Ritratto di una industria in crisi
di Brian Halweil
Traduzione di Rosamaria Mutarelli
originale: http://www.worldwatch.org
Dopo 4 anni di crescita formidabile ci si aspetta che gli agricoltori ridurranno le coltivazione di semi geneticamente modificati del 25% nel 2000, vista la diffusione della resistenza dell'opinione pubblica che sta facendo barcollare l'industria biotech che finora era in netta ascesa. (vedi figura 1) Le azioni delle compagnie biotech stanno crollando, l'esportazioni di alimenti transgenici stanno diminuendo e stanno aumentando le domande sulla questione della responsabilita' che sta diventando una delle principali discussioni tra gli agricoltori. Allo stesso tempo, 130 nazioni hanno appena sottoscritto un accordo internazionale sulla sicurezza biologica che prescrive cautela. Nel mondo l'area coltivata con piante transgeniche negli ultimi 4 anni e' aumentata di circa 20 volte passando dai 2 milioni di acri del 1996 ai circa 40 milioni del 1999. Negli Stati Uniti, Argentina e Canada piu' della meta' della superficie per le colture principali come la soia, il mais e la canola e' coltivata con transgenici. (Queste tre nazioni coprono circa il 99% del totale coltivato con transgenici dimostrando lo scarso gradimento globale). Con il numero crescente di industrie alimentari e di catene di distribuzione in Europa che stanno eliminando i prodotti contenenti transgenici dai loro scaffali il mercato di tali prodotti si sta riducendo. Le esportazioni americane di soia verso l'Unione Europea sono precipitate dagli 11 milioni di tonnellate del 1998 ai 6 milioni dello scorso anno, mentre il mais americano spedito in Europa e' passato dai 2 milioni di tonnellate del 1998 alle 137.000 dello scorso anno; una perdita complessiva per l'agricoltura americana di circa un miliardo di dollari. Gli investitori hanno reagito duramente alla crescita dell'avversione dei consumatori verso i prodotti transgenici e alla conseguente riduzione delle vendita dei semi ingegnerizzati e dei prodotti chimici collegati. Nel maggio 1999, la Deutsche Bank, una delle principali banche europee, raccomandava agli investitori di vendere le azioni delle compagnie biotech dichiarando che: "I GMO (Organimi geneticamente modificati) sono morti." Il rapporto della banca prevedeva lo sviluppo di un mercato su due livelli per le derrate alimentari nel quale quello dei prodotti non transgenici avrebbe dominato sui transgenici, una prospettiva che minaccia gli agricoltori che piantano semi geneticamente modificati e le compagnie che li vendono. Infatti le grosse societa', che commerciano in derrate alimentari, come Archer Daniels Midland e A. E. Staley, avevano gia' iniziato a ribassare i prezzi dei transgenici a causa di questo grande rischio economico. Anche i grossi rivenditori hanno seguito lo stesso corso temendo la perdita dei mercati esteri visto che Giappone, Corea del sud, Australia, Messico e i membri della Unione Europea hanno istituito leggi che impongono l'etichettatura per i prodotti che contengono ingredienti transgenici. La maggior parte delle industrie alimentari hanno annunciato che elimineranno i GMO dai loro prodotti destinati al mercato europeo; ma adesso recenti ricerche rivelano che anche i consumatori dall'altra parte dell'Atlantico stanno cambiando opinione. Molte ditte alimentari come la Gerber, Frito-Lay e le catene di cibo naturale come Wild Oats e Whale foods hanno dichiarato che elimineranno gli ingredienti transgenici dai loro prodotti venduti negli Stati Uniti, il piu' vasto mercato dei GMO. Se altri produttori salteranno sullo stesso carro il calo delle richieste sarebbe devastante per gli agricoltori di GMO e i produttori di sementi. Le azioni delle compagnie sementiere biotech, che erano i pupilli di Wall Street fino a qualche anno fa, stanno scendendo verso i valori piu' bassi mai avuti. Gli investitori della Monsanto, l'industria leader che ha subito il maggior peso delle critiche dell'opinione pubblica, hanno visto calare il valore delle loro azioni di un terzo, nello scorso anno, passando dai 50 dollari del febbraio 1999 ai 35 attuali. Le societa' di intermediazione avevano avvertito i loro clienti delle industrie biotech di scorporare le loro divisioni agricole in difficolta'. Novartis e AstraZeneca hanno seguito questo consiglio nel dicembre del 1999. La Dupont stava considerando l'emissione di nuove azioni per la tanto celebrata divisione agricola biotech nascente, ma ha poi deciso nei primi giorni del 2000 di rimandare indefinitamente tale operazione. Combattendo per recuperare circa 8 miliardi di dollari di investimenti in industrie sementiere e biotecnologia legata all'agricoltura la Monsanto, alla fine del 1999, si e' fusa con il gigante farmaceutico e chimico Upjohn. La nuova compagnia ha deciso subito di trasformare l'unita' agricola biotech in una compagnia indipendente. Ulteriori complicazioni del quadro economico sono date dalle preoccupazioni per la mancanza di copertura assicurativa per gli agricoltori e le compagnie agrobiotech. Nel novembre del 1999, 30 gruppi di agricoltori, tra cui la National Family Farm Coalition e la American Corn Growers Association, avvisarono i coltivatori americani che "inadeguati test sui semi biotech avrebbero potuto rendere i coltivatori vulnerabili ai rischi di "grandi responsabilita'" per i danni causati da fughe di polline modificato e per altri affetti sull'ambiente". A dicembre un gruppo di avvocati di prestigio ha citato la Monsanto per conto degli coltivatori americani di soia, accusandola di non aver condotto test adeguati per garantire la sicurezza delle colture transgeniche prima dei rilasci e di aver tentato di monopolizzare l'industria sementiera americana. A molti osservatori il rilascio in espansione delle colture transgeniche e la conseguente confusione economica ricordano le prime posizioni a favore dell'energia nucleare e degli inquinanti chimici come il DDT. Una combinazione di opposizione dell'opinione pubblica e di pericoli economici alla fine forzo' l'abbandono di queste tecnologie dopo che fu provato che i loro effetti sull'ambiente e sulla salute umana erano molto piu' complessi, diffusi e prolungati delle promesse che accompagnarono la loro rapida commercializzazione. Nel tentativo di evitare lo stesso ciclo con l'introduzione di ogni nuova tecnologia "rivoluzionaria" i sostenitori della politica pubblica hanno chiesto l'adozione del principio precauzionale. Secondo l'attuale politica, una tecnologia e' troppo spesso giudicata sicura finche' non e' stata provata senza nessun dubbio la sua pericolosita'. Il principio precauzionale implica che quando una nuova tecnologia genera dei dubbi sulla sua pericolosita', l'incertezza scientifica sull'entita' e il tipo di rischio non dovrebbe evitare una azione precauzionale. Invece di chiedere prove che la tecnologia potrebbe causare dei danni, i produttori di una tecnologia devono sostenere il peso di presentare prove che la tecnologia non e' rischiosa. L'industria ha da tempo indicato l'approccio precauzionale come reazionario, dicendo che soffoca la ricerca e ostacola il progresso economico. Al contrario i sostenitori di questa politica sono convinti che tutte le persone coinvolte, includendo i consumatori, i governi e l'industria, beneficeranno di un aperto e democratico tentativo di prevenire ogni imprevedibile sorpresa sociale ed economica. Lo scopo e' di usare buon senso e criterio sui potenziali effetti di una tecnologia prima di invadere il mercato con i suoi prodotti. La produzione in gran quantita' di alimenti geneticamente modificati negli scorsi quattro anni ha ribaltato completamente il senso del principio precauzionale. La commercializzazione diffusa di colture transgeniche e' arrivata prima e non dopo alcuni approfonditi esami dei benefici e dei rischi legati a tali prodotti. La struttura legislativa che riguarda i transgenici e' inadeguata, non trasparente o completamente assente e soprattutto non c'e' stata una discussione pubblica sulle potenziali conseguenze di una coltivazione su vasta scala di colture transgeniche. Per esempio, il segretario per l'agricoltura americano solo recentemente ha richiesto degli studi per conoscere gli effetti di lungo periodo sull'ambiente di queste colture. Ma piu' della meta' della soia in USA, e quasi la stessa quantita' di mais sono gia' geneticamente modificati. Un'altra recente conferma della mancanza di precauzione e' data dal recente articolo di Nature di dicembre 1999 nel quale si afferma che l'insetticida prodotto dalla maggior parte delle colture transgeniche largamente coltivate si puo' accumulare nella sua forma attiva nel suolo per lunghi periodi. Gli autori notano che gli effetti sugli organismi e sulla fertilita del suolo sono in gran parte sconosciuti ma potenzialmente enormi .Ma come precedenti studi hanno dimostrato che il polline di queste stesse colture potesse essere letale per alcuni insetti non dannosi, il fatto che questi effetti non sono stati presi in considerazione prima di coltivare decine di milioni di ettari di transgenici genera molte preoccupazioni sull'adeguatezza dell'attuale tutela dell'ambiente e della salute umana.