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23/11/2000 - Bologna:
Una Lotta di tutti: Aspettando Porto Alegre parliamo di MST e lotte sociali e agrarie in Brasile

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Brasile

Origine storica dei guai dei Brasiliani nella legge del 1850; il grillagem; schiavi liberati ed immigrati; fuga delle industrie e terziarizzazione; guaii lavorativi e sociali; inarrivabilità di un lotto da costruzione; la Cooperativa Primo Maggio; sue meravigliose realizzazioni e sua etica; un malippo e una nuova frontiera; altre regole della cooperativa; dubbi ideologici di Pa Tiao.
di Giovanni Nicosia - gnicosia@inwind.it

MST
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Ciao carissimi/-e/-a, Marco Simo e compagni tutti

Sono sempre ad Osasco e sto bene. Sto tirando delle magnate davvero notevoli. Ah, che ospitalità questi Brasiliani!

Vi scrivo per raccontarvi le belle cose che ho imparato oggidì, girando in lungo e in largo con Pa Zè (sarebbe Padre Josè). Quest’ultimo è un gran bel tipo (giovanile e sborone, benché il Parkinson se lo stia mangiando), e non si è persa nessuna occupazione delle tante organizzate in zona.

Mi ha raccontato che i guai dei poveri brasiliani sono cominciati nel 1850, quando una legge dell’allora impero (se ho ben capito) vincolò la proprietà della terra ad un contratto di vendita, e consegnò i terreni liberi al demanio. Prima chi era povero ma intraprendente poteva fare come nei films westerns: correre in una zona libera e cuccarsi tanto terreno quanto riteneva di poter coltivare. Ma in Brasile c’era un ceto molto potente di grandi proprietarii fondiarii, in odor di nobiltà, che vedevano in questa pratica di squattaggio un pericolo contro i loro oligopolii. Inoltre stava finendo il periodo dello sfruttamento schiavile, nel senso che i suddetti potenti avevano trovato più pratico sfruttare degli immigranti indebitati (quanti italiani! Per rendersene conto basta cercarne i bisnipoti nell’elenco telefonico di qualsiasi città del Brasile), e insomma impedirono ai pionieri di ottenere la terra in usufrutto: o comprata da loro, o di proprietà dello stato.

Di allora è l´´abitudine, comica nei modi, ma tragica nelle conseguenze, di alcuni fazenderi, di fornirsi di titoli di proprietà fasulli, comprovanti la legittimità del loro possesso di fatto: è il "grillagem". La parola viene da grillo, perché per simulare l’antichità dell’atto notarile si soleva chiuderlo in un cassetto con dei grilli affinché essi vi defecassero sopra.

Insomma, da allora tutti quelli elementi sociali che negli Stati uniti colonizzavano il selvaggio West, qui non poterono andarsene a sfrattare gli indios (a ciò hanno poi provveduto due dittature e molte multinazionali), e contribuirono a formare un nucleo secolare di emarginati.

In particolare gli ex-schiavi, appena liberati, non poterono trovare inserimento in un’economia già traboccante di immigrati, né riuscirono ad insediarsi salvo nei luoghi di cui nessuno reclamava la proprietà: pantani malarici, alture (in cui solo oggi, con le nuove tecnologie, si riesce a costruire comodamente), ci fu persino chi dovette costruirsi una casa galleggiante su un fiume, essendo assediato da ogni riva dal potere di qualche fondiario. La miseria generale dei salarii impedì a chiunque non fosse già proprietario di un lotto, di accumulare risparmii per comprarsene uno, da allora quasi fino ad oggi.

Oggi, che viviamo in una civiltà industriale, le cose non vanno molto meglio: è vero che si è formata una piccola borghesia che effettivamente riesce a tirare fuori, con i mille sacrifici imposti da un sistema ferocemente liberista, in cui ogni servizio basilare è privato e costa fior di milioni (sanità, previdenza, istruzione), i 50-60.000 reais (1 R$ = £ 1.000 o poco più) necessarii per un appartamento di due camere e cucina in estrema periferia, ma comunque esiste una massa popolare che si tramanda di padre in figlio il problema di trovare un tetto.

La cosa si acuisce localmente da una decina d’anni, con la fuga delle grandi industrie (l’Eternit, le tessili, le meccaniche per componenti di Wolkswagen e Fiat...) da Osasco e S. Paolo verso le zone dell’interno, più socialmente selvagge, meno sindacalizzate, e con meno vincoli ambientali, nello stesso stato di S. Paolo. Mentre Sorocaba si riempie di nuovi impianti in cui vengono assunti operaii schiavizzati in modo inaudito, in condizioni molto peggiori dei loro colleghi della costa, Osasco si trova a reimpiegare masse di licenziati.

La soluzione proposta dai cervelloni che governano il paese è la ´´terziarizzazione´´, nome con cui qui si intende qualcosa di più complesso che il passaggio degli occupati dall’industria ai servizii, e che include molte forme di precarizzazione. C’è anche quella che ora noi italiani preferiamo: il lavoro interinale! La realtà è che questa transizione si compie all’insegna dell’abusivismo e del lavoro nero. Salarii già bassissimi (un muratore può prendere anche 20.000 lire al giorno) non vengono decurtati delle peraltro alte percentuali che la legge imporrebbe (30% la minima per un lavoratore autonomo, ed anche qui è ora molto facile appartenere a questa categoria anche se nei fatti si fa il dipendente), ed il risultato è che nei cantieri ormai se ci si fa male sono cazzi proprii, mentre d’altro canto le casse dell’ente previdenziale di stato sono al minimo storico.

Ci sono pensioni minime sulle 150.000 lire italiane, in un sistema che però richiede molte più spese, e con l’inflazione da paura che è seguita al Piano Real. Le medicine di Pa Zè sono totalmente a suo carico, e sono cresciute l’una di tre, l’altra di cinque volte il loro prezzo prima del Piano Real, e si tratta di farmaci di cui non può fare a meno: la somma che salta fuori è poco superiore ad un salario minimo, che qui è sulle 160.000 £ al mese (se ho ben capito, ma controllerò).

Figurarsi comprare una casa! Anche perché la legge impone che sia chi vende il lotto da fabbricare a dover provvedere alle infrastrutture, ed i capitalisti proprietarii, eredi degli stronzoni fazenderi di cui sopra, trovano più conveniente lasciare tutto com’è, e fare fogne e allacciamenti a luce, acqua, e gas solo quando possono vendere edilizia di lusso.

Una soluzione interessante la propone la Primo Maggio, una cooperativa di cui oggi ho visitato la sede ed alcune realizzazioni. La sua attività consiste nell’acquisto collettivo di terra demaniale o privata, dopo la sua occupazione, ed in seguito nell’autocostruzione da parte dei socii. Ho visitato un complesso di palazzi di cinque piani (detto Club do Campo, da un impianto sportivo privato che è lì vicino) progettati da un architetto della coop (dietro indicazioni dei socii) su di un terreno acquistato dal demanio ad un prezzo appena poco al di sotto del prezzo di mercato, ma con una rateizzazione molto vantaggiosa (rate sulle 20.000 lire al mese, da pagarsi nel giro di sei anni!), nel quale i futuri abitanti stavano lavorando, cazzuola in pugno. Oggi è giorno lavorativo, e c´´era poca gente: le masse si vedono nei fine settimana.

120 appartamenti di 45 mq l´´uno, due camere, soggiorno, cucina, bagno, lavanderia, tutto nuovo Con tutti i servizii essenziali e voluttuarii. Il lavoro procede per gruppi e commissioni, e non si limita alla costruzione materiale del palazzo, ma anche allo stabilire dei legami sociali, ed una cultura comune. La scelta di fare dei palazzi si è resa necessaria per la scarsità di spazio rispetto alla massa di gente che stava occupando, ma in ogni caso, a vederli da ora, sembrano palazzi dal volto umano, con luce e spazii aperti, progettati da una commissione di architetti e futuri dimoranti.

Gli assegnatarii delle abitazioni sono coperti da un’assicurazione sugli infortunii nella autocostruzione, e sono i soli a lavorare: per avere muratori professionisti, dato che l’etica fondamentale della coop è contro il lavoro nero, ci sarebbero costi eccessivi per previdenza e assicurazione.

Tutti lavorano Con caschi ed imbragature di sicurezza, nel massimo rispetto delle norme per la sicurezza nei cantieri, ed anche tutti gli impianti realizzati sono, "a norma". Infermiere, domestici, insegnanti, operaii, tutti lì nel tempo libero che fanno il cemento o montano infissi, utilizzando le impastatrici e le macchine che la coop è riuscita a procurarsi.

La stessa coop ha ora occupato quattro palazzi che sono in costruzione da 15 anni (per problemi finanziarii del costruttore: 220 famiglie, di cinque persone in media, hanno invaso gli edifici e sono in corso contrattazioni col Comune. In uno degli edifici è stato istituito un asilo gestito a rotazione dagli abitanti secondo i loro turni di lavoro, ma l’unico ente che fornisce qualche servizio è un gruppo religioso specializzato nella ricerca e distribuzione di latte per i cinni.

La coop tentò di comprare l’immobile l’anno scorso, ma oltre ai casini legali dei debiti del proprietario c’erano anche prezzi troppo alti, ad impedire il buon esito... qualcuno dei socii si accordò e riuscì a tirare fuori i soldi, ma poi la cosa andò a monte ed i soldi pagati non furono restituiti da chi li incassò (non ho capito se fu il capitalista indebitato o i suoi creditori, o qualche ente pubblico). Insomma, sono lì che occupano, più incazzati che mai.

Anche nella zona occupata che ho visitato nei giorni passati c’è una parte di proprietà della coop, e la differenza con le altre parti è chiara nella utilizzazione più razionale degli spazii (ci sono piazzette per giocare, spazii sociali, aree per mercatini, c’è, per quando si potrà realizzarle, tutto lo spazio per mettere le fognature), e nella progettazione e realizzazione delle costruzioni, studiate da ingegneri ed architetti del movimento (che tra l’altro abitano in loco), con molta attenzione alle esigenze sanitarie e civili. L’altra area è molto più incasinata, e si blocca nel fango alla prima pioggia.

Lo stato ed il comune, quando ci sono giunte di sinistra, intervengono con borse e finanziamenti per i materiali da costruzione, talora a fondo perduto, talaltra da restituirsi in una decina d’anni. Comprare in grande quantità abbassa i prezzi, e, non essendoci costi di mano d’opera, la costruzione procede con costi cui si può fare fronte. La coop però è un ente che deve reggersi in piedi, e non può permettersi troppe dilazioni dei pagamenti dei socii: chi non paga oltre un certo livello viene estromesso e il suo spazio viene assegnato ad altri. L’assegnazione degli spazii avviene, dopo una divisione per necessità evidenti (famiglia con bimbi, anziani...), per sorteggio, onde evitare preferenze... questo mi lascia un po’ perplesso, ma a loro va bene così.

La cosa strana è che iniziative analoghe gestite dall’alto non hanno avuto esiti tanto positivi, riuscendo a sistemare meno gente, e a prezzi più alti.

Bello e interessante, benché Padre Tiao borbotti che tutto questo resta comunque interno al capitalismo, e che ha rischi di involuzioni piccoloborghesi. Sarà anche vero, ma per le 1.300 famiglie coinvolte nella coop comunque si tratta di un gigantesco passo in avanti nella vita materiale, oltre che prendere coscienza della loro possibilità di incazzarsi collettivamente per un diritto che è solo di carta e non di ciccia in quasi tutti i paesi.

Ora vi saluto, e vado a visitare un posto in cui un altro pretore ha realizzato un centro sociale che fa abilitazione professionale (corsi di parrucchiera/e, corsi di computer...) a prezzi politici. Pare che l’unico sistema per avere cose di questo genere sai farsele in proprio, perché mancano le condizioni per un intervento pubblico. Anche su questo bisogna verificare se è proprio così o se si tratta della solita tendenza delle associazioni confessionali di sostituirsi allo stato, che peraltro latita sul serio.

Riscriverò appena potrò.

Baci e buona meccanica a tutti.

GIOVANNI