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Aldo Capitini: un vero rivoluzionario

 

Queste inadeguate parole che io pronuncio a nome degli amici più antichi e più recenti che Aldo Capitini ebbe ed ha, per la sua eccezionale disposizione verso gli altri, vorrebbero più che essere un saluto estremo e un motivato omaggio alla sua presenza nella nostra storia privata e generale, costituire solo un appoggio, per quanto esile e sproporzionato, ad una tensione di concentrazione di tutti quanti lo conobbero e lo amarono: tutti qui materialmente o idealmente raccolti in un intimo silenzio profondo che queste parole vorrebbero non spezzare ma accentuare, portandoci tutti a unirci a lui, nella nostra stessa intera unione con lui e in lui, unione cui egli ci ha sollecitato e ci sollecita con la sua vita, con le sue opere, con le sue possenti e geniali intuizioni.

Certo in questo "nobile e virile silenzio" suggerito, come egli diceva, dalla morte di ogni essere umano, come potremmo facilmente bruciare il momento struggente del dolore, della lacerazione profonda provocata in noi dalla sua scomparsa? In noi che appassionatamente sentiamo e soffriamo la assenza di quella irripetibile vitale presenza, con i suoi connotati concreti per sempre sottratti al nostro sguardo affettuoso, al nostro abbraccio fraterno, al nostro incontro, fonte per noi e per lui di ineffabile gioia, di accrescimento continuo del nostro meglio e dei nostri affetti più alti. Quel volto scavato, energico, supremamente cordiale, quella fronte alta ed augusta, quelle mani pronte alla stretta leale e confortatrice, quegli occhi profondi, severi, capaci di sondare fulminei l’intimo dei nostri cuori ed intuire le nostre pene e le nostre inquietudini, quel sorriso fraterno e luminoso, quel gestire sobrio e composto, ma così carico di intima forza di persuasione, quella voce dal timbro chiaro e denso, scandito e posseduto fino alle sue minime vibrazioni.

Tutto ciò che era suo, inconfondibilmente e sensibilmente suo, ora ci attrae e ci turba quanto più sappiamo che è per sempre scomparso con il suo corpo morto ed inanime, che non si offrirà mai più ai nostri incontri, al nostro affetto, nella sua casa, o in questi luoghi da lui e da noi tanto amati, su questi colli perugini, malinconici e sereni, in cui infinite volte lo incontrammo e che ora ci sembrano improvvisamente privati della loro bellezza intensa se da loro è cancellata per sempre la luce umana della sua figura e della sua parola.

Ed ognuno di noi, certo, in questo momento, è come sopraffatto dall’onda dei ricordi più minuti e perciò struggenti, quanto più remoti risorgono dalla nostra memoria commossa in quei particolari fuggevoli e minimi, che proprio dalla poesia del caduco, del sensibile, dell’irripetibile, traggono la loro forza emotiva più sconvolgente e ci spingerebbero a rievocare, a recuperare quel particolare luogo di incontro, quella stanzetta della torre campanaria in cui un giorno -quel giorno lontano- parlammo per la prima volta con lui, o quella piazzetta cittadina -quella piazzetta- in cui improvvisamente ci venne incontro con la gioia dell’incontro inatteso, o quel colle coronato di pini in cui insieme ci recammo con altri amici.

E ognuno di noi ripensa certo ora alla propria vicenda o al segno profondo lasciato dall’incontro con Capitini, fino a dover riconoscere -il caso di quanti furono giovani in anni lontani- che essa sarebbe per noi incomprensibile e non ricostruibile come essa si è svolta, senza l’intervento di lui, senza la sua parola illuminante, senza i problemi che lui ci aiutò ad impostare e a chiarire, spesso contribuendo a decisive svolte nella nostra formazione e nella nostra vita intellettuale, morale, politica.

Ma appunto proprio da questo, dalla considerazione dell’immenso debito contratto con lui, dalla nostra gratitudine e riconoscenza per quanto, con generosità e disponibilità inesauribile, egli ci ha dato, veniamo riportati -al di là del nostro dolore che sappiamo inesauribile e pronto a risorgere ogni volta che ci colpirà un’immagine, un’eco, una labile traccia della sua per sempre scomparsa consistenza concreta- a quel momento ulteriore della nostra unione con lui, in occasione della sua morte, che soprattutto dalle sue parole e dalle sue opere abbiamo appreso a considerare come l’apertura del "muro del pianto", della buia barriera della morte.

Perché qualunque siano attualmente le nostre diverse prospettive ideologiche, esistenziali, religiose o non religiose (e così, coerentemente, pratiche e politiche), una cosa abbiamo tutti, credo, da lui imparata: la scontentezza profonda della realtà a tutti i suoi livelli, la certezza dei suoi limiti e dei suoi errori profondi, la volontà di trasformarla, di aprirla, di liberarla.

E’ qui che il ricordo e il dolore si tramutano in una tensione che ci unisce con Aldo nella sua più vera presenza attuale, nella sua non caduca presenza in noi e nella storia, e ci riempie di un sentimento e di una volontà quale egli ci chiede e ci domanda con tutta la sua vita e la sua opera più persuasa di combattente per una verità non immobile e ferma, ma profonda ed attiva, concretata in quella prassi conseguente di cui egli sosteneva proprio in questi ultimi giorni, parlando con me, l’assoluto primato. Il morto, il crocifisso nella realtà, come egli diceva, suggerisce infatti insieme e il senso della nostra limitatezza individuale in una realtà di per sé ostile e crudele (quante volte abbiamo insieme ripetuto i versi di Montale con il loro circuito chiuso: la vita è più vana che crudele, più crudele che vana!) e la nostra possibilità o almeno il nostro dovere di tentare di spezzare, di aprire quella limitatezza, di trasformare la realtà, dalla società ingiusta e feroce alla natura indifferente alla sorte dei singoli e al loro dolore. Lì è il punto in cui convergono tutte le folte componenti del pensiero originalissimo di Capitini: il tu e il tu-tutti, il potere dal basso e di tutti, la nonviolenza, l’apertura e l’aggiunta religiosa. Lì convergono in una profonda spinta rinnovatrice le idee, le intuizioni (tese da una forza espressiva che tocca spesso la poesia), gli atteggiamenti pratici di Capitini.

Non accettare nessuna ingiustizia e nessuna sopraffazione politica e sociale, non accettare la legge egoistica del puro utile, non accettare la realtà naturale grezza e sorda, e opporre a tutto ciò una volontà persuasa del valore dell’uomo e delle sue forze solidali e arricchite dalla "compresenza" attiva dei vivi e dei morti, tutte immesse a forzare ed aprire i limiti della realtà verso una società e una realtà resa liberata e fraterna anzitutto dall’amore e dalla rinuncia alla soppressione fisica dell’avversario e del dissenziente, sempre persuadibile e recuperabile nel suo meglio, mai cancellabile con la violenza.

Di fronte a questo sforzo consapevole ed ai modi stessi della sua attuazione e della sua configurazione precisa alcuni di noi possono essere anche dissenzienti o diversamente disposti e operanti, ma nessuno che abbia compreso l’enorme portata della lezione di Capitini può sfuggire a questo nodo centrale del suo pensiero, nessuno può esimersi di dare ad esso adesione o risposta, tanto esso è stringente, perentorio, come perentoria è insieme la lezione di intransigenza morale e intellettuale di Capitini, la sua netta distinzione di valore e disvalore, la severità del suo stesso amore, pur così illimitatamente aperto e persuaso del valore implicito in ogni essere umano.

Proprio per questo amore aperto e severo, questa nostra unione in lui e con lui -in presenza della sua morte- non può lasciarci così come siamo di fronte alle cose e di fronte a noi stessi, non può non tradursi in un impegno di suprema lealtà, sincerità, volontà di trasformazione.

Capitini fu un vero rivoluzionario nel senso più profondo di questa grande parola: lo fu, sin dalla sua strenua opposizione al fascismo, di fronte ad ogni negazione della libertà e della democrazia (e ad ogni inganno esercitato nel nome formale ed astratto di queste parole), lo fu di fronte ad ogni violenza sopraffattrice, in sede politica e religiosa, così come di fronte ad ogni tipo di ordine e autorità dogmatica ed ingiusta (qualunque essa sia), lo fu persino, ripeto, di fronte alla stessa realtà e al suo ordine di violenza e di crudeltà. Questo non dobbiamo dimenticare, facendo di lui un sognatore ingenuo ed innocuo, e sfuggendo così alle nostre stesse responsabilità più intere e rifugiandoci nel nostro cerchio individualistico o nelle nostre abitudini e convenzioni non soggette ad una continua critica e volontà rinnovatrice.

Forse non a tutti noi si aprirà il regno luminoso della realtà liberata e fraterna nei modi precisi in cui Capitini la concepiva e la promuoveva, ma ad esso dobbiamo pur tendere con appassionata energia.

Solo così il nostro compianto per la tua scomparsa, carissimo, fraterno, indimenticabile amico, diviene concreto ringraziamento e la risposta alla tua voce più profonda: solo così non ti lasceremo ombra fra le ombre o spoglia inerte e consumata negli oscuri silenzi della tomba, e proseguiremo insieme, severamente rasserenati -come tu ci hai voluto- nel nostro colloquio con te, con il tuo tu-tutti, attuandolo nel nostro faticoso e fraterno impegno di uomini fra gli uomini, come tu ci hai chiesto e come tu ci hai indicato con il tuo altissimo esempio.

 

Walter Binni

 

 

Nota

 

Ripubblichiamo le parole di commiato pronunciate da Walter Binni al funerale di Aldo Capitini, a Perugia, il 21 ottobre 1968. Il testo, già apparso nel fascicolo speciale di "Azione Nonviolenta" del novembre-dicembre 1968, lo riprendiamo da Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977, dove si trova con il titolo Un vero rivoluzionario (che riteniamo redazionale, e comunque manteniamo) alle pagine 497-500.

 

Ora anche Binni è scomparso. E così vogliamo ricordarlo come uno dei nostri maestri: come Leopardi, il suo Leopardi; come Capitini, il suo "carissimo, fraterno, indimenticabile amico" cui sono dedicate le commosse parole che seguono.

 

Peppe Sini

 

Viterbo, 3 dicembre 1997

 

 

Nota bibliografica su Walter Binni

Profilo biografico: Walter Binni è nato a Perugia nel 1913, ha studiato alla Normale di Pisa, antifascista, impegnato nella Resistenza, poi deputato alla Costituente. Docente universitario, tra i massimi studiosi della letteratura italiana. E’ scomparso pochi giorni fa, sul finire del novembre 1997.

Opere di Walter Binni: nella sua vastissima produzione, tutta di grande valore, segnaliamo particolarmente gli studi leopardiani: fondamentali La nuova poetica leopardiana, e La protesta di Leopardi, editi da Sansoni; ed il giustamente celebre saggio metodologico Poetica, critica e storia letteraria, edito da Laterza. Come è noto sono classici i suoi studi sulla poetica del decadentismo, il preromanticismo italiano, Ariosto, Michelangelo scrittore, Metastasio, Parini, Goldoni, Alfieri, Monti, Foscolo, Carducci, De Sanctis

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