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In questa Assemblea ci sono alcune sedie vuote. Di una particolarmente ci duole. Abbiamo formalmente invitato il nostro antico amico Akin Birdal, presidente dell'Associazione turca per i diritti umani (Ihd) e vicepresidente della Fédération internationale des droits de l'homme (Fidh). Il suo intervento di due anni fa alla Marcia Perugia-Assisi gli è già costato un processo in corso, ma siamo certi che sarebbe venuto ugualmente. Purtroppo è in prigione per un'altra condanna per reati di opinione, e in prigione non può neppure continuare a riabilitare gli arti lesi e menomati dall'attentato di quindici mesi fa. Alle autorità turche chiediamo la sua immediata liberazione e quella di tutti i detenuti politici, come richiesto anche dalla Piattaforma "Pace e Democrazia" di Diyarbakir, che pubblichiamo in questa pagina.

A Birdal va la nostra doppia solidarietà. Doppia perché proprio oggi, mentre si apre l'Onu dei Popoli, Akin è sotto processo insieme all'attuale presidente dell'Ihd, Husnu Ondul, al portavoce della Piattaforma di Diyarbakir, Osman Baydemir, e ad altri sette dirigenti dell'associazione, per manifestazione non autorizzata: un convegno per la pace tenuto ad Istanbul nello scorso febbraio con la Fidh. Rischiano fino a tre anni di carcere, e soprattutto lo scioglimento dell'associazione. Siamo moralmente con loro, dalla loro parte della sbarra del Tribunale speciale di Ankara. Questa è la ragione per cui neanche Ondul può essere a Perugia, e l'Ihd è qui rappresentata da un'altra operatrice, Kiraz Bicici.

Una proposta: legare, nella proposta di Nobel per la Pace, i nomi del turco Birdal e della parlamentare kurda detenuta Leyla Zana a quelli delle due Ong, turca e greca, proposte per il Premio per il loro intervento di soccorso ai terremotati. Anche per rimarcare il fatto che ricostruzione in Turchia dovrà essere non solo di costruzioni antisismiche, ma di democrazia e convivenza.

Vanno segnalate altre due assenze, e un timore. All'Assemblea che discute di relazioni di pace nella "società civile globale" erano stati invitati anche i rappresentanti eletti della società civile kurda: i sindaci del partito Hadep. Quella di Kiziltepe, Jihan Sincar, vedova del deputato Mehmet Sincar ucciso dalle squadre della morte, è a sua volta sotto processo e non ha ottenuto dal ministero turco dell'Interno il permesso di espatrio, che è stato negato anche al sindaco di Diyarbakir-Yenisehir, Mehmet Remzi Azizoglu, con un messaggio del Governatore militare che considera "estranea ai suoi compiti istituzionali" una missione di pace e solidarietà in Italia.

L'intervento della diplomazia italiana non è riuscito a far revocare questo inaccettabile diniego, e speriamo riesca almeno a impedire che vi siano le minacciate ritorsioni amministrative o penali sull'altra donna sindaco che è qui con noi, Mukaddes Kubilay, eletta con una percentuale dell'80% in una città sulle falde dell'Ararat, Dogubeyazit, dalla popolazione quasi raddoppiata dai profughi di guerra.

In effetti le forze di pace kurde e turche hanno urgente bisogno di noi. Non solo per bloccare la condanna a morte di Abdullah Ocalan, che innescherebbe un'atroce spirale di guerra civile, ma per fare in modo che trovi risposta positiva l'estrema offerta di pace del prigioniero di Imrali e di tutte le organizzazioni kurde. La tragedia del terremoto dimostra che in Turchia la pace è matura, nella solidarietà popolare e nella mobilitazione della società civile; ed è necessaria, per invertire un trend che vede la Turchia quarta nel mondo per acquisti di armi, al 120. posto per spese sociali, agli ultimi posti per rispetto dei diritti umani.

E' matura e necessaria la legittimazione, sia in Turchia sia in Europa, di tutte le organizzazioni kurde, protagoniste di una corale e rischiosa proposta di pacificazione. E' matura e necessaria un'iniziativa internazionale per garantire la tregua e la ritirata dei combattenti e la sicurezza del le popolazioni civili, e per aprire la via del dialogo e di una Conferenza internazionale di pace.

La "diplomazia popolare" per una volta, sulla questione kurda, ha anticipato e messo in scacco il cinismo della diplomazia ufficiale ed ha rotto il silenzio omertoso delle istituzioni internazionali. Ora impediamo che il muro si richiuda intorno a un popolo: facciamo nostra la Piattaforma di Diyarbakir, i fatti concreti sui quali vanno misurati i passi di avvicinamento della Turchia all'Europa;

Dal gemellaggio Perugia-Diyarbakir, alle iniziative di pace e cooperazione pianificate da decine di associazioni, Ong ed enti locali nel Convegno di Ancona del 18-19 settembre, all'ipotesi di apertura in Turchia di una "ambasciata permanente di pace", al sostegno materiale e politico dei progetti che ci giungono da organismi come l'Ihd o l'Hadep, alla costruzione di una forte delegazione che porti l'altra Italia al processo d'appello a Ocalan ad Ankara il 7 ottobre e poi fino a Diyarbakir, alla moltiplicazione di "adozioni a distanza" di prigionieri polittici in Turchia e delle loro famiglie, come quelle avviate dal sindacato ad Alessandria…

Tutto questo, ed altro ancora, è "diplomazia di pace". Ed è solo una parte del debito morale che abbiamo contratto con il più numeroso fra i popoli negati. Il Duemila dev'essere l'anno della pace, della democrazia e della convivenza in Kurdistan, in Turchia e nel Medio oriente.

Dino Frisullo