Cormano (Mi), venerdì 4 febbraio 2000

I meccanismi del debito e le possibili vie d’uscita

prof. Riccardo Moro

Economista

Coordinatore responsabile del progetto tecnico di conversione del debito nella presidenza del Comitato Ecclesiale Italiano per la riduzione del debito estero dei Paesi più poveri

 

Quando si deve parlare di un problema normalmente si inizia con le definizioni ma, in qualche modo, le saltiamo, per entrare nel problema attraverso una storia, perché, forse, attraverso il racconto le cose si capiscono meglio e poi, alla fine, possiamo riprendere tutto, raccogliendo effettivamente le definizioni del problema e provando a vedere quali sono gli elementi che giocano oggi sul tavolo internazionale. Le saltiamo tutte tranne una, vale a dire la definizione principale di questo problema; noi ci occupiamo del debito estero dei Paesi poveri, è vero, ma non è vero allo stesso tempo: noi, di fatto, ci occupiamo della povertà. La grande questione che abbiamo davanti oggi, in questo momento, è la grande, eccessiva, provocante, inaccettabile povertà che tocca troppe persone al giorno d’oggi nel pianeta, soprattutto se confrontata alle condizioni di vita, al confronto prodigiosamente agiate di cui in qualche modo godiamo noi.

Tenendo conto che il nostro obiettivo fondamentale è la lotta alla povertà, piuttosto che non quella al debito, proviamo a ragionare su che cos’è questo debito. Qualcuno mi chiede: “Debito cosa significa? Si dice ‘debito estero’, ‘debito pubblico’? Chi è il debitore? Verso chi? ecc…”. Allora, anziché fare una dotta spiegazione dei vari tipi di debito che esistono, dei vari tipi di credito che il governo italiano ha, che le banche italiane possono avere, io credo che se spieghiamo un po’ la storia di quello che è capitato, mettiamo dentro, forse un po’ più facilmente, gli attori di questa vicenda e alla fine della storia abbiamo le idee chiare, senza bisogno di fare un’analisi troppo arida e che non è tanto piacevole da ascoltare.

La storia del debito comincia nel 1973; in realtà comincia anche un paio d’anni prima, però qui partiamo da questa data. Cosa capita in quell’anno? Per chi era abbastanza grande per ricordarlo, nel 1973 successe una cosa simpatica, almeno per chi aveva 13-15 anni a quell’epoca, ovverosia che la domenica si andava in giro, in mezzo alle città, in bicicletta, o con i pattini a rotelle. I prezzi del petrolio erano prodigiosamente impazziti; aumentarono repentinamente di quattro volte. Perché? Questa è una bella domanda che richiederebbe l’intera serata, ma fondamentalmente aumentarono perché i produttori di petrolio erano pochi, erano riuniti in un cartello, che esiste tutt’ora e che si chiama OPEC, in cui fondamentalmente v’erano i Paesi arabi, ma non solo: v’era anche il Venezuela, ad esempio. I Paesi arabi decisero per varie ragioni di far salire alle stelle il prezzo del petrolio. Noi si andava in bicicletta proprio perché tutti i Paesi del mondo erano (e sono) consumatori di petrolio, ma era così costoso e comportava gravi conseguenze sull’economia di tutti i Paesi, che questi cercavano di consumarne di meno. Nonostante, però, le riduzioni e i risparmi, i Paesi produttori, gli Arabi in modo particolare, incassarono una quantità enorme di valuta rispetto a quella che incassavano prima. Fu il cosiddetto fenomeno dei petroldollari, perché il petrolio era valutato in dollari e la moneta internazionale era il dollaro. I Paesi arabi si trovarono così a incassare una quantità spropositata di denaro, la spesero per migliorare l’aspetto delle loro capitali, per fare di tutto e di più, ma era stato così repentino e così grande l’aumento che si trovarono comunque una liquidità tra le mani che non erano in grado di spendere. Quando uno avanza dei soldi, quando uno risparmia dei soldi, non riesce o non vuole consumarli, cosa fa? Li porta in banca. I Paesi arabi fecero esattamente questo: offrirono questo denaro alle grandi banche internazionali. Queste ultime fecero il mestiere di una banca; ovverosia presero il denaro da chi avanzava soldi, lo raccolsero promettendo in pagamento un interesse applicando un tasso e lo offrirono a chi aveva bisogno di denaro, per effettuare investimenti, per spenderlo in qualche modo (progetti e quant’altro). Questo denaro venne offerto agli imprenditori del Nord e anche al Sud del mondo, anzi venne offerto in modo particolare al Sud del mondo, perché nel Sud del mondo v’era un fortissimo fabbisogno di infrastrutture. Da noi v’erano ospedali, porti, linee elettriche e quant’altro uno desideri avere; nel Sud del mondo queste infrastrutture erano molto più scarse. Questa grande quantità di denaro poteva essere messa proprio a disposizione di grandi progetti di investimento che realizzassero le infrastrutture mancanti nel Sud del mondo. Qui lo sviluppo economico era tale per cui non v’era un pullulare di imprese e gli interlocutori economici principali erano i governi. Non solo: l’interlocutore che più correttamente avrebbe dovuto realizzare quelle infrastrutture era il governo di ogni nazione. Per cui i banchieri di tutto il mondo, con tutti questi petroldollari tra le mani, andarono dai governi del Sud a dire: prendete questo denaro a prestito, perché con tutto questo denaro potete finalmente finanziare i vostri progetti infrastrutturali e così i governi del Sud presero questo denaro a prestito. Perché lo presero? Perché era molto conveniente indebitarsi in quel periodo. Che cosa significa? Significa che i tassi di interesse erano molto bassi. Perché? Proprio per questo fenomeno dei petroldollari. Mi spiego: se noi vendiamo arance al mercato e abbiamo poche arance e vi sono tanti compratori, tendenzialmente facciamo pagare abbastanza care le arance; se, invece, di arance ne abbiamo tante ed è anche la fine della giornata e rischiamo di tornare a casa con le nostre arance, abbassiamo i prezzi, applichiamo un’offerta speciale e promuoviamo due cassette al prezzo di una, pur di vendere le arance, che, altrimenti, il giorno dopo marcirebbero. Con il denaro è un po’ la stessa cosa. Il prezzo del denaro è il tasso di interesse, perché quando io vado in banca a chiedere del denaro, perché voglio, ad esempio, cambiare l’automobile, o acquistare la casa, o fare qualsiasi altra cosa, desidero, comunque disporre del denaro che la banca ha e io no, compro quel denaro pagandolo con un tasso di interesse, ovverosia la banca me lo dà se io le pago gli interessi. Gli interessi sono il prezzo della moneta. Quando in un sistema economico v’è molta disponibilità di denaro, normalmente i prezzi di questo denaro, ovverosia i tassi d’interesse, scendono; quando v’è scarsità di liquidità i tassi d’interesse tendono a salire e questo è anche abbastanza naturale, perché il mestiere della banca è quello di guadagnare sui prestiti che concede. Per cui le banche, trovandosi tutto questo denaro tra le mani, che gli veniva dato dai Paesi arabi produttori di petrolio, offrirono anche a tassi d’interesse molto bassi il denaro pur di collocarlo comunque, pur di non tenerlo infruttuoso, o infruttifero nelle proprie tasche. Allora, questa immissione repentina di denaro sul mercato determinata dall’aumento del petrolio, fece crollare i tassi di interesse. Il crollo dei tassi di interesse rendeva evidentemente poco costoso l’indebitamento, per cui tutti si fecero tentare e presero a prestito grandi quantità di denaro. Non solo, un’altra cosa abbastanza simpatica dal punto di vista numerico, in quel periodo, fu che ci si trovò in situazioni in cui i tassi di interesse reali erano negativi. Cosa vuol dire tasso di interesse reale negativo? Vuol dire che l’inflazione[1] è più alta dei tassi d’interesse; questo accadde in quel periodo. L’inflazione, in quegli anni, era determinata in modo particolare dal petrolio; il petrolio era diventato più costoso, tutte le nostre industrie, ad esempio, avevano bisogno di petrolio, perché o dovevano far muovere i furgoni con la benzina, che deriva dal petrolio, e costa, o per far muovere le macchine - torni, frese, e quant’altro negli stabilimenti - avevano bisogno di energia elettrica (l’energia elettrica, in Italia, è fondamentalmente erogata attraverso centrali termoelettriche, ovverosia centrali che producono energia elettrica consumando, bruciando, attraverso caldaie, petrolio). Per cui il petrolio incide sui costi di tutte le imprese, in modo particolare sui costi energetici. Quando un’impresa ha i suoi costi che sono aumentati, se non vuole andare in perdita, aumenta i prezzi. Questo meccanismo ha toccato un po’ tutti i settori. Tutti i prezzi si sono alzati, ma alzandosi i prezzi, io che nella mia azienda devo pagare la bolletta energetica (ENEL, benzina, ecc…), ma devo anche comperare dei componenti, dei manufatti, dei pezzi da montare insieme, da assemblare per fare il prodotto finale ho un aumento di costi dato anche da queste azioni, perché, ad esempio, io, imprenditore di prodotti finiti, mi rivolgo ad altri imprenditori–produttori di componenti per il prodotto finito, i quali a loro volta si rivolgono ad altri imprenditori di materiali. Allora, io mi trovo ad avere più costi per il petrolio, più costi per l’aumento dei diversi componenti nei diversi passaggi; non posso che aumentare, e ancora di più, i miei prezzi del prodotto finale. È nata, allora, quella che si chiama “spirale inflativa”: i prezzi aumentavano, in ragione dell’aumento si determinava un aumento successivo, un aumento successivo ancora, ecc… Immaginate di essere in un’inflazione al 20% e immaginate che i tassi d’interesse siano del 10%. In questa situazione bisogna subito correre in banca a indebitarsi da morire, perché chi non si indebitasse sarebbe un po’ addormentato… Se una persona va in banca il 2 gennaio e prende in prestito 100.000 lire, poi va al mercato e compra, per esempio, un microfono da 100.000 lire, va a casa e lasciandolo imballato lo pone sotto il letto, il 31 dicembre prende il suo microfono va al mercato e lo vende. Al 2 gennaio aveva detto al direttore di banca: “Tu prestami 100.000 lire e io pago il 10% di interessi fra un anno”, però io so che l’inflazione è intorno al 20%. Dopo un anno vendo il microfono; il prezzo, se l’inflazione è del 20, è aumentato del 20%, vale a dire che adesso costerà 120.000 lire; incasso questa somma, vado dal direttore di banca, il quale pensava che io avrei fatto fatica a restituire i soldi; gli tiro i soldi sulla sua scrivania, facendogli vedere che io, invece, sono capace di restituire i soldi. Dò il 10%, ovverosia pago 10.000 lire per gli interessi, lo saluto e vado via, perché i miei rapporti con lui sono terminati, perché il 10% sono gli interessi e mi sono rimaste “magicamente” in tasca altre 10.000 lire, perché le ho incassate vendendo il microfono a 120.000 lire, grazie all’inflazione. Quest’ultima passa, quindi, sopra la testa dei singoli consumatori. Quando l’inflazione è alta e i tassi d’interesse sono bassi è molto conveniente indebitarsi. Questa condizione fu quella che esattamente si determinò nei primissimi anni dopo il ’73, tra il ’73 e il ’75. Per cui tutti fecero la gara a indebitarsi, ma anche abbastanza giustamente, perché il petrolio aveva fatto salire i prezzi e la grande quantità di petroldollari (dollari derivati dal ricavo del petrolio) aveva fatto abbassare e crollare i tassi d’interesse. Tutti si indebitano e per un certo periodo vivono piuttosto felici e contenti, quasi come nelle favole, e le cose vanno avanti per circa cinque o sei anni.

La seconda data che ci interessa per la storia del debito è il biennio 1978–1979, perché nel ’79 si determinò la seconda crisi dei prezzi del petrolio. Prima i prezzi del petrolio erano aumentati di quattro volte in un anno; nel 1979 i prezzi del petrolio aumentano di cinque volte in un anno. Questo significa che in totale i prezzi sono aumentati non di nove, bensì di venti volte, perché se prima costava 100, sono passati a 400, poi v’è un ulteriore aumento di 5 volte sui 400 (5 x 4 = 20) e si arriva a 2.000. Per cui nello spazio di 6 anni il petrolio aumenta di 20 volte il suo prezzo.

Che cosa capita? In teoria potrebbe capitare quello che è capitato nel ’73, ovverosia grande inflazione, crollo ulteriore dei tassi di interesse, condizioni di indebitamento particolarmente vantaggiose; tutti vanno di nuovo in banca e nelle grandi banche internazionali a farsi prestare del denaro per effettuare nuovi progetti di investimento. Invece le cose non vanno così e sono un po’ diverse, perché vi sono due personaggi con tratto molto virile e volitivo che arrivano alla responsabilità di governo della Gran Bretagna (anche se alcuni dicono dell’ Inghilterra, perché, dicono, non v’era la prospettiva dell’attenzione anche ai bisogni sociali in Scozia, in Galles, ecc… — ma non importa —) e degli Stati Uniti, che sono: Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Questi due individui, virili, avevano l’opinione che l’approccio più efficace per combattere l’inflazione fosse quello monetarista. Loro, e anche chi non condivideva le loro opinioni, ritenevano che l’inflazione fosse diventata veramente troppo alta e che l’inflazione fosse un male piuttosto perverso e pernicioso dell’economia; ed è abbastanza vero. L’inflazione, nell’esempio che abbiamo citato prima, può determinare dei guadagni che prescindono dai meriti degli operatori: io ho guadagnato 10.000 lire, nell’esempio di prima, non perché ho aggiunto un valore al microfono, ma solo perché le condizioni di mercato si sono trasformate, mentre sarebbe corretto che io venissi premiato in ragione del valore che so e che posso aggiungere (valore della mia fantasia, perché ho eseguito un decoro, di un servizio che ho aggiunto, perché l’ho consegnato al domicilio del consumatore, oppure perché l’ho migliorato, ecc…); in realtà, lì, io non ho aggiunto alcunché. L’inflazione è una media. Quando si dice che v’è un’inflazione del 2%, questo valore è una media di diversi settori. Questo significa che vi sono alcuni settori in cui l’inflazione è cresciuta solo dell’1,5%, altri in cui è cresciuta del 2,5%, ecc… Se noi abbiamo alcuni settori in cui l’inflazione è cresciuta dell’1,5% e altri in cui è cresciuta del 2,5%, vuol dire che a fine anno vi sarà qualcuno (quelli del 2,5%) che hanno avuto un’opportunità di aumentare i loro ricavi dell’1% in più rispetto a quelli del settore dell’1,5%, perché i primi prezzi potevano aumentare del 2,5%, mentre i secondi solo dell’1,5%. Se abbiamo che uno di noi guadagna l’1% in più dell’altro, non in ragione della sua capacità, bensì in ragione dell’inflazione che sta sopra le teste, chi se ne importa: è solo l’1%. Se invece l’inflazione è del 20%, e noi in quegli anni l’abbiamo avuta anche superiore, questo vuol dire che vi sono settori al 15% e altri al 25% e la differenza tra un settore e l’altro può essere anche del 10%, che comincia a essere abbastanza consistente. Allora, avendo anche alcune attenzioni di giustizia sociale, di equità, effettivamente un’inflazione molto elevata, a due cifre, soprattutto superiore al 20%, è piuttosto imbarazzante all’interno della propria comunità, perché può determinare degli scompensi di notevole rilevanza tra i singoli operatori. Giustamente occorre combatterla. Reagan e la Thatcher ritenevano che le ricette monetariste fossero le più efficaci. Cosa dicono queste ricette? Si ispirano a quella corrente del pensiero economico che è il monetarismo, il cui esponente più noto è tale Milton Friedman[2], e affermano sostanzialmente che in un’economia l’inflazione dipende strettamente dalla quantità di moneta circolante. Detto così magari non si capisce tanto. Io, di solito, uso fare questo esempio, perché mi sembra che possa essere abbastanza chiaro: a me la mattina piace acquistare diversi quotidiani (quando passo davanti all’edicola ne compro dai 3 ai 5), però sono anche piuttosto sbadato e spesso dimentico i soldi, che porto nei pantaloni e non nel portamonete, nei pantaloni del giorno prima, per cui se non cambio i pantaloni compro i giornali, se li cambio sono senza soldi. Comunque, mi capita di uscire con alcuni soldi in tasca, con sole 10.000 lire, ovvero senza soldi e a seconda di quanti soldi ho in tasca, compro 3 o 4 quotidiani, ne compro 1 solo, o non ne compro alcuno e la mia decisione d’acquisto non dipende dal mio stipendio, dal mio reddito, da quanto io guadagno, bensì solo da quanti soldi ho in tasca in quel momento. Secondo i monetaristi, questo meccanismo vale per l’intera economia aggregata, cioè a dire: tanto più denaro è presente in un’economia, che vuole dire in una nazione, tanto più saranno finanziati acquisti, tanto più gli operatori eserciteranno una domanda d’acquisto, di qualsiasi bene, dai giornali ai microfoni, ecc… I monetaristi dicono, allora, che tanto più forte è la domanda, tanto più la domanda si scaricherà sui prezzi, alzandoli. Voglio dire che se io produttore vedo che v’è tanta gente che vuole comperare, come nell’esempio delle arance, tendo ad alzare i prezzi; analogamente se vedo che la gente non compra più tendo ad abbassare i prezzi per favorire gli acquisti. I monetaristi dicono che se noi consentiamo che in un’economia vi sia in circolazione molta moneta, noi consentiamo che la domanda di acquisti sia elevata e questo può determinare un aumento dei prezzi. Viceversa se noi abbiamo già un’inflazione alta, ovverosia i prezzi alti a causa del petrolio, e abbiamo come obiettivo quello di abbassare l’inflazione e, se riusciamo, anche di abbassare in termini assoluti i prezzi, dovremo fare il contrario: restringere la quantità di moneta (per tornare all’esempio di partenza, togliere i soldi dalle tasche del sottoscritto in modo tale che compri meno quotidiani). Ovverosia: togliere denaro dal mercato in modo che la domanda di beni si abbassi. In ragione di questa riduzione della domanda i produttori probabilmente tenderanno ad abbassare i prezzi, per favorire un recupero della domanda e poter vendere, collocare la loro offerta, la loro produzione e avremo, di conseguenza, una riduzione di prezzi che compenserà l’aumento dei prezzi del petrolio e avremo un’inflazione gestibile e che diminuisce. Questo modello dei monetaristi dovrebbe ottenere la riduzione della domanda. In effetti loro proprio questo desideravano; si parlava, a quel tempo, con estrema chiarezza, anche nelle parole, di “raffreddamento della domanda”: noi dobbiamo invogliare la gente ad acquistare di meno, perché raffreddando la domanda indurremo i produttori ad abbassare i prezzi, che però poi significa anche a produrre di meno, perché se vi sono meno acquisti abbasso sì i prezzi, ma a un certo punto produco anche di meno, il che significa che mando a casa anche qualche operaio, perché non posso tenermelo lì a pagarlo per fare niente. Questo obiettivo venne perseguito con chiarezza e puntuale precisione dai due governi di USA e UK e successivamente, di fatto, fu anche imitato da tutti gli altri governi europei (penso che sia esperienza di tutti noi la recessione degli anni ’80, che è durata per tutti gli anni ’90. Con questa “intelligente” politica, composta con l’innovazione tecnologica che v’è stata, che richiede meno persone per fare le stesse cose che si facevano gli anni prima, grazie ai computer e quant’altro, noi abbiamo avuto tutti i problemi di ristrutturazione, di ricollocazione delle persone, di prepensionamenti, in Italia e in tutta l’Europa, ma anche negli Stati Uniti e un po’ in tutto il mondo. Per cui la politica monetarista ha avuto come “costo sociale” la disoccupazione, che noi tutt’ora scontiamo… Questo tipo di politica doveva ridurre l’inflazione. Due tesi si scontravano a questo proposito e si scontrano tutt’ora nel dibattito politico, anche se i nostri (tele)giornali ci parlano dei “respiri” dell’una e dell’altra: vi sono coloro i quali dicono che dobbiamo prestare attenzione a evitare surriscaldamenti inflazionistici e dobbiamo avere politiche di strettezze creditizie, controlli stretti della moneta e di controllo della domanda, mentre altri, invece, dicono di no e che il prezzo di questa politica sarà sì il controllo dell’inflazione, ma, di fatto, il prezzo del controllo dell’inflazione è la disoccupazione, la recessione, ecc… ed è meglio adottare altra politica. Le due correnti di pensiero sono, se pur semplificando in modo abbastanza violento, quella dei monetaristi da una parte (che possiamo anche chiamare neo-liberisti, neo-conservatori, ecc…) e quella dei neo o post-keynesiani[3]. I monetaristi dicevano, allora, che la politica keynesiana che si è adottata dagli anni ’50 fino agli anni ’70 è andata bene per un po’, ma in quel periodo si scontrava con l’inflazione del petrolio e, se si fosse aumentata la domanda, si sarebbe prodotta solo nuova inflazione, e dicevano che si doveva cambiare registro. Il registro fu cambiato, per diverse ragioni, anche politiche; Reagan da una parte e la Thatcher dall’altra dissero: noi dobbiamo avviare uno stretto controllo della moneta, per evitare ripercussioni sull’inflazione, anzi per “addolcire” l’inflazione. Come si fa a controllare la moneta? Vi sono tanti strumenti, ma alla fine si sintetizzano in un risultato, che è sia strumento sia risultato di queste operazioni, che è l’aumento dei tassi d’interesse. Se io per varie vie alzo i tassi d’interesse - perché la Banca centrale alza il tasso di sconto, ovvero perché io, governo, offro sul mercato i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT) e i Certificati di Credito del Tesoro (CCT) - prometto un tasso d’interesse molto alto: se il BOT o il CCT ha il 10% del tasso d’interesse e io, governo, decido che questa settimana li vendo al 20% del tasso d’interesse, cosa succederà? Tutti gli altri che offrono titoli a un tasso d’interesse, alzeranno anche loro il tasso d’interesse promesso, perché altrimenti tutti comprano BOT e CCT e nessuno compera gli altri. Per cui gli altri, pur di collocare la loro offerta, visto che anche loro hanno bisogno e lavorano di questo, evidentemente promettono interessi più alti -; quindi, una decisione del governo determina un innalzamento di tutta la struttura dei tassi d’interesse di mercato. I governi inglese e americano decisero di alzare i tassi d’interesse e questi balzarono da un giorno all’altro, veramente, verso l’alto. Perché questo serve a raffreddare la domanda e a ridurre la quantità di moneta? Se i tassi d’interesse diventano improvvisamente più alti, io che ho denaro, prima probabilmente lo usavo per comperare, per esercitare “domanda”; se adesso sono così alti, almeno una parte di quel denaro lì, io la investo finanziariamente visto che si guadagna così bene. Io che, invece, non ho denaro e desidero farmelo prestare per spenderlo in progetti di investimento, in consumi, ecc… me ne farò prestare di meno visto che è diventato così costoso. Per una via e per l’altra, con una tale decisione, il governo riduce la quantità di denaro disponibile per finanziare acquisti, per finanziare la domanda, che si riduce. La leva è alzare violentemente il tasso d’interesse, per ridurre la quantità di moneta, per combattere l’inflazione. Questo venne fatto e voi capite che se questo è fatto in Inghilterra e negli Stati Uniti, poi Italia, Francia, Germania e Spagna lo fanno a loro volta; perché? Pensate all’Italia di quel periodo, che aveva dei deficit di bilancio abbastanza elevati; per finanziarli poteva alzare le tasse (ma questo strumento è sempre piuttosto fastidioso), ovvero poteva chiedere soldi a prestito ai cittadini italiani, con i BOT e i CCT. Se, però, il titolo del tesoro americano promette il 15% e quello italiano promette il 10%, la gente va ad acquistare quello americano e non quello italiano, visto che là si guadagna di più; allora il governo italiano deve alzare il tasso d’interesse del suo BOT allo stesso livello di quello americano e, probabilmente, ancora di più, perché se io, che vivo nel periodo ’79-’80, guadagno la stessa cifra negli Stati Uniti d’America e in Italia, probabilmente compero il titolo statunitense, perché in America v’è una bella stabilità di governo, l’economia più ricca del mondo e non v’è un presidente del partito di maggioranza, il quale viene rapito e poi ammazzato dai terroristi, un governo che dura sei mesi e poi è sostituito… L’instabilità politica in Italia, il fenomeno Badermeinnhoff in Germania, ecc… in quel periodo determinavano un’incertezza per cui i governi che non erano gli Stati Uniti e che non erano l’Inghilterra, hanno dovuto imitare o addirittura superare i tassi di interesse di questi Paesi, per poter collocare i loro titoli, che servivano per finanziare la spesa pubblica, in ragione di queste decisioni anglo-americane. Per cui la decisione di due Paesi è stata trasmessa immediatamente a tutti gli altri. Tutti i tassi d’interesse volarono verso l’alto. Perché ci interessa tutto questo?

I Paesi del Sud dei quali noi ci occupiamo si erano indebitati moltissimo dal ’73 in avanti, pagando tassi d’interesse intorno al 5%. Con l’affermarsi delle politiche monetariste, i tassi d’interesse volano oltre al 20%. Per i Paesi del Sud il tasso medio era intorno al 25%, ma molto spesso ha toccato anche il 30%. Voi immaginate che cosa vuol dire aver fatto dei programmi per finanziare un pagamento a degli interessi al 5% su un debito che io ho assunto e che cosa significhi dovermi trovare a pagare il 30%; v’è una certa differenza.

Di più: v’è un fenomeno importantissimo di quel periodo del ’79 ed è la scelta degli Stati Uniti di far apprezzare il dollaro. L’apprezzamento di una moneta è il contrario di una svalutazione, ovverosia è l’aumento di quella moneta rispetto alle altre valute. Gli Stati Uniti erano e sono tutt’ora un Paese fortemente importatore: importano molto più di quanto esportano. Il ragionamento dei governanti americani, allora, era questo: noi abbiamo già l’inflazione che ci dà parecchio fastidio, importiamo moltissimo, il costo delle importazioni è cresciuto in ragione dell’aumento del prezzo del petrolio perché questo fa parte delle nostre importazioni; tutto questo ci dà fastidio, per cui combattiamo l’inflazione coi tassi d’interesse, ma vediamo se riusciamo a far crescere il valore del dollaro, perché se il nostro dollaro cresce noi paghiamo meno le importazioni. Mi spiego: un’auto italiana costa, per ipotesi, 200 milioni, oggi il dollaro vale più o meno 2.000 lire, per comperare questa automobile occorrono 100.000 dollari. Se io, Stati Uniti, riesco a far aumentare il valore del dollaro, forse riesco a comprare l’auto con meno dollari. Se i miei dollari li faccio passare a valere non più 2.000 lire, ma 4.000 lire, io cambio i dollari in lire, perché l’auto italiana la pago sempre in lire, i 100.000 dollari che prima mi procuravano 200 milioni di lire ora mi fanno procurare 400 milioni di lire, per cui con gli stessi 100.000 dollari mi compro 2 automobili, ovvero ne compro 1 con 50.000 dollari. Voi capite che per gli Stati Uniti, avendo un forte fabbisogno di importazioni, avere un dollaro forte era importante, perché si potevano comperare, a parità di dollari, più beni, ovvero si compravano le stesse quantità, pagando meno dollari. Mai, purtroppo, venne raggiunto un obiettivo di politica economica con così tanta efficacia; perché? In realtà è sfuggita ai governanti americani questa situazione, nel senso che loro volevano sì l’apprezzamento, ma non così virulento. Il dollaro passa, con le lire italiane, da circa 600 lire fino a toccare le 2.200 lire, ovverosia quadruplica il suo valore nel giro di un anno; nello stesso periodo, cioè all’interno del periodo che va da fine ’78 a inizi ’80, raddoppia il suo valore rispetto alla sterlina, al marco, al franco svizzero e alle valute più forti e lo decuplica e più ancora rispetto alle valute del Sud. Con l’Italia, che non aveva una valuta fortissima, il rapporto è stato di 1:4, con valute più deboli di quella italiana è stato peggio ancora.

Ora, voi immaginate che cosa questo può essere costato ai Paesi del Sud. Perché? Perché la valuta internazionale era il dollaro. I beni che venivano venduti sul mercato internazionale facevano riferimento ai prezzi che avevano sul proprio mercato nazionale, ma il mercato dei soldi, ovverosia il mercato finanziario (prestiti, debiti, crediti…) non è che avesse un mercato nazionale di riferimento, era un mercato misurato sostanzialmente in dollari. Questo significa che questi Paesi s’erano indebitati in dollari, promettendo di pagare un certo tasso d’interesse, ma si sono trovati dal 5% a dover pagare il 30%, inoltre si sono trovati ad avere lo stesso debito misurato in dollari (non era cambiato il loro debito): un debito che, misurato in valuta locale, era diventato enorme.

Qui spiego sempre con l’esempio della coppia che mette su casa. Se una delle nostre coppie prodigiose ha questa intenzione, immaginiamo che voglia spendere 300 milioni. La zia di uno dei due regala loro 100 milioni, per dar loro una mano e questi si recano in banca a chiedere un prestito di 200 milioni. Guadagnano 2 milioni al mese a testa, che vuol dire 48 milioni in due all’anno, il che può dare una certa tranquillità. Dicono: prendiamo 200 milioni in prestito dalla banca, paghiamo il 5% di tasso d’interesse, che vuol dire 10 milioni ogni anno, il mio reddito serve a vivere, ecc…, mentre il tuo serve a pagare gli interessi e per cominciare a restituire il capitale; facciamo l’operazione della nostra vita, ringraziamo la zia, e ci siamo fatti la casa. Le cose magari vanno bene il primo anno e poi immaginate che capiti quello che è capitato nel ’79, ovverosia che i tassi d’interesse improvvisamente schizzino al 30%, la qual cosa non è tanta piacevole, perché il 30% di 200 milioni è 60 milioni. Questo vuol dire che lo stipendio di chi dei due doveva pagare gli interessi e restituire il debito non è più sufficiente, ma non bastano neanche i due stipendi messi insieme (48 milioni); è un gran pasticcio! È anche piuttosto perverso se uno pensa che in realtà, in poco più di tre anni, con interessi di questo tipo, loro pagano alla banca la stessa cifra che avevano contratto all’inizio come capitale di debito, perché in un arco di tempo di tre anni, a colpi di 60 milioni all’anno, restituisco 180 milioni. Noi, per “servire il debito”, come si dice, abbiamo pagato i 180 milioni, ma abbiamo sempre questo debito di 200 milioni da pagare ancora. Il servizio del debito sarebbero gli interessi più la rata di restituzione periodica del capitale. Si dice “servire il debito” perché io per poter mantenere in mano mia il capitale che ho ricevuto, devo fare il servizio di pagare gli interessi e restituire una piccola quota ogni anno. Voi immaginate se questa coppia avesse avuto la luminosa idea di prendere dollari anziché lire (tante nostre famiglie hanno contratto un prestito in valuta diversa dalla lira quando, prima del ’92, le nostre banche proponevano di fare i prestiti misurati in ECU, l’attuale euro, che creò qualche imbarazzo. Perché? Immaginate che capiti oggi quello che capitò 20 anni or sono, quando in un anno il dollaro quadruplicò il suo valore rispetto alla lira…). Immaginate, quindi, che la coppia sia andata in banca e abbia contratto un prestito di 200 milioni di lire, ma con valuta in dollari, per cui sono stati dati loro 100.000 dollari. Firmano e prendono i 100.000 dollari, li cambiano in lire, prendono 200 milioni, con i quali aggiunti a quelli della zia acquistano la casa e va tutto bene. Arriva, poi, il 30% sui 100.000 dollari, la qual cosa è già sgradevole, per cui la banca che prima chiedeva interessi per 5.000 dollari annui, ora chiede il 30%, ovverosia 30.000 dollari e poiché ogni dollaro equivale a 2.000 lire, le dovevano essere corrisposti 60 milioni di lire, ovverosia 30 mila dollari. L’anno dopo immaginate che capiti questa cosa “prodigiosa” per cui il dollaro acquista 4 volte il valore che aveva prima e passa da 2.000 a 8.000 lire. Questo è piuttosto imbarazzante, perché non vi sono più soldi per pagare alcunché. Proviamo a effettuare i conti: il debito che noi abbiamo è sempre di 100 mila dollari, però ognuno dei dollari che compongono questo capitale va moltiplicato, ora, per 8.000 lire, quindi il prestito, ora, corrisponde, misurato in lire, a 800 milioni. Quindi, questi hanno comprato una casa da 300 milioni e si ritrovano con un debito di quasi 1 miliardo. Di più, la cosa più “simpatica” di tutte è che gli interessi, che corrispondono, al 30%, sono sempre 30.000 dollari, perché sono il 30% di 100.000 dollari e la banca non vuole un dollaro di più. Il problema è che le lire necessarie per pagare quei 30.000 dollari adesso sono 8.000 per ognuno di quei 30.000, ovverosia 240 milioni. Solo per pagare gli interessi, questa coppia deve pagare una cifra più alta di tutto il capitale; deve vendere la casa per pagare gli interessi di un anno, ma l’anno dopo hanno ancora 240 milioni da pagare.

Questo sembra un racconto di fantascienza, di fanta-politica, o di fanta-economia, ma è esattamente quello che è successo tra il 1978 e il 1980 e dall’80 in avanti ha continuato a succedere, perché i prezzi erano esposti in dollari. Non solo: quando succedono questi avvenimenti nascono fenomeni di sfiducia delle valute nazionali che si svalutano, per cui la svalutazione continua e diventa ancora più veloce e più vigorosa; nascono fenomeni di iperinflazione all’interno del Paese che subisce queste svalutazioni e queste creano ulteriori ingiustizie sociali, fenomeni di mancanza di equità sul piano economico con conseguenti grandi disastri.

Per quanto ci interessa in relazione al debito, noi abbiamo che questi governi si indebitarono con le banche internazionali, ossia con soggetti privati, quando era conveniente indebitarsi, in teoria per effettuare progetti interessanti per il proprio Paese: infrastrutture e altro. Dopodiché si sono trovati con interessi aumentati violentemente, faticano, quindi, a trovare le risorse per pagare gli interessi e, in aggiunta, si trovano con l’esplosione del valore del debito in valuta locale, perché in termini di dollari (valuta forte) il loro debito non è mutato, ma loro ricavano le risorse per pagare il debito da quelle nazionali e queste non bastano più, perché, espresso in valuta nazionale, il debito è letteralmente esploso. Per un po’ i Paesi ce la fanno a pagare, svenandosi letteralmente, ma nell’estate del 1982 il Messico dichiara l’insolvenza. Il 1982 è la terza data importante nella storia del debito, perché segna lo scoppio della crisi del debito internazionale. I Paesi del Sud smettono di pagare, perché non ce la fanno più; non è umanamente possibile pagare. Io dico sempre, un po’ scherzando, che quella famiglia che si è indebitata e deve pagare 240 milioni di interesse non scappa nemmeno, perché uno scappa quando prende i soldi e poi ha da guadagnare. Non scappi perché è chiaro che nessuno di noi può pagare 240 milioni solo d’interessi solo per essersi comprato un alloggio. Allora questi Paesi si comportano nello stesso modo e dicono: noi non siamo più nelle condizioni di pagare.

Cosa succede a questo punto? V’è una grande preoccupazione nella comunità internazionale, perché la grande comunità del Nord dice: se le grandi banche internazionali si trovano in questa situazione, per noi diventa sgradevole perché se a loro mancano gli afflussi di denaro che arrivano dai pagamenti periodici che i debitori devono versare, vuol dire che non avranno il denaro per pagare i pagamenti che noi chiediamo loro di fare da noi. Le grandi banche internazionali erano quelle in cui qualunque azienda del Nord, ma anche noi e le nostre famiglie, avevamo i nostri conti. Se noi diciamo alla nostra banca di pagare una bolletta e la nostra banca non esegue l’ordine, a noi dà fastidio, perché il servizio per cui paghiamo la bolletta dopo un po’ ci viene tolto e noi ci chiediamo il motivo, visto che al pagamento avrebbe dovuto pensarci la banca. Se continuasse a succedere su cifre più grandi e noi fossimo correntisti di una banca piccolina, cominceremmo a pensare che quella banca non ha i soldi, allora ritireremmo tutti quello che abbiamo da quella banca per andare a metterlo da un’altra parte, perché non avremmo più fiducia nella capacità di questa banca di sostenere i pagamenti che deve effettuare. Il timore era che si creasse un fenomeno analogo nel Nord del mondo. Ovverosia: le banche internazionali non avevano le rimesse che avrebbero dovuto arrivare dal Sud (gli incassi) e così si trovavano a non aver denaro per finanziare i pagamenti che noi al Nord chiedevamo di effettuare; un’impresa chiedeva alla banca di pagare le commesse a un’altra impresa, ecc…, ma se la banca non pagava, l’impresa intermedia non forniva più la prima, che non poteva più produrre fisicamente quello che produceva, non poteva venderlo, non aveva i soldi per pagare gli operai e succede un gran pasticcio.

La crisi del ’29 fu di questo tipo, vale a dire una crisi di fiducia nel sistema bancario: la gente cominciò a temere che le banche non fossero più in grado di onorare i pagamenti e si formarono proprio delle file fuori dagli sportelli, lungo le strade, di persone e di famiglie che andavano a ritirare tutti i propri risparmi per paura di perderli, per paura che le banche non avessero più capacità di pagamento, di solvenza. Se v’era rischio che si determinasse la crisi, essa, con questo sistema, si determinò con certezza, perché le banche, a quel punto, effettivamente non ebbero più una lira, perché tutti ritirarono i capitali e scoppiò la grandissima e gravissima crisi del ’29, che determinò conseguenze in tutto il mondo, anche di natura politica piuttosto grave, come è capitato in Germania con l’ascesa al potere di Hitler. Il timore fu quello che capitasse qualcosa di simile anche con questa situazione di crisi per il debito internazionale.

I governi del Nord, allora – così vediamo che entra in scena un attore importantissimo e fondamentale -, dissero: noi non possiamo permetterci una situazione rischiosa di questo tipo, interveniamo; tutti insieme andiamo dai debitori, convocandoli uno a uno, e si dice a ciascuno: tu sei un bambino un po’ discolo perché non hai pagato, questa situazione del dollaro che si è ipervalutato non centra niente, conta che tu non hai pagato e […] vogliamo darti una nuova opportunità. Questa è che noi ti diamo delle nuove scadenze, così ti diamo più tempo e ti diamo anche dei denari, perché tu non ce la fai. Ti diamo, così, dei nuovi prestiti, tu, però, devi dimostrare di avere buona volontà e devi mettere in pratica le politiche che noi ti suggeriamo, che si chiamano politiche di aggiustamento strutturale (che sono state la calamità del Sud del mondo negli ultimi 20 anni e a proposito delle quali vi sono persone che hanno gravissime responsabilità personali, etiche, morali), cosicché se tu le metti in pratica, allora noi ti diamo dei soldi, diciamo al Fondo Monetario Internazionale (FMI) e alla Banca Mondiale (BM)[4], che vi diano dei soldi. Con questi voi potete sanare la vostra situazione, potete risolvere la vostra situazione di liquidità. Cosa capitò? Capitò che questo afflusso di denaro da creditori pubblici (perché erano i governi e FMI e BM, che pubblici creditori sono) misero i Paesi del Sud nelle condizioni di sanare il loro conto con le banche. Il debito originariamente s’era creato verso creditori privati: i governi dei Paesi del Sud erano debitori verso soggetti privati (le grandi banche internazionali); con questo processo per affrontare e risolvere la crisi dell’82 - che non fu risolta – i denari dovuti alle banche private vennero pagati, perché arrivarono nuovi finanziamenti generati dai soggetti pubblici, per cui il debito dei governi del Sud, da debito verso soggetti privati è diventato debito verso soggetti pubblici, verso i governi del Nord, verso di noi (noi siamo azionisti del nostro governo, siamo cittadini di questo Paese). Oggi i Paesi a medio reddito, quelli che non hanno un debito così terribile, magari forte ma non impagabile, hanno debiti verso governi e verso FMI e BM e verso banche private; i Paesi che hanno un debito letteralmente impagabile, che hanno condizioni economiche e sociali più gravose al loro interno, hanno debiti esclusivamente verso i governi e le banche pubbliche. Esemplifichiamo con due Paesi con i quali acquisiremo un po’ di dimestichezza e che sono la Guinea e lo Zambia. Questi hanno rispettivamente il 97% e il 98% del loro debito estero verso soggetti pubblici, più o meno 50% verso FMI e BM e 50% verso governi del Nord. Per cui per i Paesi dove la situazione è più grave, oggi il debito è verso governi, o verso BM e FMI.

Una piccola parentesi prima di concludere e dare spazio alle domande bisogna dedicarla alle politiche di aggiustamento strutturale, altrimenti non si capisce il motivo per cui ho usato un giudizio così severo. Prima, però, un’ulteriore parentesi: le colpe di questa esposizione. Dal racconto che ho fatto emerge in modo abbastanza trasparente che, almeno secondo la mia opinione, la responsabilità grave della situazione in cui oggi ci troviamo sta in decisioni che sono state prese al Nord e per via politica. Io non sono convinto che Reagan e la Thatcher desiderassero con ferma e fredda volontà la morte dei Paesi del Sud; io penso, più serenamente e semplicemente, che non vi pensassero nemmeno: non v’era la minima considerazione del fatto che questa decisione avrebbe potuto determinare conseguenze così gravi al Sud del mondo, però quando uno compie un’azione così importante e così grave, anche nel senso latino del termine, così pesante senza rendersi conto delle conseguenze che ha, non è che solo per questo può non essere considerato responsabile delle conseguenze che sono nate, in termini oggettivi. Io penso che la responsabilità stia al Nord e in modo clamoroso, se non altro perché nessuno al Nord, nella comunità politica, anche nel nostro Paese, ha alzato il dito per dire: guardate che se facciamo questo al Sud potrebbe capitare qualcosa di piuttosto grave; nessuno l’ha detto e questo è un fatto purtroppo indubitabile, ma del quale bisogna tenere conto. Vi sono state, certo, anche altre cause che hanno aggravato il fenomeno: per esempio il cattivo uso del denaro preso in prestito dai Paesi del Sud; sappiamo tutti che alcune, non tutte, elites del Sud del mondo lo hanno usato male. Mobutu, il quale era un uomo di una certa disinvoltura, ha abbellito la Costa Azzurra di bellissime ville, meravigliose, prodigiose, costruite a suo nome, di sua proprietà, con i soldi che ha preso in prestito dalle banche del Nord firmando, però, a nome dei cittadini del suo Paese (l’ex-Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo), i quali, oggi, pagano il debito, gli interessi sul debito, soldi, che non hanno mai visto e che sono stati usati dal loro dittatore per farsi i fatti suoi, al Nord del mondo. Spesso questi soldi sono stati usati per comperare armi, ad esempio, anziché per realizzare progetti utili alla gente; di esempi così ve ne sono tanti. Io dico sempre che vi sono stati dei governi corrotti al Sud del mondo e che occorre punirli, però è altresì vero che la corruzione si compie in due: il corrotto e il corruttore. Non vi sono fabbriche di armi al Sud del mondo, nemmeno una, mentre sono, invece, al Nord del mondo. Noi, allora, possiamo anche scandalizzarci che vi siano presidenti del consiglio del Sud che hanno acquistato armi con soldi, che viceversa avrebbero dovuto utilizzare a fin di bene per la propria popolazione, però v’è qualcuno che le ha vendute, siamo stati noi a vendere quelle armi a loro e visto che noi sappiamo bene che se uno ci ordina un carro armato difficilmente lo usa per fare panini o per costruire autostrade, ecc… tutto questo scandalo nei confronti del Sud del mondo va composto ed equilibrato con un po’ di perplessità nei confronti dell’atteggiamento complessivo che il Nord del mondo ha avuto, non solo per via politica delle decisioni neo-liberiste, ma anche per queste scelte di, diciamo così, “politica industriale”.

Veniamo alla parentesi sull’aggiustamento strutturale, che è, sostanzialmente, un complesso di interventi, di ricette politiche, di politiche economiche, in particolare, improntate al liberismo di una certa consistenza, se non sfrenato. L’idea è che qualunque intervento che alteri i normali meccanismi, le normali dinamiche di mercato, di fatto altera l’efficienza che il mercato stesso nella sua autonomia determina. Se noi consentiamo che lo stato entri nella dinamica di mercato, noi abbiamo una distribuzione, allocazione delle risorse, un livellamento dei prezzi, un livellamento dei redditi degli operatori del mercato che non è il migliore, anzi facciamo delle cose che a lungo andare si pagano, mentre noi dobbiamo lasciare che sia il mercato a giocare nella sua completa libertà, perché solo così si determina sviluppo. Noi possiamo, forse, sostenere che abbiamo una struttura statale molto pesante e che possa tendere a non essere molto efficiente. Il dipendente pubblico, per definizione meridionale, se siamo in Italia, pigro, sta alla sua scrivania per telefonare al coniuge, agli amici, ecc… e non certo per lavorare ed è tranquillo e sicuro, perché nessuno lo licenzierà mai. È anche possibile che lavori e produca meno, a parità di stipendio o reddito, del sano popolo delle partite I.V.A. del nord, della Brianza, piuttosto che del nord-est o del basso Piemonte, che, invece, dovendo lavorare sul proprio, corre come un disperato e produce, produce, produce, dimenticandosi forse anche della moglie, ma produce e produce ancora. Non v’è dubbio che il secondo produce più del primo, anche se non è detto che sia la regola; penso che ciascuno di noi conosca diversi dipendenti pubblici italiani, che lavorano come dei matti, che sono pagati anche molto poco e che fanno un servizio prezioso, dai carabinieri ai poliziotti e ai giudici, che hanno lasciato la pelle sulle strade per tutelare la nostra sicurezza e la nostra democrazia (bisogna anche dirle queste cose a coloro i quali dicono che il “pubblico” è una cosa che fa male e che altera la vita civile), agli insegnanti, ecc…; quando, poi, dal punto di vista etico non è che il mondo dell’imprenditoria privata, viceversa, abbia prodotto sempre dei modelli. Se noi, quindi, esprimiamo la considerazione che forse noi abbiamo una struttura pubblica pesante e sarebbe bene alleggerirla, possiamo dire una cosa che in Italia è anche sostenibile e, allora, magari cerchiamo di liberalizzare un po’ di più l’impianto generale. Se noi mandiamo a casa qualche dipendente pubblico, o diamo loro qualche protezione in meno, in Italia colui il quale è mandato a casa tendenzialmente la sera e per un po’ di giorni mangia, anche da qualche parente, perché una casa la trova e poi troverà anche un lavoro, magari in nero ma lo trova. Se, viceversa, noi andiamo in Guinea e andiamo al Ministero delle Finanze a parlare con i responsabili per capire a quanto ammonta il debito, per esempio, v’è tutta una pletora di fattorini, di custodi, di bidelli, di persone che stanno nell’atrio, povero in apparenza e struttura, tecnicamente a non fare molto. Non v’è dubbio che gli stipendi pagati a queste persone, forse, potrebbero essere spesi meglio, secondo un approccio più liberista. Queste persone, invero, fanno un servizio bellissimo, perché vi sono tre o quattro che ti chiedono subito cosa vuoi, ecc… dopodiché passano la giornata con te, accompagnandoti negli uffici così che tu non devi cercare e chiedere, come in Italia che chiedi dov’è l’ufficio informazioni e ti rispondono: non so, si rivolga all’ufficio informazioni. Non v’è dubbio, allora, che forse si potrebbero fare delle cose più produttive, che creerebbero a loro volta altre cose, però se noi mandiamo a casa una di quelle persone, bisogna pensare che quel ragazzo mantiene, a un livello di sussistenza, qualche volta al di sotto del reale fabbisogno alimentare, la sua famiglia, composta non da 2, 3, o 4 persone, ma da 30 persone, anche perché spesso arrivano i cugini dal villaggio, perché finalmente v’è uno stipendio, v’è qualcuno che si è “sistemato” e vivono con lui. Io non dico che questo sia un modello bellissimo, perché certo bisognerebbe migliorarlo, però se noi mandiamo a casa quella persona condanniamo ad andare immediatamente sotto la soglia di sussistenza 30 persone. Allora, mandare a casa centinaia di persone da un giorno all’altro come è stato imposto di fare ai governi del Sud ha significato in qualche Paese condannare alla soglia della fame migliaia di persone. V’è poi la politica dei dazi: se noi abbiamo un’industria nazionale che non è molto efficiente e che produce, per esempio, microfoni a 100 lire l’uno, quando l’industria straniera li produce a 70 lire l’uno, se lasciamo le cose come stanno avremo che noi nostri mercati arriveranno i microfoni stranieri e tutti li compreranno (togliete l’esempio dei microfoni e sostituitelo con il grano, o con altro bene che serva per vivere e avrete una cosa più concreta). Il nostro governo, attento, dice: mettiamo un dazio, ossia una tassa sulle importazioni. Nell’esempio del microfono straniero applichiamo un dazio di 40 lire. Nel nostro mercato avremo, allora, il nostro microfono a 100 lire e quello straniero a 110 lire (70+40). Quale comprerà la gente? Un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, perché 10 lire di differenza non sono molte. Arrivano i soloni del Fondo Monetario Internazionale e dicono: devi effettuare l’aggiustamento strutturale, devi liberalizzare la tua economia, devi licenziare i dipendenti pubblici, devi togliere tutti i dazi, da un giorno all’altro. Io per primo dico che se il nostro microfono costa 100 lire, noi non riusciremo mai venderlo fuori dai confini nazionali e non è nemmeno intelligente far pagare ai nostri cittadini 100 lire, quando è possibile farli pagare solo 70 lire, visto che v’è qualcuno che è capace a produrlo a questo prezzo; dunque cerchiamo di imparare anche noi la maniera di produrre i microfoni a 70 lire. Come si fa? Forse la ragione per cui i nostri microfoni costano 100 lire è che costa trasportarli dal luogo in cui sono prodotti alla capitale, perché non abbiamo una buona strada, né un buon sistema di trasporti. Allora, io governo, eseguo un bell’impianto di trasporti, una bella strada, cosicché il trasporto costi meno e i nostri microfoni possono cominciare ad avere come prezzo finale non più 100, ma 90 lire; poi cerchiamo di studiare altre migliorie e pian piano il loro prezzo potrebbe anche scendere. Gradualmente posso togliere il dazio in modo che nel mio mercato vi sia la libera concorrenza tra i prodotti nazionali a 70 lire e quelli esteri a 70 lire. Questo va benissimo, ma occorre un attimo di gradualità. Arrivano, invece, quelli del FMI e dicono: no, la cosa deve essere fatta immediatamente, perché se non lo fai io smetto di comprare. Qual era la leva che aveva la comunità del Nord e che ha tutt’ora nei confronti dei Paesi del Sud? I Paesi del Sud hanno un disperato fabbisogno di quella poca valuta straniera, che arriva loro da quelle poche esportazioni che riescono a vendere al Nord. Questi sono di fatto diktat politici che la comunità del Nord impone a quella del Sud: ti dò un nuovo finanziamento se fai i lavori di aggiustamenti strutturali, ma allo stesso tempo continuo a comprare i tuoi beni solo se fai la politica di aggiustamento strutturale. Questi Paesi, pur di riuscire a collocare la loro esportazione dicono di sì e fanno qualunque cosa. Dicono: abrogate il dazio, allora abroghiamo il dazio da un giorno all’altro. Cosa succede? È semplice: il nostro microfono sul nostro mercato costa 100 lire, ma adesso sul nostro mercato è presente anche il microfono straniero, che costa 70 lire; voi cosa comprate quando la differenza è di 30 lire? Comperate quello da 70, è ovvio. Per un po’ di anni il microfono da 70 lire sbanca il mercato e dopo un poco la nostra azienda nazionale che produce microfoni chiude, perché non vende più alcunché e non riuscendo più a vendere chiude e manda a casa gli operai, ma a questo punto che cosa capita? Che cosa non hanno previsto quei soloni del FMI? Una cosa assolutamente naturale, ovverosia che dopo due o tre anni l’industria straniera che veniva da noi a venderci i microfoni se ne va, perché non v’è più qualcuno che compra, nemmeno i microfoni a 70, perché non vi sono più i redditi per comperare, perché, sostituite ai microfoni i prodotti di consumo, quel poco di industria nazionale che noi avevamo nel nostro Paese del Sud è morta, è stata uccisa da questi interventi drastici che dovevano renderla più efficiente (ma di fatto era troppo vulnerabile per poter avere una cura così violenta) ed essendo morta non distribuisce redditi, perché non distribuisce stipendi ai suoi ex occupati, dipendenti. Allora, non vi sono redditi disponibili per acquistare alcunché e il mercato, laddove cominciava a esserci nei Paesi del Sud, è morto. È la storia di diverse aziende del Nord, anche italiane, che sono entrate per quattro, cinque, sei, dieci anni nei Paesi del Sud, in Africa in modo particolare, negli anni recenti e poi se ne sono andate, perché non v’era più alcunché da vendere. Sempre per stare nei due Paesi Guinea e Zambia, v’era una filiale della FIAT in Zambia e ora non più, l’hanno tolta quattro anni fa, perché non v’è più alcunché da vendere. Questo tipo di politica, allora, anziché migliorare le condizioni economiche le ha peggiorate. È stata imposta in modo assolutamente ideologico, cioè a dire che la verità è questa: non può che esserci successo se è presente una liberalizzazione estrema del mercato, non è questa politica che dev’essere adattata, ma siete voi che dovete adattarvi a questa politica. Chiunque abbia una qualche dimestichezza con quello che è la politica capisce che questa è una sciocchezza colossale; il problema è che veniva detto dalla BM e FMI e quindi “bisogna levarsi il cappello, inchinarsi, perché è il tempio della cultura economica”.

Dal 1978 a oggi le condizioni sociali dei Paesi del Sud sono di fatto peggiorate. Se guardiamo i numeri totali, le medie nazionali, spesso vediamo dei miglioramenti, ma le medie nazionali nascondono il fatto che v’è un’élite che sta sempre meglio e una maggioranza di popolazione che sta sempre drammaticamente peggio, a causa dell’imposizione di queste politiche di aggiustamento strutturale, che hanno letteralmente ucciso ciò che di positivo stava verificandosi. Di fronte a questa situazione, noi abbiamo Paesi, come capita nella fascia sub-sahariana dell’Africa, che ogni anno pagano, per il servizio del debito, di interessi cifre, più o meno, 4 – 5 volte superiori alle cifre che riescono a destinare per la spesa sociale (scuole, ospedali). Non riescono a pagare la restituzione del debito perché è troppo grande, perché anche qui è la stessa cosa delle esportazioni e delle politiche di aggiustamento strutturale: se non paghi gli interessi, io non ti dò più una mano e non ti compero più alcunché e allora questi, come orologi svizzeri, pagano almeno gli interessi. In modo particolare l’esempio clamoroso è quello della fascia sub-sahariana. Stiamo parlando di Paesi in cui il tasso di analfabetismo adulto può essere superiore al 50%, di Paesi in cui la frequenza scolastica, dai 6 ai 10 anni, può essere “tranquillamente” inferiore al 50%, stiamo parlando di Paesi in cui la mortalità infantile entro il quinto anno d’età può essere “tranquillamente” superiore al 20%, ovverosia dove un bambino su cinque non raggiunge i 5 anni. In Zambia l’età media è 40 anni, per cui noi tutti che abbiamo più di 40 anni siamo vivi, perché siamo in Italia, fossimo in Zambia no! In Paesi con condizioni sociali come quelle qui descritte, questi signori pagano a noi gli interessi, anziché fare presidi sanitari, scuole, ecc… Ora, badate bene, non è che si muoia di tumori, di morbi incurabili, bensì di infezioni che con un po’ di pellicilina si curano, si muore perché non v’è l’antibiotico, l’aspirina, perché mancano quelle cose che noi non chiediamo nemmeno più al medico di prescriverci perché andiamo in farmacia direttamente sapendo già quello di cui abbiamo bisogno.

Qualcuno di voi avrà visto una bel reportage, trasmesso un mercoledì sera tarda su Rai 3, dove un giornalista era andato a verificare le condizioni in Tanzania e aveva visitato l’interno di un ospedale, in condizioni un po’ impressionanti. Vide un bambino sotto una sorta di tenda e chiese di cosa si trattasse. La risposta fu: lì v’è un bambino, il quale ha tutta la pelle del corpo ustionata, perché gli si è rovesciata la pentola d’acqua bollente addosso, per cui è tutto ustionato, gravemente, e non abbiamo le medicine per curarlo, perché non abbiamo i soldi; allora, l’unica cosa che possiamo fare è l’aver fatto con alcuni rametti di legno un piccolo telaio, dove abbiamo messo degli stracci e degli asciugamani sopra, un lenzuolo, in modo tale che almeno non vadano le mosche, attirate dalla pelle in quelle condizioni, a toccargli la pelle, la qual cosa lo farebbe stare ancora peggio di quello che è già. Il ragazzo è abbastanza forte e forse si salva, se è robusto supera la crisi, altrimenti non ce la farà. Il giornalista è stato un po’ impressionato da questo, perché evidentemente i casi umani ti toccano e quando raggiunse la capitale andò in farmacia e comprò le medicine che si era fatto prescrivere dal medico di quel presidio sanitario e verificò che costavano 28.000 lire (voi sapete quanto costa andare a mangiare una pizza), le affidò a un corriere di fortuna, che a volte, nei Paesi del Sud sono anche “simpatici” nei mezzi di trasporto che hanno e qualche tempo dopo, tornato in Europa, ha ricevuto la lettera dal medico, il quale gli scriveva che le medicine erano arrivate, per fortuna, in tempo e che il bambino s’era salvato e che stava bene.

Sono Paesi nei quali una vita si salva o si perde per 28.000 lire. Io faccio sempre questo esempio: da noi, se vediamo uno per strada, un barbone, un marocchino, non importa chi, non sappiamo come si chiama e da dove arrivi, e vediamo che sta male, chiamiamo l’ambulanza e viene portato al pronto soccorso; se il medico al pronto soccorso valuta che ha bisogno di una T.A.C., gliela fa, anche se in ospedale costa parecchio, intorno ai 2 – 3 milioni, ma la esegue e nessuno gli chiede come si chiama: se v’è bisogno si fa e io, personalmente, sono fiero di vivere in un Paese, dove si fa così, mentre negli Stati Uniti, viceversa, di fronte ai quali io riverisco ogni mattina per il Piano Marshall e un po’ meno per le cose che capitano adesso, se uno non ha la carta della previdenza privata che si è pagato lo lasciano lì, perché non hanno l’obbligo di raccoglierlo, a meno che non sia un ospedale pubblico, che, però, copre solo il 10% del fabbisogno della popolazione, per cui ti può capitare di rimanere per strada. Là si trattava di 28.000 lire, non una T.A.C., sono proprio poche per noi. Se vi sono, allora, dei Paesi in questa condizione, che pagano gli interessi a noi e per pagare gli interessi a noi, non hanno le 28.000 lire per salvare delle vite umane, io credo che noi non possiamo non rimanere provocati da questa situazione, non solo come cristiani, ma come uomini, come cittadini di questo Paese che ogni anno si incassa 1.000 miliardi di lire per gli interessi.

Quali sono le vie? Che cosa capita? In ragione di questa situazione, è da tempo esistente una rete internazionale che fa pressione, che denuncia, che fa i calcoli del debito e quant’altro. Questa rete ha avuto una visibilità molto più consistente da quando il Papa, nel lanciare il Giubileo, ha proposto nella “Tertio millennio adveniente” il tema del debito estero dei Paesi poveri, come uno dei temi che provocano l’umanità nell’entrare nel nuovo millennio, in sintonia con quanto afferma il Levitico: dare una nuova opportunità, dare partenza nuova a queste popolazioni che una nuova opportunità non hanno, non solo cancellare i debiti. Quando uno ha un tale debito è in condizioni di schiavitù, perché nessuno può svilupparsi se non ha la cultura per costruire qualcosa, se non ha l’istruzione minima, se non ha una formazione professionale e, soprattutto, se non ha la vita, perché se muore prima…

La comunità internazionale sta rispondendo con grande lentezza, ma finalmente con attenzione a questo discorso. Pensate che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, nell’ultima riunione di Washington, di qualche mese fa, hanno finalmente e clamorosamente deciso di concludere l’esperienza dell’aggiustamento strutturale e di chiamare l’approccio che verrà proposto d’ora in poi ai Paesi del Sud: approccio della crescita (economica) e della riduzione della povertà. Per ora sono parole, ancora, bisogna vedere se alle parole corrisponderanno i fatti, ma in politica le parole sono fatti importanti, per cui è importantissimo questo cambiamento di linguaggio. Vi sono altri segnali da parte dei governi e anche di una certa consistenza; piano piano si sta andando avanti.

Le proposte che il mondo della solidarietà internazionale propone a tale riguardo sono fondamentalmente quelle che per altro sono contenute anche nella Campagna che la Chiesa italiana ha lanciato qui da noi, ovverosia quella di chiedere senz’altro ai governi le cancellazioni, ma di chiedere anche che ad ogni azione di cancellazione si unisca un’azione di riduzione della povertà. Se noi cancelliamo il debito e poi il governo si compra tre carri armati in più, o i diamanti per la moglie del presidente del consiglio, che si tenessero pure il debito, perché la questione è di cambiare le condizioni sociali ed economiche. Quindi: usare i soldi che non si pagano più per gli interessi, per progetti di sviluppo. Si richiede in modo anche abbastanza esigente il coinvolgimento della società civile locale della popolazione dei Paesi debitori a decidere di come usare questo denaro. Il governo, se v’è la cancellazione, non deve pagare più gli interessi, quei soldi li deve usare per finanziare la lotta contro la povertà: decidiamo con la popolazione, con la società civile come utilizzare effettivamente questo denaro. Non v’è reale riduzione della povertà, se non v’è, insieme, crescita della democrazia, intendendo per democrazia la partecipazione alle decisioni delle cose che mi riguardano.

Piccoli passi si stanno facendo in questa direzione. Nella proposta della C.E.I. (avrete sentito parlare dell’operazione di conversione del debito, quella di cui io sono il responsabile) v’è un modello di questo tipo: noi chiediamo al governo italiano di cancellare il debito; se non si cancella il debito gli si dice che non siamo più disponibili a vestire questa giacca di cittadini di un Paese che incassa soldi per interessi da popolazioni nelle condizioni descritte, allora, piuttosto, lo paghiamo noi, a un prezzo più basso del valore nominale e vogliamo, però, la cancellazione totale. In cambio di questo chiediamo al governo locale che metta in un fondo di contropartita, su un conto, più o meno lo stesso ammontare che noi abbiamo pagato in Italia, però lo metta nella propria valuta e creiamo un comitato che gestisce questo fondo di contropartita, costituito da alcuni di noi (per un evidente dovere di rendiconto, tanto più anche in ragione delle notizie che ogni tanto si sentono al telegiornale, vere o non vere, ma che danno immagini sempre piuttosto imbarazzanti), ma soprattutto dalle persone della società civile locale, dalla Chiesa locale, ma non solo, visto che questa non è un’operazione per far Chiesa, bensì per fare cose per la gente (strade, scuole, ospedali e quant’altro…). Il comitato, così costituito, decide come utilizzare questo denaro. In tal modo noi dovremmo riuscire a determinare un modello che ottenga le tre domande che si fanno: la cancellazione, il portare a beneficio della lotta contro la povertà le risorse che si liberano dalla cancellazione e far partecipare la società civile, controllando anche come vengono utilizzati i soldi, nel senso che è questo comitato che decide e, quindi, non è che sia destinato a non si sa chi, o a governi che potrebbero essere tentati di utilizzarli in altro modo.

La storia del debito è stata descritta, le categorie sono emerse, penso che adesso sia chiaro chi deve soldi a chi. I meccanismi d’uscita possono essere quelli della cancellazione, nuda e cruda, possono essere quelli della conversione, soprattutto per i Paesi che hanno qualche mezzo in più, come quello che vi ho descritto prima. Il dibattito è in corso. Penso che la scommessa davanti a noi sia non solo, o non tanto quella di restituire dignità ai nostri fratelli e amici del Sud, perché vivere nelle condizioni che ho descritto prima, forse non è tanto dignitoso, ma anche di chiedere a loro di darci una mano a che sia restituita a noi un po’ di dignità, perché vivere nei panni di cittadini che incassano tutti questi soldi, vivendo noi nelle condizioni in cui noi sappiamo e nelle condizioni in cui sappiamo vivere loro, credo francamente che sia una vita piuttosto priva di dignità.


Greenspann[5] quanto incide? In questo momento poco. Dipende da quali Paesi prendiamo in considerazione; se parliamo di Paesi, e sono la maggioranza, più poveri, prendendo l’accezione “povero” nel senso tecnico economico, ovverosia con minor reddito, come sono fondamentalmente i Paesi dell’Africa, alcuni Paesi dell’America, in modo particolare di quella centrale, come Haiti, Nicaragua, Honduras, Guatemala, ecc… e alcuni Paesi del sud-est asiatico, come il Vietnam e qualche altro, la decisione di Greensmann incide relativamente poco, perché di fatto il debito di cui stiamo parlando è antico, non vi sono state grosse erogazioni recenti e viene amministrato, soprattutto oggi, per via politica, cioè con decisioni politiche: cancelliamo, non cancelliamo, per cui l’influenza è più contenuta. Un certo rilievo, viceversa ha, sui Paesi, cosiddetti, a medio reddito, cioè Paesi come il Perù, l’Argentina, il Cile, il Brasile, che ha un debito molto pesante in proporzione a Paesi come la Thailandia, l’Indonesia, ecc…, che hanno un potenziale economico di molta maggiore consistenza, soprattutto un potenziale industriale, e che hanno una componente di debito anche verso le banche, verso il mondo privato, proprio per questa maggior capacità di pagamento. Allora. Qui sì che v’è uno stock di debito che risente degli andamenti internazionali. Infatti, una preoccupazione che oggi esiste è che non si avvii oggi nuovamente un percorso analogo a quello del ’79, con questo leggero ma continuo riapprezzamento, che il dollaro ha sull’euro e sulle altre valute, con questi interventi, per quanto abbastanza cauti della Federal Reserve, il cui approccio risente un po’ della cultura monetarista, ma è estremamente più cauto in ogni caso oggi rispetto a quello che fu vent’anni fa. È un problema aperto. Comunque, ripeto, sui più indebitati, sui più poveri anche oggi si ragiona soprattutto per via politica, per cui l’influenza è relativamente poco rilevante. È rilevante sui nuovi prestiti, perché non v’è dubbio alcuno che nel momento in cui noi cancelliamo questo debito, se riusciamo a cancellarlo, poi a questi Paesi bisogna elargire nuovo denaro, perché nessuno riesce a investire, a creare se non dispone di risorse finanziarie. Il mercato finanziario, anzi, è uno strumento per rendere più democratica l’economia. Se non esistesse il mercato finanziario, uno riesce ad avviare un’attività economica solo se è già ricco di famiglia, perché per comprare un trattore, se uno decide di fare il contadino domattina, se non v’è mercato finanziario lo può fare solo se ha già i soldi, invece il mercato finanziario consente, a chi i soldi non li ha e non è ricco di famiglia, di andare in banca e dire: io penso di prendere quella terra lì, di comprarmi un trattore, ecc… e di guadagnare vendendo il prodotto che ho coltivato; mi dai una mano? Tu, banca, se ti piace la mia idea scommetti con me sulla mia idea (questo è esattamente il mestiere delle banche) per cui mi dai i finanziamenti, li uso per comprare il trattore, affittare la terra, dopodiché dai proventi che ho con il mio lavoro, dalla vendita dei prodotti che produco, realizzo, coltivo, pago i costi di gestione, pago me e restituisco il debito e impiego, ovviamente, uno, tre, dieci, vent’anni per la restituzione dello stesso, però i soldi per comprare il trattore li ho bisogno subito, non posso acquistarlo a rate e in questo caso è come se avessi esattamente acceso un debito con la banca e pago il valore poco per volta. Per cui il mercato finanziario serve a questo. Anche con i Paesi del Sud: se noi riusciamo a ottenere la sanatoria della situazione attuale, soprattutto per via politica, perché si riconosca che questo debito è già stato pagato, come diremo in seguito, però, poi, se dobbiamo costruire strade, avviare iniziative, ecc… ci vogliono soldi, perché queste costano. Il problema è, tuttavia, prestare soldi, accendere dei prestiti da parte di questi Paesi sulla base di progetti credibili, dati in modo che i progetti siano sostenibili non solo perché hanno una buona idea economica alla base, ma anche perché le condizioni di prestito evitino rischi, esplosioni, e cose come quelle che si sono determinate. Vi sono delle soluzioni per gestire la parte dei tassi di interesse, ma soprattutto, oggi non succede più, normalmente, di prestare dollari; si prestano panieri di monete, ovverosia si prestano delle cifre che sono misurate attraverso medie di valute, cioè non si dice: tu prendi 100.000 dollari, ma 100.000 x, che sono il frutto della media di dollaro, yen, euro, o addirittura dollaro e valuta locale in qualche caso, in modo tale che così si evita che l’andamento perverso di una sola valuta possa pesare sul valore del debito.

Seattle. La partita di Seattle è molto grossa. Lì non è questione di politica di aggiustamento strutturale, che è una cosa tecnicamente distinta dalla questione delle discussioni a Seattle, dove non si desiderava imporre ai Paesi poveri certe ricette, quanto si poneva il problema della regolamentazione del mercato internazionale. Alcune posizioni in campo nel dibattito di Seattle, come l’accordo multilaterale sugli investimenti dell’anno scorso, sono figlie della stessa cultura che ha creato le politiche di aggiustamento strutturale. Esse dicono che è assolutamente necessario che il mercato non abbia regole, perché ogni regola, ogni intervento dello Stato, non solo come presenza a gestire attività ma anche proprio come regole (tant’è che le chiamano lacci e lacciuoli), altera la naturale efficiente allocazione delle risorse: qualunque regola altera questa libertà. Il mercato dev’essere libero, perché questo è anche più coerente alla libertà di cui l’uomo dispone, dunque lasciamo che il mercato sia libero. Dietro questa cultura v’è una sorta di attribuzione di un valore etico al mercato, per cui il mercato è l’unica vera forma di democrazia, perché nel mercato non v’è il proporzionale, o il maggioritario, o il recupero del 25%, o il collegio uninominale, tutte queste cretinate che la politica ci richiede, no! Il mercato, secondo questa corrente, è perfettamente libero e io, quando vado al mercato, quando io entro nel mercato, io voto i beni che preferisco, liberamente, nessuno mi impone di comprare una cosa o l’altra e nessuno mi impedisce di acquistare la quantità che voglio io, senza alcun recupero proporzionale, sottoproporzionale, no, io vado lì e compero quello che voglio nella massima libertà; esercito un voto e scelgo i prodotti che preferisco. Questa eticità del mercato si traduce anche politicamente, perché in realtà chi vince nel mercato, come produttore, ha una sorta di legittimazione sociale, dunque finanche una legittimazione politica. V’è questa identificazione che da qualche tempo è proposta anche in Italia tra buona performance economica e automatica legittimazione politica, buona performance politica. Da noi è nuovo tale fenomeno, ma nella cultura anglosassone è molto più frequente. Io faccio sempre l’esempio di Jimmy Carter, che è stato uno dei presidenti americani, forse tra i meno sgangherati, dell’ultima parte del secolo e forse in ragione di una maggior sincerità è quello che ha avuto meno successo nel fare operazioni, perché si faceva fregare, perché era un po’ troppo ingenuo. Al di là di questo, era un democratico, più vicino alla nostra tradizionale e naturale sensibilità, rispetto a uomini come Reagan, Bush. Jimmy Carter non sarebbe mai diventato presidente americano se non fosse stato il più grande produttore di noccioline americane, cioè uno dei più grandi imprenditori (agricoli) degli Stati Uniti. Quello è un Paese in cui il mercato ti dà una legittimazione che può essere spesa anche politicamente: se tu vieni votato dal mercato vuol dire che vali e che, allora, ti puoi proporre anche politicamente, la qual cosa è una sgangheratezza assoluta, perché la politica è altro, è l’interpretazione sulla base della propria cultura, cioè dei propri valori, delle risposte più utili per risolvere i problemi della gente e non altro; a mio giudizio e senza che questo sia legato a singole persone che oggi sono in politica in Italia. Questo modello, però, a mio giudizio, falsa la vera funzione del mercato; i liberisti che dicono che il mercato dev’essere libero in modo assoluto, che bisogna togliere ogni laccio e consentire a ogni multinazionale di investire dove vuole, facendo lavorare chi vuole, perché se riesce ad abbassare i costi, facendo lavorare dei bambini che costano di meno, può vendere a prezzi più bassi e quindi fare un servizio al consumatore, il quale così paga meno i prodotti (perché tutto questo è costruito poi come servizio al consumatore), secondo me falsa letteralmente quella che è, proprio da un’ottica liberale, la funzione del mercato. L’economia è lo studio dell’organizzazione degli scambi; perché le persone scambiano prodotti fra di loro? Per vivere meglio, perché se io produco grano e un altro produce latte, io mangio solo grano e l’altro solo latte, dopo un po’ stiamo male, allora è meglio che lui mi dia un po’ del suo latte e io un po’ del mio grano; quindi le persone cominciano a scambiare per migliorare di fatto la propria vita, ma, forse, addirittura di più per tutelarla, per garantirla, per rispondere meglio ai bisogni fondamentali. La maniera migliore per organizzare questi scambi è probabilmente il libero mercato, ovverosia che non a qualcuno sia imposto di fare una cosa, ma che nella libertà ognuno scelga cosa produrre e cosa scambiare. Questo, per altro, è anche coerente con quella sete di libertà, che da un punto di vista culturale, artistico, noi abbiamo. Se andiamo a leggere la nostra Costituzione, che, bontà divina, nella sua prima parte non è stata ancora toccata, vi sono questi diritti riconosciuti sacri della persona con la libertà di questo, di quello e di quell’altro, ma anche di espressione. È coerente con la libertà di espressione il fatto che se uno vuole costruire, coltivare e vendere patate, lo possa fare; se, poi, vi sono troppe patate, si renderà conto da solo che oltre alle patate è meglio coltivare altre verdure, però non vedo il motivo per cui io centralmente debba decidere che cosa lui deve fare. L’esperienza storica, peraltro, ha dimostrato che tutte le economie centralizzate hanno fallito clamorosamente, ma non tanto per ragioni politiche, filosofiche, o ideologiche; Gorbaciov ha fatto il passaggio che ha fatto, perché in alcune province, in alcune repubbliche dell’Unione Sovietica v’erano problemi di fame, nel Paese, nella nazione che aveva la più grande capacità di produzione agricola e alimentare del mondo, largamente superiore al proprio fabbisogno, ma la centralizzazione non è in grado di determinare un’efficiente distribuzione. Il problema è che se l’obiettivo è migliorare la vita, se la centralità del mercato è la vita delle persone, coniugata a questa libertà, il modello neo-liberista che nega ogni regolamentazione del mercato, che cosa fa? Garantisce a me, consumatore, di comprare quello che voglio, forse, se sono al Nord, ma non garantisce affatto a me, persona, di produrre quello che voglio. In una concorrenza completamente sfrenata, infatti, soprattutto quando parte da un momento in cui la linea di partenza non determina uguali capacità, nel senso che v’è qualcuno che è più forte e qualcun altro che è più debole, se non vi sono regole il più forte diventerà sempre più forte, perché io, che sono più forte, a un certo punto decido di abbassare i prezzi brutalmente, fino a che non costringo quelli piccoli a uscire dal mercato, perché non ce la fanno più e saltano; quando sono rimasto da solo posso rialzare i prezzi. La libertà di mercato è la libertà di comprare, ma anche la libertà di vendere. Oggi, ad esempio, uno di noi può mettersi lì a costruire, a produrre automobili, televisioni? Si possono fare tante altre cose, ma non queste due cose qui. Sul piano mondiale, secondo voi, uno può mettersi nel settore alimentare? Il mercato alimentare è nelle mani di due o tre grandi potenze, il mercato alimentare, dei tabacchi e dei prodotti di consumo, come detersivi e cosmetica sono in mano di Philip Morris, Procter & Gamble e Nestlè e qualche altra, e basta ed è tutto in quelle mani lì. Abbiamo, quindi, se non una situazione di monopolio, una situazione di oligopolio, in cui di fatto, proprio per usare il linguaggio di questa cultura, è mortificata la libertà di produrre, la libertà di entrare nel mercato […] un mercato assolutamente senza regole. Peraltro, è proprio della cultura anglosassone, quella da cui viene la scuola neo-liberista più estrema, che ci ha insegnato e noi l’abbiamo fatto nostro nella comunità europea, avere un ministero, che a livello europeo si chiama commissario, per la concorrenza. È presente un commissario per la concorrenza, che oggi nell’Unione Europea, ma questo capita anche negli Stati Uniti, controlla che la posizione di un’azienda rispetto ad altre non sia dominante, perché se la posizione diventa troppo dominante tu puoi ostacolare tutti gli altri e arrivare a una situazione di monopolio, per cui certi accordi non si possono fare e se sono effettuati vengono fatti sciogliere (la vicenda di Bill Gates negli Stati Uniti è una cosa di cui sappiamo tutti, recentissima: gli stanno dicendo di vendere alcune sue proprietà; ma è capitato molto recentemente anche per molti accorpamenti e fusioni in Europa). Il problema è che a livello internazionale una regolamentazione di questo tipo non esiste, perché non esiste un’istituzione di questo tipo; è presente a livello nazionale, o a livello di U.E., che sta diventando sempre più un corpus nazionale dal punto di vista istituzionale, non è presente a livello internazionale. A Seattle, nei dibattiti in cui si parla su questi temi, v’è la componente neo-liberista più forte che lavora per eliminare tutti i lacci, v’è la componente, che secondo me, è più autenticamente liberale e nella quale io mi riconosco assolutamente, la quale afferma che ci vogliono delle regole per tutelare la centralità della persona, i minori affinché non siano sfruttati, per consentire a tutti di entrare nel mercato, ecc… La difficoltà è la debolezza delle istituzioni internazionali: l’ONU, ad esempio, ha difficoltà a intervenire in Albania, nei Grandi Laghi, in Sierra Leone.

Come si fa ad apprezzare il dollaro? Si alzano i tassi d’interesse. Ovverosia io alzo i tassi di interesse per vincere l’inflazione, però alzo i tassi d’interesse anche per apprezzare il dollaro. Come sarebbe? Se io sono il governo americano dico: per combattere l’inflazione mi basterebbe mettere come tasso di interesse sui miei titoli pubblici il 15%, per esempio, e metto il 15%, voglio apprezzare il dollaro? Allora metto il tasso di interesse al 20%; perché? Se io fisso il 20% non solo otterrò di togliere dal mercato beni, finanze e soldi, che prima sarebbero stati spesi per domanda e che adesso vanno nel mercato finanziario, come ho descritto prima, ma avrò anche dei tedeschi, degli italiani, dei francesi… che vedendo che il titolo americano è così conveniente, nel senso che dà una remunerazione così alta, anziché investire a casa loro, verranno a investire da me, venderanno le loro lire, ad es., per acquistare dollari, con i quali acquistare il titolo americano, ecc… tutta questa domanda di dollari, evidentemente fa salire il prezzo del dollaro. Il meccanismo è stato questo. Ovviamente se il Ghana, o il Senegal, per dirne due, cercassero di apprezzare la propria valuta non succederebbe alcunché.

Quand’è che si sono creati i tassi reali negativi? È molto raro che si creino. Tasso reale negativo, cioè inferiore all’inflazione, è molto raro, anche perché la banca ci perde, però la dinamica internazionale a quell’epoca fu così virulenta, perché virulento fu l’aumento del petrolio e così grande la quantità di proventi, di petroldollari, di dollari che da quell’aumento derivò, che determinò questa differenza. In qualche caso magari capita quando vi sono aumenti repentini dell’inflazione, ma è comunque piuttosto raro.

Come si fa a fare sviluppo dopo la cancellazione? Questa è una questione piuttosto grossa. Direi due considerazioni. Certamente il problema è anche di politica, cioè come si propone sul piano politico la questione del commercio internazionale, delle regole. Noi abbiamo imposto, nel senso che la cultura del Nord ha imposto a questi Paesi l’aggiustamento strutturale, il togliere i dazi, liberalizzare tutto e, soprattutto, esportare, esportare, esportare… pensate che nelle politiche di aggiustamento strutturale in qualche caso ai Paesi è stato detto di smettere di coltivare i cereali che coltivavano, per mettersi a coltivare prodotti che si potevano vendere al Nord e, tipicamente, la barbabietola, per fare lo zucchero, perché al Nord si consuma la barbabietola, salvo poi fare la dieta, o andare in palestra, perché si hanno due chili in più; questi Paesi hanno smesso di coltivare cereali e hanno fatto le barbabietole, dopodiché siccome tutti facevano le barbabietole, il prezzo dello zucchero da barbabietola è crollato, per cui questi hanno guadagnato meno di quello che guadagnavano prima, dal punto di vista delle esportazioni, e non avevano più grano in casa propria. Voi mangiate sempre barbabietole e poi mi dite come state; si sono creati problemi di insufficienza alimentare nella produzione interna laddove non ve n’erano mai stati. La comunità internazionale, ma quella del Nord, cosa ha fatto? Quando cominciarono ad arrivare in quantità i prodotti del Sud, quando arrivò il riso egiziano, o quello cinese, thailandese, cantonese, vietnamita, ecc… a dare un po’ di fastidio al nostro buon riso di Vercelli, della omellina, di tutte queste belle zone, che cosa abbiamo fatto noi europei? Un bel dazio! Per cui noi abbiamo imposto a loro di togliere i loro dazi, ma noi, i nostri, li abbiamo messi e li abbiamo messi anche forti per proteggere i nostri beni. Nella politica interna europea abbiamo fatto la politica delle quote, che è anche intelligente, ma questa è stata fatta per evitare che ci arrivassero arance dal Sud, beni e prodotti fuori dalla Comunità Europea. Per cui noi abbiamo la forza politica ed economica di agire in questo modo e di imporre al Sud i nostri bisogni, facendo qui ciò che chiediamo a loro di non fare a casa loro. Non è che automaticamente se adesso cancelliamo tutto, va tutto bene a rose e fiori. V’è un forte lavoro di pressione politica, di costruzione di mentalità, anche presso i decisori, i governi, perché agiscano con azioni e atteggiamenti che incidano sul mercato internazionale, sulla politica commerciale internazionale. Noi abbiamo, infatti, lo strumento dei governi e non è che possiamo rivolgerci alle multinazionali affinché facciano qualche cosa, lo possiamo chiedere per via legislativa, ovverosia se mettiamo delle regole. Occorre fare tutta questa azione di pressione, perché il risultato sia un sistema di regole e di stile, che consenta effettivamente sviluppo. Credo che questa sia una cosa da costruire. Vi sarebbe da dire di più, ma mi limito a quanto ho detto qui.

Veniamo ora a quelle tre questioni che riguardavano più la Campagna italiana, o quello che possiamo fare noi. Che cosa sta facendo il governo italiano? Il governo italiano ha promesso il 25 aprile 1999 che ci sarebbe stata questa cancellazione per tutti i Paesi che hanno meno di 300 dollari di reddito pro-capite annuo; questi sono grosso modo una quindicina, mentre sono un centinaio quelli che devono soldi all’Italia. Che cosa è capitato? È capitato che finalmente un disegno di legge è stato scritto e consegnato da parte del governo alla Camera il 30 dicembre. Per cui oggi abbiamo un disegno di legge in parlamento che si occupa del tema in esame e che dovrebbe arrivare a produrre questa cancellazione. Giudizio su questa legge? Da una parte positivo, se non addirittura molto positivo, perché è la prima volta che, finalmente, si agisce in tal modo, è un atto di importante discontinuità rispetto al passato. È stato anche importante sul piano internazionale, perché di fatto ha favorito l’analoga decisione della Gran Bretagna, che mai si sogna di riconoscere che ha agito conseguentemente rispetto all’Italia, e un analogo orientamento, se non ancora decisione, della Francia, che in cinque mesi ha cambiato la sua posizione quasi di 180°. Negli Stati Uniti ha favorito anche un po’ l’irrobustirsi della tesi della cancellazione dei debiti, tesi che purtroppo al Congresso (sta meglio) e al senato (sta peggio) è ancora minoritaria. Il congresso degli Stati Uniti a dicembre ha votato un ordine del giorno in cui si chiede la cancellazione di tutto il credito che loro vantano ed è un atto politico molto rilevante; purtroppo è solo una mozione e non una legge e ora che diventi legge… Purtroppo penso che non vi siano i numeri, ma si sta lavorando… L’altra parte del giudizio è ovviamente negativa, nel senso che è insufficiente: noi non possiamo non dire, mentre ci complimentiamo con il governo perché finalmente ha fatto un atto politico importante, che chi ha i debiti verso l’Italia sono un centinaio di Paesi e quegli 85 che non sono compresi in questo disegno di legge non è che stiano bene. Di conseguenza, ogni tanto scherzando, a funzionari del Tesoro e degli Esteri che mi dicevano che li stavo minacciando, rispondo che non è quello il punto, che non li sto minacciando, ma fino a che sappiamo che v’è una persona nel Sud del mondo che, a causa del debito, non può curar suo figlio, noi veniamo qui tutti i giorni a ricordarlo continuamente, come Abramo che insiste con il Signore, perché penso che sia assolutamente nostro diritto da una parte, ma anche nostro dovere dall’altra. Allora questo atto è molto bello, ma, molto semplicemente, non basta! Non è escluso che il dibattito in parlamento possa innalzare questo tetto.

Con questo veniamo al rapporto tra noi, Chiesa italiana, e il governo italiano. Questa conversione dei debiti, di cui ho detto velocemente prima; la Campagna C.E.I. ha tre obiettivi. Il primo è l’azione pastorale ed educativa, e su questo spendo qualche parola come conclusione, ma l’obiettivo è suscitare tra la “nostra” gente la consapevolezza che su questo pianeta non si vive alla stessa maniera e che noi viviamo in una maniera prodigiosamente più comoda, almeno dal punto di vista dei bisogni primari fondamentali, rispetto a quanto vivono molte più persone di noi e che questo ha a che vedere anche con i nostri comportamenti, nel senso che noi da una parte beneficiamo di tale condizione, dall’altra parte i nostri gesti possono continuarla, mantenerla (questa condizione), o possono concorrere a modificarla. Il secondo obiettivo è la pressione politica, che va un po’ in sintonia con le cose che dicevo prima: legale cancellazione e lotta alla povertà, coinvolgere la società civile per decidere come combattere la povertà; poi vi sono altre cose che chiediamo al governo, ovverosia maggiore trasparenza, una procedura di insolvenza internazionale, che oggi non c’è, restituzioni internazionali, da parte dell’ONU, più che del Fondo Monetario, su queste cose, perché è una questione politica prima che economica. Terzo obiettivo è questo che noi abbiamo chiamato: un gesto di responsabilità, cioè a dire, alla luce della consapevolezza che vorremmo aver suscitato, che vorremmo anche metterci a disposizione, perché a parlare è anche abbastanza facile, per riempirsi la bocca, con toni più o meno esorbitanti, dicendo contro il Fondo Monetario, poi però si va a casa e non è cambiato alcunché; invece fare un gesto concreto, che possa in parte realizzare qualche cosa e in parte essere uno strumento politico che concorra a cambiare il panorama, questo può essere effettivamente interessante e abbiamo immaginato questa operazione di conversione di credito. Vi ho detto più o meno com’è il meccanismo: paghiamo noi il debito di questi Paesi, non al suo valore nominale: il valore nominale è 100, questo debito ha un valore reale, nel senso che, poiché questi Paesi non ce la fanno, è passato tanto tempo, il valore reale è intorno al 10%. Come se uno mi prestasse 100.000 lire, dopo tre, o quattro anni io non gliele restituisco, questi mi dice: Riccardo, io ho capito che tu non ne hai più, ti vergogni a farti vedere e quando mi vedi scappi, io sono stufo di chiederteli, perché sono imbarazzato anch’io, vediamo di risolvere la questione, quanto mi puoi dare? E ci mettiamo d’accordo, ad esempio, per 39.750 lire, perché di più non ho e lui le prende, il debito è chiuso, e basta. Quelle 39.750 lire sono il valore reale del debito. Il valore reale dei Paesi del Sud (Africa, in particolare), oggi non è superiore al 10%. Allora, noi vogliamo andare dal governo e dire: guarda, noi ti chiediamo di cancellarlo, ma, se tu non lo cancelli, per due Paesi, perché per più non ce la facciamo mentre per due sì (forse ce la facciamo anche per tre… vedremo), piuttosto paghiamo noi il debito al suo valore reale, per cui mettiamo qua il valore reale del debito e tu cancelli l’intero ammontare, anche nominale. Non facciamo, però, solo questo; noi facciamo questa operazione a condizione che il governo locale metta su un fondo di contropartita un ammontare commisurato a quello che noi abbiamo pagato in Italia e poi lo amministriamo con il comitato che costituiamo con i rappresentanti della società civile locale. Stiamo già facendo tutto un lavoro di preparazione. Ogni tanto vado giù in Africa, perché là è già partito il lavoro e vado per mettere le cose insieme, per vedere a che punto siamo e a decidere i passi successivi, per fare l’analisi dei bisogni. I due Paesi che abbiamo scelto sono lo Zambia e la Guinea. Noi vogliamo fare proprio una carta dei bisogni, delle necessità che oggi vi sono e delle risposte che a questi bisogni sono presenti oggi in Zambia e in Guinea e, alla luce di questi bisogni, individuare delle priorità, perché con i soldi che avremo potremo fare molto, ma non tutto, all’interno di quelle priorità, quindi, scegliere una lista di progetti da realizzare con questo denaro. A Natale vorremmo arrivare a fare l’accordo con questi due governi, avendo già chiara la lista di tali progetti da realizzare, in modo tale da forzare anche il governo locale a sottoscrivere la lista che noi gli proponiamo, perché il rischio, poi, è anche che quando si fanno queste cose il governo locale dica: sì, sì, va bene; però, poi, trovi mille maniere per ostacolare la scelta dei progetti. Noi vogliamo, così, anticipare il momento della scelta rispetto al momento dell’accordo, di modo che il governo italiano e quello locale firmino la lista dei progetti e dopo non vi siano più discussioni. È molto importante, però, che questi progetti non emergano da qualcuno che va lì con aria paternalistica e dice: voi avete bisogno di un ospedale situato in quella posizione, ecc…, ma sia proprio la gente che sceglie attraverso la partecipazione della società civile di cui dicevamo. V’è già un gran lavorio, soprattutto in Zambia, un po’ meno in Guinea, dove la società civile è un po’ meno vivace (anche gli strumenti culturali in Zambia, le persone che vanno a scuola, che sanno leggere e scrivere sono molto più numerose delle persone della Guinea, dove è più difficile costruire un percorso di questo tipo), ma sicuramente questa è un’opportunità per far fare anche un cammino alla società civile locale. È già partito il lavoro di analisi delle priorità e lo stiamo facendo crescere. Questo denaro serve, allora, per realizzare progetti al Sud. Qualcuno obietta: se è vero tutto quello che ci hai raccontato a proposito della storia del debito, se è vero che se noi utilizzassimo una valuta diversa dal dollaro, ovverosia se noi calcolassimo tutti i flussi che vi sono stati di prestiti e di pagamenti con interessi e quant’altro, o eseguissimo un calcolo con una media di valute, questo debito risulterebbe che molti Paesi abbiano già pagato più volte, perché dovremmo pagarlo noi? Se usiamo i dollari emerge che il debito è ancora da pagare, perché in dollari i Paesi non sono riusciti a restituire il debito, ma se noi utilizzassimo un’altra valuta, tutt’altro. Pensate al debito esemplificato prima, quello della casa: se noi lo misuriamo in dollari, questi ragazzi non ce la fanno a pagare 240 milioni, pagano solo 30, 50, 100 milioni, in tre anni pagano 300 milioni e non ce l’hanno fatta assolutamente a pagare. Immaginate che, invece, usiamo come unità di misura la lira, come se avessero fatto il prestito in Italia: questi avrebbero dovuto restituire 200 milioni, pagando 60 milioni di interessi, quando questi erano alti; pagando 100 milioni oggi, altrettanti domani, in qualche anno il debito è restituito eccome; però questi 100 milioni hanno continuato a pagarli anche tutti gli anni successivi, per 20 anni, per cui, fuori dall’esempio, in realtà tutti questi Paesi, se il debito fosse calcolato in lire hanno strapagato il debito, che, invece, non risulta pagato, perché è misurato in dollari. Allora usiamo una media di valute, usiamo un’altra valuta che non sia nemmeno quella del Paese del Sud anche così emerge che il debito è stato pagato. Ma allora alcuni dicono: se il debito è già stato pagato, perché dobbiamo pagarlo noi? Non è che non ho voglia di pagarlo io per non tirar fuori i soldi miei, ma pagando questo, in fondo, io vado a legittimare l’uso del dollaro, vado a legittimare questo meccanismo. Io risponderei in questo modo: noi legittimeremmo il debito se dicessimo che questa è un’operazione splendida e che questa operazione onora i “sacri” testi e riti del mercato, soprattutto del mercato detenuto con le redini dal Nord. Noi stiamo dicendo a tutto il Paese, perché stiamo girando tutta l’Italia per incontri di questo tipo, lo abbiamo scritto, ne parliamo con il governo, e non v’è chi non sappia o che possa mettere dubbio sul fatto che proprio noi, come Campagna della C.E.I., riteniamo che il debito, oggi, sia frutto di una distribuzione perversa del potere nelle relazioni economiche Nord-Sud, che falsano quelli che dovrebbero essere gli autentici meccanismi di mercato e che questo debito è ingiusto. Io dico sempre che qui è da rimettere il debito non per una ragione di carità, ma per una ragione di giustizia e cito sempre l’ “Apostolica [?]”, dove, al numero 8, lo ripeto come un ritornello, dice: “… non si faccia passare per atto di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia”. Noi questo lo diciamo con chiarezza e penso che nessuno possa dubitare che questa posizione c’è ed è chiara, senza contare che la politica è anche l’arte del possibile. Forse si potrebbe contestare che non è la C.E.I. che dovrebbe far politica, ma che sono i laici che, nella loro autonomia, debbano compiere simili atti; è anche vero, ma questa Campagna serve anche per creare le condizioni, affinché poi i laici possano buttarsi a costruire gesti politici, anche più robusti di questo, e soprattutto più diffusi, più frequenti, più articolati, dal Giubileo in poi. Noi, Chiesa, diciamo: il debito va cancellato, detto questo, costruiamo uno strumento che è uno strumento di pressione politica, perché, di fatto, noi chiediamo al governo di cancellare il debito, ma piuttosto di rimanere in questa situazione siamo disposti a pagare noi e diamo una provocazione. Di fatto, la dichiarazione di Ciampi del 25 aprile seguiva esattamente la conferenza stampa che noi abbiamo tenuto e nella quale noi abbiamo detto che ufficialmente la Campagna era partita, con questa operazione intrinseca. A me, il pomeriggio prima della conferenza stampa quando sono andato al Ministero degli Esteri ad annunciare che avremmo fatto quello il giorno dopo, hanno detto: certo che ci create molto imbarazzo! Io ho replicato: perché vi creiamo molto imbarazzo? Loro hanno risposto: il fatto che la Chiesa, comunque i cittadini, ma la Chiesa a maggior ragione, raccolga dei soldi per pagare il governo italiano, perché il governo italiano compia un atto che forse dovrebbe fare già di propria iniziativa, è, per il governo italiano, un po’ imbarazzante. Io risposi loro che era come se avessi vinto la lotteria di capodanno, perché quello che io desidero è che si crei esattamente questo disagio, perché nasca un’iniziativa politica nel nostro governo. A me non interessa che noi facciamo bella figura rimettendo il debito; a me interessa che questo problema sia risolto, che vi siano benefici concreti per i popoli del Sud e che questi, per quanto è la nostra responsabilità, siano provocati per mezzo del governo italiano, che assuma un’iniziativa politica su questo tema. Questa Campagna, io la vedo, in modo particolare, come uno strumento di pressione politica, però vi sono altre due considerazioni. Scusate se mi dilungo, ma è importante soprattutto se dobbiamo spiegarla ognuno a casa nostra, ecc…; questa Campagna è anche uno strumento di dialogo e/o pressione con i governi del Sud, perché qui non abbiamo solo da costruire un percorso politico con i governi del Nord, ma anche con quelli del Sud, perché, senza che vi sia alcun razzismo, visto che i buoni e i cattivi sono dappertutto, al Nord come al Sud, a Est e a Ovest, vi sono governi del Sud che sono splendidi, in cui vi sono persone come Nierere, che è mancato poche settimane fa, e che tutti ricordiamo, anche se in Italia non è stato detto nemmeno al telegiornale e solo due giornali hanno scritto un trafiletto su Nierere (Il Manifesto e Avvenire), come una delle persone più interessanti che il XX secolo ha fatto vedere sul pianeta; vi sono state anche delle persone più simili ad avventurieri, come il caso del dittatore dello Zaire. Allora, noi non possiamo permetterci di perdere l’occasione di costruire un percorso per responsabilizzare anche i governi del Sud, perché non v’è dubbio che alcuni di questi governi siano saltati anche sul carro di questo meccanismo quando c’era stato da indebitarsi, perché così un po’ di soldi potevano andare in tasca anche ai responsabili di governo. Allora, noi operiamo per la cancellazione e facciamo una pressione politica al Nord, O.K., però bisogna che le risorse liberate siano utilizzate bene al Sud. Io penso che questo sia uno strumento per vincolare i Governi del Sud, almeno i due scelti: Zambia e Guinea; perché noi chiediamo loro di dimostrare concretamente - tirando fuori dal loro bilancio somme di denaro, rinunciando ad amministrarle in qualche – di volere usare le risorse finanziarie, coinvolgendo la società civile, e a favore della società civile. Allora, se noi vediamo questa Campagna come uno strumento politico verso il Nord, ma anche verso il Sud e cominciamo chiarendo che insieme dichiariamo l’ingiustizia che comunque sta a monte della posizione attuale, credo che riusciamo a fare una cosa che consente di dire le cose come stanno e di trovare un meccanismo che risolva anche concretamente, perché le cose vanno anche risolte.

La seconda e ultima considerazione: non gliel’aveva mica ordinato il medico a Gesù di morire sulla croce, accettando di essere giudicato dalla folla, da uno che se ne lava le mani; allora potremmo dire che Nostro Signore legittima la pena capitale e legittima, soprattutto, che vi siano degli abusi giuridici, come la schifezza del processo che v’è stato. Nessuno, però, si sogna di dire questo, ma non perché non si deve criticare Nostro Signore, ma perché la logica è diversa: è che se a un certo punto vedo uno che sta male, ogni uomo è mio fratello, diceva Gesù e a quel punto sono disponibile a pagare anche di persona, non importa come, pur di cambiare questa situazione -. Io credo che sia tanto più provocatoria e rivoluzionaria questa disponibilità a pagare di persona, non importa come, anche su chi non è del nostro mondo, della nostra sensibilità e che però ha responsabilità nel prendere decisioni su queste gravi questioni internazionali. Io credo che noi dobbiamo dimostrare che realmente non siamo e non possiamo rimanere indifferenti, ma io credo che si rimanga non indifferenti non solo denunciando indignati, ma anche mettendosi a disposizione.

Non lasciamo che la politica sia fatta solo dal governo, ma facciamola anche noi” è stato detto da uno dei presenti e mi è piaciuta questa frase. È il primo obiettivo della Campagna. Per finanziare questa operazione di conversione del debito è necessaria una raccolta fondi, perché le cose si fanno anche coi soldi e bisogna che ve ne siano per farle, però non ha alcun senso la raccolta fondi se non viene insieme, e in termini logici dopo, un’azione di consapevolezza. Quello che noi dobbiamo fare, la scommessa grossa di questa Campagna, a mio parere, è quella di riuscire a suscitare questa consapevolezza nel nostro mondo, tra la nostra gente, la consapevolezza che viviamo tutti nello stesso pianeta, che viviamo in modi diversi e che il fatto che viviamo in modi diversi ci riguarda. Ci riguarda come cristiani e come cittadini, ma, forse, in modo particolare come cristiani. Mentre venivamo qua dicevamo che il cristiano è uno che si converte, è uno che incontra una Persona, la scopre, a un certo punto è provocato da questa e si converte, cambia. Quello che abbiamo davanti a noi è l’opportunità di avviare un percorso di conversione personale anche per quanto riguarda i nostri comportamenti. È tutta la partita degli stili di vita; ne parlerete più avanti, verso la fine del corso, ma è tutta la partita del consumo responsabile, critico. È vero che ognuno di noi conta poco, però io non posso permettermi di comprare i prodotti di un’azienda che va nel Sud del mondo a creare delle cose tremende nei confronti delle persone che qui vi abitano, solo perché sono più vulnerabili.

La Nestlè va al Sud del mondo a proporre alle mamme di usare il latte in polvere. Lo regala loro in ospedale fino a che queste cominciano a dare il latte in polvere e poi non tornano più indietro, perché se smettono di allattare… non hanno più il latte e, di conseguenza, dopo, cominciano a comperare il latte in polvere, anche se non hanno soldi comperano il latte facendo qualsiasi cosa, si prostituiscono realmente, non è una battuta, con gli autoctoni, ma anche con i bianchi, per poter pagare il latte in polvere, che gli vendiamo noi, e darlo ai bambini. Perché questo? Perché la Nestlè dice: il latte in polvere è una cosa meravigliosa, tu sei già un po’ denutrita, smettila di denutriti e di privarti di risorse, perché allattando il tuo bambino tu cedi risorse, nel senso che tu cedi alimenti, calorie e quant’altro, ma il tuo bambino ha bisogno di una mamma forte; visto che avete un’alimentazione che non è sufficiente, non privarti di risorse, mangia bene e dà il latte in polvere al tuo bambino, perché tanto ti basta solo un po’ d’acqua. Le mamme africane, ironicamente, sono notoriamente tutte laureate in biologia, per cui sanno benissimo distinguere l’acqua potabile da quella non potabile, hanno tutte un sistema fognario, di acquedotto, di acqua calda e fredda in casa, come ce l’abbiamo noi, per cui hanno tutte l’acqua potabile in casa senza alcun problema. Vi lascio immaginare cosa capiti ai bambini che vengono nutriti con il latte in polvere, allungato con acqua, a volte non assolutamente pura e pulita. Per cui vi sono bambini che muoiono per il latte in polvere, vi sono bambini che muoiono per infezioni, che avrebbero tranquillamente superato se avessero avuto gli anticorpi che si ricevono con il latte materno e che non ricevono in questo modo. Di fronte a una cosa di questo tipo, io credo che sia assolutamente e perfettamente legittimo dire: signori, io non compero più i prodotti di quell’azienda lì. Mi informo su quali siano i prodotti di quell’azienda e non li compero più e glielo dico che non li compro più, spiegando loro anche il motivo, orgoglioso e fiero di riempire il cesto del supermercato di prodotti Nestlè domani, se domani vengo a sapere, e vi sono gli strumenti per saperlo, che queste cose non si fanno più.

Voi avete sentito che la Reebok, un mese e mezzo fa, ha fatto un annuncio, dicendo: abbiamo scoperto che in alcune nostre aziende lavorano bambini, abbiamo deciso di intervenire immediatamente. Perché la Reebok ha agito così? Forse perché sono stati folgorati sulla via di Damasco? Più facilmente perché hanno visto i risultati che hanno prodotto i boicottaggi sulla Nike e hanno pensato di giocare d’anticipo, usando una cosa che potrebbe diventare un rischio, una minaccia si dice tecnicamente in marketing, facendola diventare un’opportunità, o addirittura un vantaggio competitivo; cioè: prima che ci becchino loro, denunciamoci noi e, però, facciamo qualcosa di concreto, così ci facciamo stimare e interveniamo e prendiamo quote di mercato, ecc… A me questo va benissimo. Se la Reebok è in grado di dimostrare, e vi sono anche meccanismi di controllo internazionale per fare questo, che non usa più bambini, io sono fiero di acquistare anche 16 paia di scarpe Reebok, perché il problema non è dare soldi all’uno, o all’altro, ma ottenere che non vi siano condizioni di sfruttamento. Questo lo porto come esempio, per dire che il comportamento di un singolo consumatore, se associato, se fatto con un minimo di coscienza, può determinare impatti anche di rilievo anche su una multinazionale come la Reebok, ed è esattamente il nostro obiettivo.

I nostri singoli comportamenti, quello che facciamo tutti i giorni, anche del nostro denaro, hanno influenza. Noi paghiamo poco gli infissi in alluminio, perché paghiamo (quasi) niente la bauxite alla Guinea, che è il principale esportatore di bauxite, dalla quale deriva l’alluminio; se vi fosse il mercato della bauxite gestito in altro modo, non nelle mani del Nord, visto che, pur essendo la bauxite al Sud, è gestita da due compagnie societarie del Nord, una francese e una statunitense, probabilmente pagheremmo un po’ di più la nostra finestra e ce lo potremmo permettere, ma gli operai guineani sarebbero pagati un po’ meglio. Vi sono, quindi, tanti strumenti, tanti modi per incidere sui decisori, ma questo forse non è alla portata di tutti, ma altri nostri comportamenti quotidiani possono avere influenza. Io credo che questa partita degli stili di vita, noi come cristiani italiani, l’abbiamo affrontata molto poco, o è delegata ad alcuni innamorati della materia e sembra, poi, che la Chiesa italiana, nella sua pesantezza e nella sua prudenza istituzionale non debba dire queste cose perché sono molto clamorose, però io penso che questo cose si possano dire, sono scritte nei nostri documenti, firmati anche C.E.I., per cui si possono usare senza paura. In sostanza, io credo che l’opportunità che questa Campagna forse ci offre è quella di riflettere un po’ meglio su come noi, come persone, viviamo la nostra dimensione economica, la parte economica della nostra vita. Noi abbiamo sempre detto che bisogna servire Dio e non mammona e allora ci siamo chiusi gli occhi di fronte a mammona, facendo delle nefandezze infinite, magari per servire “meglio” Dio, ovvero, non sapendo quello che facevamo, legittimando delle nefandezze infinite. Io credo veramente che uno degli impegni, e forse anche dei doveri, che abbiamo davanti a noi è conoscere un po’ meglio mammona, visto che ci viviamo dentro (veniamo pagati col denaro e non v’è alcunché di scandaloso in questo), per vedere di riportare, come dicevamo prima, la persona al centro del mercato e riportare mammona a quello che è il suo servizio originario, ovverosia cercare di risolvere meglio, soddisfare meglio, e per tutti, i bisogni delle persone che vivono in questo mondo.

 



[1] L’inflazione è l’aumento generale dei prezzi da un anno all’altro. Quando l’inflazione scende non significa che sono scesi i prezzi. Se l’inflazione un anno è al 10% e l’anno successivo al 5%, l’inflazione è scesa, ma vuol dire che i prezzi salgono lo stesso. L’anno prima i prezzi salirono del 10% rispetto all’anno precedente; l’anno dopo, rispetto all’anno precedente, sono saliti solo del 5%, ma sempre di aumento si tratta.

[2] Milton Friedman, Brooklyn 31 luglio 1912. Economista statunitense. Professore di economia all’Università Chicago dal 1946 al 1976. Premio Nobel per l’economia nel 1976.

[3] John Maynard Keynes (Cambridge, 5 giugno 1883 - Firle, Sussex, 1946). Professore di economia all’Università di Cambridge dal 1920. è una delle persone più rilevanti del, possiamo dire seppur con un certo imbarazzo, secolo scorso. È colui che ha rivoluzionato l’economia dal punto di vista dottrinale, teorico, dopo la crisi del ’29. Riflettendo sull’andamento, sulle ragioni di questa crisi, ha scritto alcuni testi fondamentali per l’economia contemporanea. Alla luce delle sue riflessioni noi abbiamo avuto il benessere che abbiamo avuto in Italia dopo la guerra. Vale a dire le politiche della domanda che tutta l’Europa in modo particolare, ma anche gli Stati Uniti, di quell’epoca lanciarono dopo la seconda guerra mondiale, usando a questo fine anche il piano Marshall (prestiti e finanziamenti). I monetaristi dicono: dobbiamo raffreddare la domanda, perché raffreddando la domanda si abbasseranno i prezzi; i keynesiani, invece, dicono che bisogna stimolare la domanda, perché stimolando la domanda, i produttori, vedendo che v’è una più forte domanda, non alzeranno i prezzi - perché altrimenti rischiano di andare loro, singolarmente, fuori mercato (perché il concorrente non alza i prezzi) -, ma aumenteranno la produzione, perché si può vendere di più; se produrranno di più, avranno bisogno di nuovi operai, i quali avranno uno stipendio, che prima non esisteva e che sarà speso per qualsiasi bene vorranno e di cui abbisognano; ciò originerà e finanzierà nuova domanda e nascerà, quindi, un circolo virtuoso di espansione, anziché di recessione. Per cui le due scuole vedono da una parte la ricerca, in qualche modo, della recessione per evitare che tutto diventi una bolla inflazionistica, cioè di aumento dei prezzi senza aumentare le quantità che sono scambiate, dall’altra, la scuola keynesiana, la necessità di aiutare e favorire la domanda, perché favorendo la domanda si ha una crescita reale dell’economia e non solo in termini di prezzi.

[4] Istituzioni finanziarie (si occupano di denaro) pubbliche (costituite dagli stati) e non private.

[5]