzione
mondializzata come "giusta e necessaria", come "azione di polizia", e
persino come "intervento umanitario". 

Presentata, soprattutto nel momento della decisione di intraprenderla,
in termini di "velocità", "precisione", "alto livello tecnologico",
"bassi costi", la guerra inizia, come ogni ciclo produttivo, con la
prospettiva, l'assicurazione, della fine quale condizione per poter
ricominciare. Dopo pochi mesi la guerra del Golfo del 1991 era già
"finita". In realtà essa proseguiva con le vittime dell'embargo
(Italia partecipante), con la continua minaccia di bombardamenti, di
fatto poi effettuati (1998) ormai senza più bisogno della copertura
dell'Onu, direttamente dagli Stati Uniti con l'appoggio del governo
inglese, e di fronte a una opinione pubblica resa sempre più
indifferente anche ad opera dei pacificatori della buona coscienza,
politici, giornalisti, opinionisti, esperti di strategia militare,
sempre pronti, e sempre con minore fatica argomentativa, a sostenere
l'inevitabilità della guerra - "dolorosa ma necessaria". 

Fra il 1991 e il 1999 una serie di azioni militari tengono viva l'idea
dell'intervento militare umanitario, e, per quanto concerne l'Italia,
oltre all'intervento dell'esercito in Albania, va ricordata (non se ne
parla quasi più) la ingloriosa spedizione Restore Hope in Somalia. Da
parte dell'Italia la partecipazione (non solo con gli aereoporti ma
con i bombardieri) all'intervento militare in Iugoslavia, non è
neppure presentata come una "guerra" che però è "ingerenza umanitaria"
o che, in quanto concerne la Nato è una "guerra difensiva": no, non è
neppure guerra, la quale infatti  da parte dell'Italia non è mai stata
dichiarata alla Iugoslavia, come non è stato mai deciso "lo stato di
guerra" con le conseguenze stauali previste. "La guerra è la pace" è
il paradosso della sperimentazione orwelliana di un sistema
socio-politico produttivistico spinto alle estreme conseguenze della
sua totalizzazione. Ma nella nostra realtà non è più un paradosso, e i
veri pacifisti diventano coloro che sono per l'intervento militare
"doloroso ma inevitabile" in difesa della regione serba del Kosovo,
che dalla Nato viene colpita  insieme al resto della Iugoslavia con
bombe all'uranio "esaurito" o "impoverito" (quello - micidiale e con
capacità di durata di gran lunga maggiore dell'intervento ghirurgico
di questa "guerra"- delle scorie nucleari) - "tuttavia in piccole
dosi". 

Per quanto riguarda il coinvolgimento dell'Italia in questa guerra, i
precedenti, le adesioni graduali, sono quelli della sua politica
estera del periodo indicato, ma risalendo più indietro si possono
ricordare le sue pronte risposte di disponibilità alla Nato in fatto
di basi militari: è sintomatico l'episodio (siamo nel giugno del 1988)
dello stazionamento di 72 cacciabombardieri americani F16, sfrattati
dalla Spagna (Solana lo sa!), nell'aereoporto di Gioa del Colle:
nell'appoggio logistico veniva privilegiata la  Puglia la cui
posizione geografica, a detta degli esperti di allora, rappresentava
quanto di meglio si possa pensare per garantire la "difesa avanzata"
della Nato. 

Per quanto riguarda il coinvolgimento dell'Unione Europea
nell'ingerenza umanitaria degli Usa in Europa e alla sistematica
distruzione di ingenti risorse di una parte di quest'ultima, è
evidente che lo "sviluppo" e la "competitività" dell'Europa a cui
lavora la programmazione della Commissione Europea nei confronti di
altri paesi fra i quali gli stessi Stati Uniti richiede un ordine
mondiale che possa garantire l'arena, quella di un mercato
mondializzato, in cui gli "sviluppi" e le "competività" si possano
incontrare e misurare. Certo per non compromettere  certe sue
influenze e certi suoi "protettorati", sarebbe stato meglio, ha detto
Dini, che l'Unione Europea avesse avuto, essa stessa da sola, la forza
necessaria per l'intervento in Iugoslavia (ed è meglio che si dia da
fare per 
avere al più presto questa forza!) invece di dover mostrare agli
stessi paesi che intende aiutare la necessità dell'aiuto Usa. Ma in
questo momento l'unico mezzo efficace per manterenere l'ordine
necessario alla comunicazione-produzione mondializzata è quel patto
trasversale rispetto all'Unione Europea, la Nato, che unisce Unione
Europea e Stati Uniti, la maggiore potenza militare mondiale. La Nato
è un organismo di guerra difensiva. E questa è una guerra difensiva:
Difensiva dell'ordine mondiale - checché ne dica il buon Chomsky, che
in un intervento ( in italiano dentro a "Internazionale" di aprile),
ingenuamente stabilisce un rapporto di opposizione fra guerra, e
questa guerra, e ordine mondiale, umanisticamente inteso - e della
"cooperazione" e della "pace" in Europa e nel Mediterraneo. Una
guerra, dichiarata o non dichiarata che sia, è sempre "difensiva" di
"sé" o di "altri". Dunque c'è poco da meravigliarsi che un patto
difensivo come la Nato venga impiegato nell' attacco, "per ingerenza
umanitaria", alla Iugoslavia. Come c'è poco da meravigliarsi, se si
capiscono bene certi interessi, non solo che gli Usa non si
scompongano di fronte ad altre "pulizie etniche" comprese quelle della
Turchia (facente parte della Nato dal 1952) ma che, come faceva notare
Marcuse, ne L'uomo a una dimensione, mostrando "l'astuzia della
ragione" (che si nasconde, accanto all'esigenza di brevità, nell'uso
di certe sigle al posto dei termini interi), facciano parte di una
alleanza, appunto la "North Atlantic Treaty Organization", nazioni che
non si  affacciano sull'Atlantico del Nord. 

La comunicazione-produzione mondializzata richiede forme di controllo
altrettanto mondializzate funzionali all' ordine mondiale che ne
permetta la riproduzione. Accordi, patti e unioni maggiormente in
grado di garantire tale ordine, per il loro carattere strategico e per
la loro portata "difensiva", hanno evidentemente priorità e, malgrado
la loro non recente stipulazione, maggiore attualità rispetto a quelli
più recenti che, per quanto utili in fatto di "sviluppo" e
"competitività", ne richiedono altri capaci di fare spazio allo
svolgimento dello "sviluppo" e della "competitività" richiesto dalla
comunicazione-produzione mondializzata. Si comprende così la
subalternità alla cinquantenne Nato dell'Unione Europea e
l'"inevitabilità" della sua partecipazione al "disastro umanitario" di
quest'altra "guerra giusta e necessaria", secondo la concezione della
guerra affermatasi dal 1991 al posto di quella precedentemente
dominante in Europa a partire dal secondo coflitto mondiale ed
espressa nella Conferenza di Helsinki col principio dell' assoluta non
giustificabilità del ricorso alla minaccia o all'uso della forza sia
fra gli Stati partecipanti all'accordo, sia nei confronti di quelli
non partecipanti.



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