UNA "PACE" DESOLATA - I diritti umani sui Monti Nuba Sudan 1997
African Rights - agosto 1997

III. L'offensiva del 1997



Il governo definì il suo progetto per la stagione secca del 1997 nel dicembre 1996. Ad un incontro tenutosi nel quartier generale della 19ma brigata a Dilling il 29 dicembre, gli ufficiali anziani delle brigate 18ma e 19ma decisero il piano di attacco. Il brigadiere Mohammed Ismail Kakum venne assegnato al comando generale dell'operazione, in codice "al Withb al Kubra" ("il lungo salto"). Il brigadiere Kakum è lui stesso un Nuba, di Talodi nella parte sud-est delle Montagne Nuba. Nella sua carriera come ufficiale militare aveva servito in varie parti del paese e si era guadagnato il soprannome di "Amsah" (il "cancellatore"). Si dice che egli elimini o cancelli tutto quello che gli ostacola la strada. La condotta dell'esercito sudanese nel corso dell'offensiva del 1997 sui Monti Nuba, confermi l'appropriatezza del nome.

La principali forze mobili per l'offensiva si raccolsero il 25 febbraio. Una forza di circa 3600 uomini andò ad affiancare quelli che già si trovavano nelle guarnigioni di prima linea: a Debi, ad Aggab, a Um Sirdiba e Um Dorein. Circa 120 membri del PDF si dice abbiano disertato piuttosto di combattere.

"L'indebolimento"

In preparazione all'offensiva, l'esercito iniziò il proprio compito il 20 febbraio. Una forza militare che comprendeva un carro armato e due jeep con artiglieria pesante uscì dalla guarnigione di Debi alle 6 del mattino e si avviò verso est. Diede fuoco alla chiesa di Nauli e bruciò il villaggio vicino (150 capanne). Molti animali e altri beni vennero sottratti ma i residenti del villaggio fuggirono sulle colline e si misero in salvo. Il giorno successivo l'esercito di stanza a Debi fece rapporto al quartier generale dicendo che aveva compiuto l'operazione con successo, attaccando gli insediamenti a est di Debi e che aveva bruciato il viallggio di Ogo e la chiesa di Nauli e fatto 51 prigionieri fra i civili.

In preparazione dell'offensiva, le guarnigioni sulla prima linea iniziarono a bruciare e a saccheggiare i villaggi delle immediate vicinanze, mentre raid aerei erano attuati verso i villaggi dove l'attacco si sarebbe concentrato. Il 23 febbraio alle 7.30 del mattino le forze di Debi attaccarono Shwaya da diverse parti, bruciando e rubando. La gente del villaggio fù condotta alle cave e perse la maggior parte delle scorte di cibo.

Lo stesso giorno più a sud una forza più grande che proveniva dalla guarnigione di Toroji attaccò la piccola cittadina di Tabanya, impiegando tre carri armati e quattro jeep dotate di artiglieria pesante. Combatterono contro le forze dell'SPLA, poi entrarono a Tabanya e bruciarono il paese, ma vennero respinti dalle forze dell'SPLA. Vennero comunque distrutte 107 case, più la chiesa. Le scorte alimentari della gente vennero distrutte o saccheggiate.

Per tre giorni, a iniziare dal 24 febbraio, vi furono bombardamenti costanti dei villaggi della regione di Nagorban, compresi Regifi, Um Dulu, Karkaraya, Achiron, Changaro e Kurcho. Nonostante il numero delle bombe sganciate e delle case distrutte, l'unica vittima fu un uomo di Achiron cui l'esplosione di una bomba ferì una gamba.

Battaglie e incendi

L'offensiva vera e propria inizò il 27 febbraio, con lo spostamento delle forze governative fuori delle guarnigioni di Aggab, Debi e Um Dorein, con lo scopo di entrare nell'area più densamente popolata e controllata dall'SPLA. Tre convogli principali si mossero. Uno lasciò Debi e andò verso Eri, Tabari Regifi. Un secondo partì da Um Sirdiba per Karkaraya e Um Dulu. Un terzo lasciò Um Dorein e attaccò il fianco meridionale delle colline Moro, spostandosi verso Dackber e Seraf Jamous. Questo terzo convoglio venne respinto indietro a Um Dorein e più tardi attaccato e catturato a Dolebaya.

Alle 8 del mattino del 27 febbraio un ampio convoglio uscì da Debi per attaccare Ndurba, Tandiri, Tabari e Regifi. Comprendeva due carri armati, due jeep con artiglieria pesante e sette camion, oltre ad un buon numero di soldati a piedi. Arrivò prima ad Eri, che nel corso dell'anno era già stata bruciata due volte, tanto che rimaneva poco del villaggio. Le 32 capanne che rimanevano vennero distrutte prima che la forza governativa avanzasse verso Ndurba.Dopo tre ore di scontro con l'SPLA, l'esercito entrò a Ndurba a mezzogiorno e bruciò l'intero villaggio. Il mattino successivo la colonna proseguì verso Tandiri. Prima giunsero due elicotteri e colpirono e bombardarono gli obiettivi su di una vasta area che comprendeva Tandiri, Tabari, Regifi, Um Dulu e diversi posti situati fra questi. In seguito il convoglio armato attraversò la zona "spazzolata" dall'artiglieria. Dopo due ore di combattimento con l'SPLA l'esercito entrò a Tandiri, I soldati diedero fuoco a 273 capanne insieme a mucchi di sorgo non trebbiato e altri oggetti.

L'esercito proseguì poi verso Tabari, che in quel momento non era difesa perchè le forze dell'SPLA si stavano raggruppando. Tabari era stata bruciata un anno prima, il 23 marzo 1996 insieme con Tandiri. Venne data alle fiamme di nuovo, a mezzogiorno, il 28 febbraio. Fra gli edifici distrutti si trovava anche il campo di African Rights (fortunatamente i monitor furono in grado di spostare i documenti e gli equipaggiamenti essenziali e, soprattutto, di allontanarsi). Alle due del pomeriggio l'esercito si allontanò in direzione di Regifi. Dopo tre ore di scontro con l'SPLA entrarono in città e bruciarono la maggior parte delle case, lasciando in piedi solo quelle che avevano deciso di occupare loro stessi.

Jibreel al Tahir Kuku era un abitante di Regifi. Un contadino di quarant'anni, che ora vive sulle colline di Achiron. Descrive così l'attacco:

L'esercito venne dalla parte di Eri, fino a Tabari. Non avevamo saputo che erano arrivati a Tabari, così non sapevano che stavano arrivando da noi. Pensavamo che si stessero dirigendo verso Karkar, dove stavano bombardando e dove si trovano il corridoio aereo.

Passammo la notte fra Eri e Tabari a Ndorba. Il giorno successivo il nemico venne a Tandiri. Qui diedero fuoco, poi proseguirono verso Tabari e diedero fuoco. Quando vennero a Tabari i bombardamenti erano su Regifi. Quando la gente si accorse che le bombe cadevano su Regifi si mise a correre. Ma noi rimanemmo nei dintorni del villaggio. In quel momento io mi trovavo a 500 metri dal villaggio. Mentre il nemico era ancora a Tabari, due elicotteri vennero a Regifi e iniziarono a sparare con l'artiglieria e anche a lanciare razzi dentro Regifi.

Mentre gli elicotteri sparavano e bombardavano le forze del nemico avanzavano. Circa trenta minuti dopo che gli elicotteri se ne erano andati l'esercito arrivò a Regifi.
Non c'erano feriti perchè la gente era uscita dal villaggio mentre gli elicotteri avevano concentrato il fuoco sul villaggio.

Quando l'esercito arrivò occupò l'intero villaggio. Distrussero tutto. Qualsiasi oggetto da dentro le case venne portato fuori e le case bruciate. In alcuni casi bruciarono le case con tutto quello che c'era dentro. Anche il sorgo che non era stato trebbiato venne dato alle fiamme. Altro sorgo fu conservato per dare da mangiare a coloro che rimanevano a Regifi.

Thomas al Mek Kuku è un ex abitante di Regifi, ora sfollato sulle montagne di Limon.

L'esercito arrivò venerdì. Io ero al villaggio quella mattina.Sentii il rumore degli spari e corsi al letto del fiume. Mi nascosi per un pò fra i cespugli e poi sentii il rumore di un elicottero. Prima pensai che fosse il suono di una macchina, ma poi capii che si trattava di un elicottero mitragliatore. Così corsi fuori del letto del fiume per cercare un posto con qualche albero per nascondermi. Anche tre ragazzi corsero con me nello stesso posto. L'elicottero li vide e iniziò a sparare, lanciando tre razzi verso il luogo dove noi ci nascondevamo. L'elicottero arrivò vicino e noi rimanevamo nascosti, distesi. Passò e poi sparò altri quattro razzi in un'altra direzione.

Da quel posto corsi via per un tratto, poi tornai al villaggio. Vidi la chiesa anglicana che stava bruciando, colpita da un razzo. Un'altra casa, di una donna anziana, pure era stata colpita e stava bruciando, con tutto il sorgo dentro.Mi fermai solo qualche minuto, visitai la mia casa, poi sentii il rumore di macchine che si avvicinavano,così corsi di nuovo al letto del fiume.

Appena arrivai là sentii che stavano sparando bombe BM - otto - contro il villaggio. Corsi da dove mi trovavo verso il letto di un altro fiume più lontano. Da là udii il rumore dei carri armati e delle macchine dentro Regifi. C'era altra gente che si nascondeva in quel posto e dissero che non c'era possibilità di scampo, che il nemico era entrato a Regifi e che si doveva andare più lontano perchè avrebbero bombardato tutta la zona.

Nel pomeriggio cercai di portare la mia famiglia verso un posto più sicuro, lontano. Stavamo andando a Kwatang. Allora l'elicottero arrivò per la seconda volta e lanciò alcuni proiettili, ma non vicino a noi. Quando vedemmo il luogo in cui erano esplosi, c'erano due mucche ferite.

Verso le 5 o le 6 del pomeriggio tornammo verso Regifi e vedemmo molte case che stavano bruciando. Mentre correvo, prima, avevo nascosto due latte di sorgo e una borsa di vestiti vicino al villaggio. Volevo tornare e prendere altre cose da casa, ma stavano ancora sparando e non ci si poteva avvicinare, così quelle furono le sole cose che riuscii a portare via.

C'erano due donne anziane che non potevano correre. Rimasero. Una di loro, Kwachi, finì burciata dentro la sua casa. L'altra era cieca. La gente ha visto il suo corpo sullo steccato della casa ma non si sa che cosa abbia provocato la sua morte.

Il 27 Febbraio intorno a mezzodì, alcuni soldati che tornavano da Tabari a Debi trovarono Halima Zubei e altre persone sulla strada e spararono contro di loro. Si nascosero in un cespuglio, ma furono scoperti. Alcuni di loro furono feriti; fra questi, sua figlia e sua sorella che ebbe la gamba destra fratturata dalle pallottole.

Esattamente in coincidenza del primo movimento armato da Debi contro Eri, i soldati provenienti da Debi attaccarono e distrussero il villaggio di Ururi.
Bruciarono 235 abitazioni e razziarono 75 pecore e capre. Tutto il grano che poteva essere trasportato fu convogliato a Debi, quello rimasto fu tutto bruciato.

Furono portate via sessanta persone. Lo scopo di questa spedizione era apparentemente quello di impedire qualunque attacco di sorpresa da parte dell'SPLA contro Debi mentre un parte consistente della sua guarnigione era fuori in missione.

Pure in concomitanza col movimento che partiva da Debi, si mosse anche la guarnigione di stanza a Um Sirdiba. Alle 10 del mattino del 27 febbraio essa raggiunse Gardud el Himed. Bruciarono cinquanta capanne. Nel pomeriggio proseguirono il loro attacco verso Karkaraya dove giunsero al crepuscolo. Qui giunti bruciarono il villaggio, comprese tre chiese. Complessivamente distrussero 325 capanne e tutto il cibo ad eccezione di quello che trattennero per sè. Assai pochi abitanti riuscirono a fuggire da Karkaraya.

Ishaq Ibrahim fu testimone dell'attacco. E' un contadino di poco più di trent'anni.

Quando l'esercito giunse da Um Sirdiba, passando per Gardud Himed, potevamo vedere il fumo. Nella nostra zona c'è una collinetta dalla quale possiamo vedere abbastanza lontano.Vennero delle persone a dire che Gardud Himed era stata bruciata. Successivamente l'esercito avanzò su Libis. Ogni villaggio in cui entravano veniva immediatamente incendiato. Lasciata Libis entrarono in Karkaraya. Cominciarono a bruciarla ed il fumo copriva l'intera zona. Rimasero qui per alcuni giorni, dopo di che avanzarono su Um Dulu. Allora fuggirono tutti. Solo pochi rimasero con i soldati dell'SPLA. L'esercito, avanzando, bombardava davanti a sè. Quando giunsero a el Baro sulla strada per Um Dulu avevano sette autocarri. Le truppe SPLA ripiegarono su Um Dulu. Noi raggiungemmo velocemente la montagna,Tulumbi.

L'esercito entrò nel nostro villaggio (el Baro) e invase l'intera area. Alcuni abitanti del villaggio si diedero da fare per prendere con sè un po' di sorgo e altri beni, ma altri non ci riuscirono.

La forza si spostò quindi su Um Dulu che fu catturata il 2 marzo. Sila Segendi el Tom è un abitante di Um Dulu che sfuggì alla cattura per un pelo.

All'epoca (28 febbraio) io mi trovavo ancora nel villaggio. Un certo numero di persone riuscì a scappare prima che l'esercito entrasse. Ma l'esercito si trovava da emtrambi i lati, a Karkaraya e anche a Regifi. La mattina della domenica andammo in chiesa a pregare.

Giunse l'esercito di Regifi ed entrò in Nyupum. Anche allora non riuscimmo a vederli fino a quando non giunsero nel villaggio; successivamente essi si ritirarono verso el Baro. Eravamo in sette a pregare nella chiesa. Capimmo che l'esercito era entrato quando sentimmo il rumore delle armi. Usciti dalla chiesa vedemmo che i soldati erano vicini più o meno 200 metri. Ci videro e ci spararono contro. Fuggimmo. Essi continuavano a sparare, ma tanto facemmo che riuscimmo a raggiungere il letto del fiume dalla parte di Nugta. Da lì corsi fino ad una collina chiamata Nabal, il posto in cui mio fratello era fuggito con le nostre famiglie. Nel frattempo l'esercito aveva dato alle fiamme sedici abitazioni. La chiesa, invece, non era ancora bruciata. Li vedemmo arrivare con due carri armati: stavano dando la caccia ad un soldato SPLA chiamato Thomas el Gere. Cercarono di schiacciarlo col carro armato, ma egli non vi cadde sotto e gli fu quindi schiacciata solo una mano. Lo stesso giorno l'esercito tornò a Regifi. Il giorno successivo l'esercito di stanza a Karkaraya lanciò un attacco contro Um Dulu. Appena entrati cominciarono a bruciare le case.

In quella circostanza alcuni riuscirono a mettere in salvo il loro sorgo, ma molti non avevano ancora fatto in tempo a trebbiarlo cosicchè poterono portarne solo poco.

Attacchi di elicotteri

Per tutta la durata dell'offensiva due elicotteri da guerra stazionarono a Kadugli. (E' un segnale della fiducia militare di cui gode il governo Sudanese che, poche settimane dopo un'impennata della guerra nel Sudan orientale e le previsioni dell'opposizione circa l'imminente collasso del governo, questo riuscì a reimpiegare due malandati elicotteri nel Kordofan del Sud). Venivano impiegati soprattutto per terrorizzare la popolazione civile. Durante gli attacchi a Regifi e ad Um Dulu furono usati in almeno quattro occasioni.

Alle 11 del mattino del 4 marzo gli elicotteri attaccarono una pista di atterraggio in territorio SPLA poco dopo l'arrivo di un aereo civile che trasportava missionari americani e sudafricani. Questi ultimi avevano ignorato una disposizione della NRRDS (Nub Relief, Rehabilitation and Development Society) che vietava di volare a motivo dei pericoli creati dall'imminente offensiva; non solo, ma avevano ignorato anche una seconda raccomandazione e cioè quella di partire immediatamente per il pericolo di un attacco di elicotteri. Solo quando due elicotteri da combattimeto giunsero puntualmente sulla pista dell'areoporto i missionari si decisero a prendere sul serio la minaccia, ma era ormai troppo tardi per alcuni civili nubiani che nel frattempo erano convenuti sulla pista nella speranza di un aiuto o di un pagamento per il trasporto delle masserizie dei missionari.

Un elicottero sparò dei razzi sui bagagli depositati sulla pista, mentre l'altro li sparò contro i portatori che si erano riuniti. Quattro civili feriti furono portati all'ospedale. Di un altro fu confermata la morte.

Per un po' di tempo ci fu confusione circa il numero delle vittime e si sospettò che altri corpi fossero stati portati via, dal momento che molte persone appartenenti a tribù diverse erano venute sulla pista e avrebbero potuto fuggire con i corpi dei loro parenti.

Le informazioni più attendibili indicano che solo un altro civile fu ucciso - una morte pagata a poco prezzo per il fatto che alcune centinaia di persone si erano riunite in uno spazio aperto.

Fra i feriti:

  • Raja Osman Kuku, Otoro.
  • Hawa Salah Appijona,Tira Limon (Karkar).
  • Osman Ahmed, del villaggio di Um Kurom
  • Angacho Omer, Karkar (stava radunando le sue mucche vicino alla pista di atterraggio, sentì gli elicotteri e pensò che stesse atterrando un aereo di soccorso: per questo si precipitò in quella direzione).
Un'organizzazione missionaria lo descrive come un attacco da _arma da guerra musulmana" e descrive una delle vittime come "un Cristiano Nuba ferito dall'attacco di un elicottero GOS Mi-24". I nomi delle vittime indicano che la maggior parte, se non tutti, erano probabilmente musulmani.

Osman Kuku Murad è fra quelli che erano presenti. Proveniente dal distretto di Kodi Alif in Heiban, era venuto con la moglie e la sorella nella speranza di guadagnare un piccolo gruzzolo (sotto forma di vestiti) portando della mercanzia per la NRRDS. Sua sorella Raja fu ferita nell'attacco.

In quel momento gli aerei stavano atterrando qui (a Karkar). Lasciammo la zona domenica, raggiungemmo Limon e vi rimanemmo due giorni. Quando fummo informati che l'aereo stava arrivando, ci portammo sulla pista. C'era una gran folla; alcuni erano civili, altri militari.

L'aereo atterrò mentre eravamo per la strada. Quando giungemmo qui trovammo la merce già scaricata pronta a partire. Quando l'aereo fu decollato le guardie diedero disposizione alla gente perchè portasse la merce. Vi era molta gente, tra cui quattro missionari e un Sudanese che erano giunti con l'aereo. Dopo la partenza di quest'ultimo ci giunse notizia che un aereo nemico stava giungendo; le autorità ci intimarono di evacuare la pista.

Nello stesso tempo alcuni cominciarono ad allontanarsi. Ma altri pensavano che si trattasse di un inganno dei soldati per cui avrebbero perduto il loro guadagno.
Dal momento che la gente faceva un gran baccano, non potemmo sentire l'aereo da lontano. Improvvisamente sentimmo e vedemmo che ce n'erano due provenienti da nord. Uno volava vicino alla pista di atterraggio, l'altro dal alto vicino alla montagna.

A quel punto decidemmo di correr via. Il velivolo che stava sopra la pista sganciò delle bombe, quell'altro si mise a sparare. I membri dell'equipaggio sparavano con i loro fucili attraverso i finestrini.

Ci buttammo a terra in qualunque posto riuscivamo a trovare, chi sul prato chi in uno spiazzo aperto. Mia sorella si distese nell'erba folta. Non sapevo cosa stesse succedendo agli altri; ero dall'altra parte. Mia moglie stava da qualche altra parte. Gli elicotteri non stettero più di due minuti, poi ripartirono.

Io ero avanti. Poi sentii qualcuno che diceva: "tua sorella è qui; non può camminare; è ferita". Tornai indietro. La trovai che piangeva e non riusciva a camminare. C'erano delle persone avanti sulla sinistra che stavano andando verso il villaggio: chiedemmo loro di aiutarla. La portarono al villaggio e poi chiesero l'aiuto di un angereb (un letto di legno) per portarla su in collina all'ospedale.

Rimase ricoverata per almeno un mese. Dopo che ebbe terminata la cura, l'esercito che si trovava a Um Dulu ed a Regifi cominciò a bombardare la montagna dov'era l'ospedale: l'ospedale era un perfetto bersaglio per le granate. Il dottore ci disse che sarebbe stato troppo rischioso rimanere in quel luogo; meglio portarla in un posto sicuro dove possa continuare il trattamento. Così la riportammo a Kodo Alif. Prende ancora qualche medicina e può camminare, ma le costa molto e cammina molto adagio.

Raja fu ustionata dal fuoco che si era appiccato all'erba. In quel momento era incosciente, era svenuta dalla paura e si era distesa per terra sulla schiena. Il suo viso, la fronte e la gambe erano tutti bruciati dal fuoco.

La distruzione di chiese e moschee

Allo stesso modo di quello che accadeva con il precedente governo sudanese, i luoghi di preghiera non vennero risparmiati. L'incendio delle chiese è divenuto un affare comune. Tutte le chiese dei villaggi sopra menzionati e molte altre vennero distrutte:
Tandiri, Tabari, Regifi, Um Dulu, Karkaraya, Kurcho, Nagorban, Nakur. Anche la chiesa di Achiron venne fatta obiettivo dei bombardamenti.

La distruzione delle moschee è, per molta gente, uno degli aspetti più sorprendenti e sconvolgenti della guerra sulle Montagne Nuba. Dal momento in cui questa situazione venne documentata per la prima volta da African Rights due anni fa, nulla è cambiato. Il Consiglio Islamico del Kordofan del Sud ha continuato il triste compito di catalogazione delle moschee distrutte.

  • La moschea di Debi venne incendiata nel luglio 1996 quando la città venne attaccata.
  • La moschea di Eri venne distrutta in un attacco proveniente da Debi nel novembre 1996. L'Istituto Islamico, che era in via di costruzione da parte del Consiglio Islamico, pure venne distrutto. Omar Kumdan Kelleri, un insegnante di Shwaya, raccontò la profanazione: Rimangono i muri. Il tetto di paglia venne bruciato. Alcuni libri incendiati e altri sottratti. Così pure le stuoie, mentre i recipienti furono rotti.
  • La moschea di Toror venne distrutta in un attacco proveniente da Debi.
  • La moschea di Kauda è una struttura solida, difficile da distruggere. Nel marzo 1996, l'esercito portò via ogni cosa e lasciò soltanto l'edificio. L'Imam Adam Tutu Atrun vide l'esito dell'attacco:
    Portarono via 25 o 30 Corani, due stuoie di plastica e altre di fibra. Scrissero sul muro, vicino alla moschea un verso islamico: "Coloro che morirono in battaglia non sono realmente morti. Dio li benedirà più tardi", ad indicare che un uomo può distruggere, non importa. Dio avrà cura di loro.
  • La moschea di Gardug Himed venne bruciata il 27 febbraio 1997.
  • La moschea di Lupa pure il 27 febbraio 1997.
  • La moschea di Lamilu fu incendiata il 10 aprile 1997.
  • La moschea di Abyad Shumburna il 29 aprile: la prima moschea ad essere profanata dal governo sudanese dopo la firma degli "accordi di pace".

Terra bruciata

Avendo istituito delle guarnigioni nel cuore del territorio controllato dall'SPLA, le forze del governo iniziarono una politica di "terra bruciata" nelle zone circostanti. Il primo marzo le forze uscirono da Regifi cercando capi di bestiame, e portarono via circa 800 bestie che erano all'abbeverata presso due letti di fiume. Le forze armate usarono due carri armati e due jeep. Il giorno seguente un gruppo armato proveniente da Karkaraya diede fuoco al villaggio di Labith. Furono 52 le case distrutte e tutta la popolazione venne sfollata.

Il 3 marzo i soldati che si trovavano a Regifi caricarono quattro camion con raccolti di sorgo, sesamo, noci, fagioli e altro e li portarono ad Aggab. Il 5 marzo le truppe provenienti da Karkaraya bruciarono e saccheggiarono il villaggio di Lupa. La gente venne sfollata e lasciata senza cibo. L'11 marzo truppe provenienti da Regifi si spostarono a Tabari-Gambela e diedero fuoco al villaggio dopo uno scontro con truppe dell'SPLA. Rapirono due donne e tornarono a Regifi.

Thomas al Mek Kuku, un abitante di Regifi, descrisse la situazione della cattura del suo villaggio.

Il secondo giorno alla stessa ora ci avvicinammo di nuovo al villaggio. Vedemmo che tutta la zona era stata bruciata, fuorché sei abitazioni, compresa la mia. I soldati si erano installati in questi edifici. Vidi dieci mucchi di sorgo pronti da battere. Otto erano stati bruciati. Due si trovavano ancora là, vicino alla casa dove erano i soldati. Potevamo solo guardare da lontano. Nessuno di noi era in grado di avvicinarsi e recuperare qualche cosa.

Dopo sei giorni il problema dell'acqua per gli animali che avevamo con noi divenne molto serio. Molte bestie cominciarono a tornarsene da sole a Regifi, per bere l'acqua là. Non so quante ma molte mucche e capre e pecore vennero in quel modo catturate.

La gente di Regifi scappò con solo la propria pelle. Tutto il cibo, le proprietà erano all'interno del villaggio e vennero prese dall'esercito. Nelle case che si trovavano un pò fuori e che non erano state prese dall'esercito, coloro che tornarono trovarono che tutto era stato bruciato. I più fortunati trovarono solo tre o quattro malwas, sufficienti per mangiare per uno o due giorni.

Angelo Abu Sinena, che proviene dalla zona orientale di Tabari, è un agricoltore di quasi trentanni. Ha descritto come l'esercito ha ripulito la zona attorno alla guarnigione, sottraendo centinaia di capi di bestiame.

Eravamo tutti a Tabari, stavamo con gli animali nel letto del fiume, dalla parte verso Regifi. Quando capimmo che l'esercito era entrato a Regifi corremmo con gli animali. Andammo al villaggio di Tilim. Io ero con altri due ma uno, Hassan, venne catturato e portato via dall'esercito.

Restammo per tre giorni senza andare in nessun posto. Abbeverammo le bestie a Koya. Il quarto giorno tornammo al letto del fiume per le mandrie. Finché preparavamo l'acqua fummo attaccati dal nemico che proveniva da Regifi. Arrivarono con un carro armato e una jeep, sulla quale era montata l'artiglieria pesante, da una parte e con la fanteria dall'altra. Dalla nostra parte si trovavano i soldati a piedi. Presero circa 600 bestie e noi riuscimmo a scappare portandone con noi solo alcune.

Anche un ragazzo era la con le sue pecore; venne catturato dall'esercito e portato via con la macchina. Trascorsi quattordici giorni a Regifi e poi riuscì a scappare.

Le 600 bestie appartenevano a molta gente. Vennero portate via tutte. I pochi capi che rimasero appartenevano ai pochi che erano riusciti a scappare con i loro animali. Dopo il furto degli animali, circa venti giovani si presentarono dalle forze governative, per riscuotere le loro bestie. L'esercito restituì loro metà degli animali ma li costrinse ad unirsi alle forze del PDF.

Poi ci spostammo da questa parte. Prima mandammo le bestie verso le Montagne e restammo in un posto chiamato Gambela, a est di Tabari. Due giorni dopo l'esercito venne a Gambela e attaccò il villaggio (il 5 marzo). Lo incendiarono completamente. 67 case furono distrutte. L'esercito sparò ai maiali e li lasciò sul terreno. Presero le galline e un mulo. La gente scappò.

Operazioni regolari di razzia, incendio e rapimenti continuarono per tutto marzo, aprile e maggio. Il 27 marzo l'esercito arrivò per una operazione al villaggio di Tirum e gli diedero fuoco senza incontrare alcuna resistenza. Nella parte sud delle Colline Moro, l'esercito del Sudan non ha avuto successo nello stabilire nuove postazioni. Ma le forze mobili di base a Um Dorein continuarono a minacciare i villaggi. Il 5 marzo forze mobili bruciarono il villaggio di Ramla. 33 capanne e tutto il raccolto vennero distrutti. Il 30 marzo, forze da Um Dorein attaccarono e incendiarono Kurcho. Bruciarono 21 capanne e la chiesa e portarono via sette persone (in maggior parte donne e bambini, e anche un anziano).

Bombardamenti

Dopo che la gente dei villaggi catturati era fuggita a rifugiarsi sulle colline circostanti, l'esercito la bombardò con bombe di mortaio e razzi. Jibreel e Tahir descrissero l'esperienza della gente Regifi.

Il giorno dopo corremmo verso le montagne; fino a quel momento ci eravamo nascosti nel villaggio, pensando che i soldati se ne sarebbero andati. Ma quando fu chiaro che sarebbero rimasti noi ce ne andammo in montagna. Allora (1 di marzo) incominciarono a bombardare le creste delle montagne.

Un certo numero di persone fu ucciso e ferito nei bombardamenti dei monti Limon e Achiron. Asha Ukubey, da Karkaraya, fu ucciso. Cinque altre persone furono uccise in uno stesso luogo, tutte donne e bambini. Si trattava di Samira Murkuz, Kaka, Keji Abbas, la sua bambina di un mese e Jaila Kuku. Un altro fu ferito altrove: Ali Jibni.

Dal primo di marzo i bombardamenti continuarono ogni giorno. Rimase ucciso Kijana Kuku, un uomo con disturbi mentali; una donna fu ferita; un ragazzo di Um Dulu di nome Zarug Ibrahim morì in un altro incidente.

Il 4 di aprile ai soldati che si erano installati a Regifi furono date istruzioni perché dirigessero i loro tiri verso la cima delle montagne, in particolar modo verso Changaro, Lugi e la chiesa di Achiron. Il 17 aprile, nel bombardamento delle montagne con razzi BM e colpi di mortaio di 120 mm., furono uccise due donne, Asha al Tahir e Kaka Dixan, ed altre quattro rimasero ferite.

Mine anti-uomo

Si deve precisare che l'uso delle mine anti-uomo non é una caratteristica della guerra sulle montagne della Nubia. Ci sono stati altri casi notevoli , come l'aver minato Korongo Abdalla nel 1994 e 1995. Dopo la cattura di Regifi, Um Dulu e Karkaraya, le zone circostanti sono pure state disseminate di mine anti-uomo.

Dopo le battaglie e l'incendio dei villaggi la gente era dispersa, affamata e senza alcun riparo. La loro prima necessità era di porre in salvo quello che potevano dalle loro case. Sila Segendi el Tom descrisse come le azioni militari rendessero queste operazioni pericolose:

Quando tutti corsero verso le montagne, stabilirono di ritornare durante la notte per raccogliere le cose che avevano lasciato dietro di sè. I soldati scoprirono che la gente stava tornando indietro, trovarono il sentiero che veniva usato, raccolsero tutto il sorgo, lo portarono nel loro accampamento e minarono il sentiero.

Ishaq Ibrahim da Um Dulu descrisse la sorte di una giovane:

Più tardi, quando una giovane tornò alla sua casa per raccogliere dei mango che erano lì intorno, saltò su una mina e ne morì. Si chiamava Kwache, aveva 22 anni ed era madre di due bambini. Fu portata all'ospedale il giorno dopo, ma morì. Altre due persone furono ferite in quell'incidente, ma non gravemente.

Sebbene portata all'ospedale, dove sopravvisse per 48 ore, Kwache era ferita troppo gravemente e le strutture dell'ospedale erano troppo inadeguate per riuscire a salvarle la vita.

Nima Ahmed Madra, una donna di trent'anni di Um Dulu, madre di tre figli, rimase ferita il 25 aprile avendo pestato su una mina sulla strada fra Um Dulu e Nugta. Si trovava ancora in ospedale cinque settimane più tardi dato che le avevano amputata una gamba sotto il ginocchio.

Tabitha Yoana, una donna di 27 anni di Um Dulu, fu ferita da una mina anti-uomo il 2 maggio.

Stavo andando a prendere del sorgo verso le dieci di sera. Ci andavo di notte perchè a Regifi c'è il nemico, e il nemico è anche dall'altra parte. Tornavamo a raccogliere a Nugta, al di là di Um Dulu. Avevamo costituito un "nafir" (gruppo di lavoro) per raccogliere queste cose, andavamo insieme a pren dere il nostro sorgo nelle nostre case. Camminavamo senza problemi. Quando tornammo indietro prendemmo un'altra strada. Davanti a me c'erano otto uomini. Io ero la nona ed altre donne erano dietro a me. Gli otto uomini passarono; poi io misi il piede sopra qualcosa che somigliava ad una pietra e questa esplose come un fuoco.

Il piede destro di Tabitha fu portato via dalla forza dell'esplosione. Ella fu portata all'ospedale, dove arrivò il giorno seguente, con l'osso che sporgeva in fuori. Le fu amputata la gamba sotto il ginocchio, ma quattro settimane più tardi la ferita si infettò (quasi certamente perchè i tessuti erano danneggiati anche al di sopra del livello dell'amputazione, il chè rese necessaria un'ulteriore amputazione). Anche l'altra gamba era stata ferita. Perse anche il pollice ed un altro dito della mano destra.

Una donna fu ferita in faccia dai frammenti della mina. Subito pareva molto grave poichè aveva la faccia tutta coperta di sangue, ma guarì in fretta e completamente. Tabitha ha due bambini di sei e dieci anni. Avendo perso una gamba incontra ora delle grandi difficoltà e così pure la sua famiglia.

Il personale medico dell'ospedale di Limon osservò che le ferite causate dalle mine creavano loro problemi molti maggiori rispetto alle ferite provocate dalle pallottole e dalle granate. La gente ferita dalle mine aveva molte più complicanze e necessitava di cure molto più lunghe degli altri feriti.

Queste mine anti-uomo furono posate nello stesso momento in cui il Governo del Sudan firmava il "Trattato di Pace" con le fazioni che si erano dissociate dal SPLA.


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